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MA LA POLONIA NON TEME IL VUOTO POLITICO

Prima che lo schianto del Turpolev presidenziale a mille passi dalla pista dell’aeroporto di Smolensk gli spegnesse la vita, la stagione politica di Lech Kaczynski appariva ormai destinata al tramonto. Il tentativo disperato di atterrare in mezzo alla nebbia per raggiungere in tempo la cerimonia commemorativa dei settant’anni dalla strage di Katyn segnala non solo, come hanno ricordato in tanti, il lato tragico delle coincidenze della storia polacca, ma anche l’umano proposito del leader in declino di restare aggrappato alla contemporaneità che gli stava sfuggendo.

Le prossime elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere ad ottobre e che adesso saranno anticipate in questa triste primavera, lo vedevano in netto svantaggio nei sondaggi rispetto al candidato del partito di governo, quel Bronislaw Komorowski che ora, in qualità di presidente dell’assemblea parlamentare, ne ha preso le veci. A Katyn, Lech Kaczynski non era stato ufficialmente invitato: la scena era stata occupata tre giorni prima dal capo del governo Donald Tusk, l’unico a cui Putin aveva recapitato l’invito in quanto premier come lui. Il presidente ha dovuto rincorrere una presenza non prevista e comunque dai russi alla fine accettata, pur di non finire nel cono d’ombra delle celebrazioni.

I resti della carcassa dell’aereo e dei corpi sfracellati di parte dell’élite politica, militare e economica del paese sparpagliati fra i campi di betulle della foresta di Smolensk non potevano non richiamare la tragedia che si svolse in questi stessi campi, in questa stessa foresta settant’anni fa, quando gli alti ufficiali delle forze armate polacche vennero trucidati senza preavviso e senza ragione dalla milizia segreta sovietica per ordine di Stalin. Katyn è a un tiro di schioppo. E la massa impressionante di silenziosi cittadini che sciama da giorni per le strade di Varsavia, depositando fiori e candele di fronte al palazzo presidenziale e sfilando composta di fronte alla bara avvolta nella bandiera nazionale rimanda alle tante commozioni collettive che hanno segnato la vita di questo popolo buono e sfortunato che sembra trovare nel martirologio la chiave di lettura della propria storia.

Ma i ricorsi storici e i cliché si fermano qui, perché la Polonia di oggi è un paese diverso.  Dall’ottobre del 2007, data in cui il gemello Jaroslaw perse le elezioni politiche con Donald Tusk, la Polonia sta silenziosamente ma profondamente cambiando. Una nuova generazione si è affacciata sulla scena del potere, con uno stile più concreto e moderno, una ritrovata vocazione europea, una diplomazia pragmatica che l’ha riportata alla ribalta della scena continentale. Attorno a Tusk è cresciuta una generazione di politici ed economisti di stampo riformista che sta chiudendo i vari conti aperti con la storia e con i suoi miti, tragici o gloriosi e comunque ingombranti, e disegnando orizzonti più consoni a un grande paese collocato nel cuore dell’Europa dilatatasi verso le grandi pianure orientali. Il clima politico è meno teso e più sereno rispetto agli anni della diarchia dei gemelli, e sebbene la recente geografia politica si ritrovi zoppa per l’assenza di una sinistra spendibile, il confronto si gioca su temi più concreti e meno ideologici. Il moderatismo di Tusk ha permesso di allentare le frizioni con i due vicini ingombranti, Germania e Russia, senza venir meno alla difesa degli interessi nazionali. Da poco meno di un anno l’ex premier Jerzy Buzek è alla guida del parlamento europeo, ruolo peraltro strappato all’Italia. L’ingresso nell’area di Schengen non ha prodotto alcun contraccolpo significativo sul piano della sicurezza europea, anzi secondo dati forniti dall’autorità di polizia tedesca l’ha rafforzata. L’economia polacca è l’unica dell’area centro-orientale a non essere stata colpita dalla crisi finanziaria globale, tanto che qualche settimana fa la stampa locale, commentando le vicende dei famosi Pigs europei, si chiedeva ironicamente se i criteri di Maastricht, che tante lacrime e sangue sono costate ai polacchi, fossero ancora in vigore. L’adozione dell’euro è ormai obiettivo a portata di mano e la questione adesso non è se i polacchi ce la faranno ma se l’euro ci sarà ancora quando saranno pronti.

Sono risultati raggiunti con grande fatica e non senza forti contrasti politici e sociali, ma segnano uno spartiacque rispetto agli anni passati. Su tutti questi nuovi scenari Lech Kaczynski è sempre arrivato in ritardo, indugiando sullo stesso spartito che, appena cinque anni fa, aveva permesso al movimento fondato assieme al fratello gemello di sbaragliare le forze politiche tradizionali. Un misto di populismo reazionario, nazionalismo di ritorno e paternalismo sociale che ha catturato le preoccupazioni dei polacchi in tempo di crisi ma alla prova dei fatti ha prodotto tensioni e nessun risultato. Sarebbe scorretto negargli una certa capacità di piacere al suo popolo: lo scorso anno misurammo la sua popolarità in occasione della festa della Costituzione del 3 maggio, una parata militare nella smisurata piazza Maresciallo Pilsudski durante la quale il presidente e la moglie (lei molto amata) ruppero il protocollo recandosi verso le balaustre per stringere le mani festanti dei tanti cittadini che li applaudivano. Ma sarebbe altrettanto ingiusto non considerare quanto la sua idea di Polonia fosse ormai superata dai nuovi indirizzi politici. La Polonia di oggi è un paese forte e solido, capace di stringersi in un unico afflato di fronte a una tragedia inaudita, stemperando le divisioni ed evidenziando un’unità nazionale. Ma è soprattutto in grado di superare il tanto temuto vuoto d’élite, perché una nuova generazione è già pronta a prendere (e in parte ha già preso) le redini del potere.

Un altro paradosso della sciagura di Smolensk è che i rapporti con il vicino più temuto, la Russia, potrebbero conoscere una svolta positiva imprevista. L’onda di commozione e di simpatia verso i polacchi che sta coinvolgendo i russi a tutti i livelli – dalla politica alla società civile fino a quella religiosa – può sopravvivere all’emozione del momento e consolidare quel riavvicinamento che si è intravisto a partire dalle commemorazioni di Danzica per lo scoppio della seconda guerra mondiale dello scorso settembre. Non saranno le emozioni a guidare la diplomazia in un’area sensibile come quella est-europea, ma i segnali che giungono da Mosca sono piuttosto concreti: dalla presenza di Putin alla partenza delle spoglie di Kaczynski al discorso di Medwedew al popolo polacco, alla completa collaborazione fra esperti russi e polacchi nelle indagini sulla sciagura, fino alla sorprendente trasmissione in prima serata, sulla tv statale russa, del film di Andrzej Wajda sull’eccidio di Katyn. Segnali che non saranno sottovalutati a Varsavia.

Pubblicato sul Secolo d'Italia