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KALASHNIKOV E TULIPANI

Tutto già visto. Cinque anni fa. Qualche migliaio di persone bastano a scatenare una rivoluzione. Morte e sangue nella capitale, saccheggi, kalashnikov e bastoni. Pistolettate e mazzate. Devastazioni che puzzano di vodka, altro che tulipani. Poco importa che il Kirghizistan sia un paese a stragrande maggioranza mussulmano.

Qualcuno spinto da nobili ideali, qualcuno pagato in dollari (basta far due calcoli per capire quanto poco di voglia per organizzare un regime change da quelle parti), qualcuno con la libertà di portarsi a casa quello che trova nei negozi o per strada. Qualcuno spinto da amicizie o inimicizie personali, da conti aperti. I giochi politici kirghisi hanno come background non le idee di libertà e democrazia, quanto la battaglia tra i clan, la spartizione del potere su base familiare, le divisioni geografiche e storiche che potrebbero tracimare nella guerra civile. Le ferite ancora aperte del vicino Tagikistan insegnano. 

Rivoluzione non pianificata, protesta popolare causata dalla disperazione in un Paese al collasso economico e dove la povertà é all'ordine del giorno. Poco c'entrano ora i grandi giochi tra Mosca e Washington e dei vicini cinesi: le ragioni della rivoluzione kirghisa sono da cercare tutte a Bishkek e dintorni. Nel clan Bakiyev, che in cinque anni é riuscito a combinare più danni di quanti non ne avevano fatti Akaev e famiglia in quindici. Una volta il Kirghizistan aspirava ad essere la Svizzera dell'Asia centrale, oggi assomiglia allo Zimbabwe. Clima escluso.

Bakiyev ha ripetuto in misura maggiore gli stessi errori di Akaev alla fine della sua presidenza: nepotismo (un fratello ambasciatore a Berlino, l'altro a Pechino, l'altro a capo dei Servizi segreti, il figlio maggiore plenipotenziario dell'Agenzia per lo sviluppo, centro di raccolta dei denari provenienti dall'estero, senza il quali il Paese non potrebbe sopravvivere. E difatti é allo stremo, visto che i dollari sono finiti nelle tasche di famiglia).

Promesse non mantenute, corruzione, accentramento del potere, emarginazione dell'opposizione parlamentare e non. I compagni di Bakiyev del 2005, che lo avevano aiutato a scalzare Akaev, si sono rivoltati contro di lui, trovando buona compagnia nel popolo insoddisfatto e desideroso di cambiamento, giustizia e vendetta. Rosa Otumbaeva, Almasbek Atambayev, Umurbek Tekebayev, Azimbek Beknazarov: i clan del nord e di Bishkek contro il sudista Bakiyev. Una lotta nella lotta, a cui si aggiungono le tensioni tra kirghisi e la minoranza uzbeka nel sud. Fuoco sul fuoco.

E poi il Grande Gioco. Mosca, Washington e Pechino vogliono stabilità. Non certo una rivoluzione al dì. I russi hanno una base a Kant, gli Usa a Manas. Nessuno vuole mollare, anzi ci sono progetti da entrambe le parti per rafforzare la presenza. In Kirghizistan come altrove: gli americani potrebbero deviare su Novoy in Uzbekistan o Mary in Turkmenistan, ma essere buttati fuori da Bishkek sarebbe uno smacco. Lì sono e lì vogliono restare, l’Afganistan c’entra, ma fino a un certo punto. E allora si mette mano al portafoglio. Finché le offerte batteranno quelle russe e la paura della Cina alla Casa Bianca possono stare relativamente tranquilli. Ma il Cremlino preme.

La nuova dirigenza kirghisa non potrà fare a meno di tentare il solito bilanciamento, ma la chiave per non finire nella guerra civile è nel non ripetere gli errori del passato e uscire dalla guerra dei clan. Senza contare la forza destabilizzatrice dell'estremismo islamico. Insomma, c`é da aspettarsi il peggio.