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KATYN, SETTANTA ANNI DOPO

È il settantesimo anniversario del massacro di Katyn. Il presidente russo Vladimir Putin ha invitato il primo ministro polacco Donald Tusk per una visita comune sul luogo dove, nella seconda guerra mondiale, gli ufficiali polacchi vennero trucidati dai sovietici. Ci sono voluti troppi decenni perché Mosca riconoscesse finalmente la responsabilità di quell'eccidio, addossata per tanto tempo ai nazisti. Su East Side Report ripubblichiamo l'intervista uscita lo scorso novembre sul quotidiano Il Riformista nel quadro della serie sui vent'anni dalla caduta del muro di Berlino. Si tratta dell'ultimo colloquio con il sociologo russo Victor Zaslavsky, autore del primo libro pubblicato in Italia sui fatti di Katyn nel 1998. Il professor Zaslavsky scomparve poche settimane dopo. Questa intervista è al tempo un omaggio alla verità storica e al coraggio di uno studioso russo di indagarla e svelarla al di là delle convenienze editoriali.

Quattro giorni di visita ufficiale a Mosca per il neo-premier polacco Tadeusz Mazowiecki. Quando il 25 novembre varca la soglia del Cremlino, la storia segna un nuovo capitolo di questo straordinario 1989. Quel polacco che stringe calorosamente la mano a Gorbaciov è il primo leader non comunista dopo quarant’anni. L’incontro è delicato ma andrà bene. I due uomini sembrano parlare la stessa lingua, Mazowiecki si dimostra un politico equilibrato capace di muoversi con passo felpato nel groviglio dei rapporti con l’ingombrante vicino. Si parla di molte cose. Anche di Katyn. Nei quattro giorni sovietici, il premier polacco ha in programma una visita ai luoghi del massacro. Aprile 1940. Le truppe sovietiche hanno occupato le regioni orientali della Polonia, ottemperando ai protocolli segreti del patto Ribbentrop-Molotov: la Polonia deve essere cancellata dalla carta geografica e spartita fra nazisti e sovietici. «Quella che ad ovest fu la pulizia etnica da parte dei nazisti simboleggiata da Auschwitz, a est è stata la pulizia di classe sovietica di Katyn, la fucilazione di 15mila prigionieri di guerra polacchi da parte dei reparti speciali del Nkvd». Chi ci guida negli orrori della foresta di Katyn, una manciata di chilometri a ovest di Smolensk, oggi Russia occidentale, è Victor Zaslavsky, sociologo di origine russa da trentacinque anni in Occidente. Ordinario di sociologia politica alla Luiss-Guido Carli di Roma annovera tra i suoi libri più venduti due testi sulla vicenda di Katyn. Il primo, del 1998, pubblicato dalla casa editrice Ideazione, conteneva i documenti originali tradotti per la prima volta in italiano. Il secondo, ampliato e ricco di nuovi materiali usciti dagli archivi di Mosca, è del 2007 e porta il marchio del Mulino. Nel frattempo i suoi lavori sono stati tradotti in inglese, francese, giapponese e tedesco: a Berlino ha ricevuto dalla fondazione Heinrich-Böll il premio Hannah Arendt.

Professore, la vicenda di Katyn è stata complicata anche dal fatto che per cinquant’anni i sovietici hanno dato la colpa dell’eccidio ai nazisti…

«A mio avviso è stata la più grande falsificazione di un avvenimento storico. La verità è che i regimi totalitari si somigliano profondamente, a prescindere dal colore politico, e il massacro di Katyn, oltre a ricordare a tutti che Stalin nel 1939 si era alleato con Hitler, testimoniava una sorprendente analogia tra i due sistemi. Pulizia etnica e pulizia di classe, due diverse ideologie, uno stesso metodo. Lo stato sovietico aveva rotto con qualsiasi principio di diritto internazionale, esattamente come il nazismo. Questa somiglianza Mosca non poteva accettarla».

Non trova singolare che il primo a tirare fuori i documenti originali e a raccontare la storia basandosi sui fatti sia stato in fondo un russo?

«Ho sempre pensato che fosse un mio dovere, prima come storico e poi come russo, dover raccogliere i documenti che fissavano per sempre le responsabilità. In Unione Sovietica tutti conoscevamo la storia del massacro di Katyn ma solo nella versione ufficiale: erano stati i nazisti. D’altronde le prove sembravano evidenti. Armi e bossoli ritrovati nella foresta erano di fabbricazione tedesca e nessuno di noi era a conoscenza dei trattati di scambio commerciale, e quindi anche di armi, intercorsi fra russi e tedeschi. Solo dopo il congresso di Chrusciov del ’56 si è cominciato a parlare più apertamente di questa storia e ricordo gli incontri con i tanti studenti polacchi a Mosca che ci raccontavano la loro versione».

Sono passati però molti altri decenni prima che fosse ammessa la verità. E anche in questo caso, quanti imbarazzi…

«È un risvolto che non mette in buona luce neppure Gorbaciov. È vero che con la perestrojka si era finalmente deciso di creare una commissione d’inchiesta polacco-sovietica sul caso Katyn ma, come dimostrano i documenti, neppure Gorbaciov aveva interesse a che la verità divenisse ufficiale. Rimase fino all’ultimo fedele al vecchio sistema. Nel libro riporto la descrizione fatta dal membro del Politburo Yakovlev del momento in cui Gorbaciov, nel dicembre 1991, consegnò a Eltsin i documenti cruciali nel frattempo scovati casualmente dalla commissione e mantenuti segreti. Katyn getta una macchia anche sulla sua immagine».

E il film di Wadja praticamente ignorato. Perché?

«È stata carente la distribuzione ed è un gran peccato, perché dovrebbe essere un film visto da tutti e dovrebbe esser fatto girare nelle scuole. Invece è passato sotto silenzio, a Roma è stato proiettato solo in un orario pomeridiano al cinema Farnese. È un film non facile ma se non si conosce la vicenda di Katyn non si capiscono i sentimenti della Polonia e quindi, oggi, anche dell’Europa».

Continuano a uscire documenti riservati?

«Sì, l’ultimo è dello scorso agosto, riguarda un caso diverso da Katyn e proviene dall’Ucraina. Si tratta di una corrispondenza del 1969 fra gli uffici del Kgb ucraino e quello centrale russo allora presieduto da Andropov. Si parla del ritrovamento fatto da un gruppo di ragazzini di uniformi, stemmi e monete polacche mentre giocavano in un campo nei pressi della cittadina di Kharkiv. Erano altre fosse comuni in cui erano stati seppelliti prigionieri di guerra polacchi. Andropov ordinò di dichiarare la zona territorio di sicurezza, circondarla con il filo spinato e intervenire con l’acido muriatico per cancellare ogni prova esistente».

Le ambiguità russe su Katyn gettano ancora oggi una grave ombra sui rapporti russo-polacchi. Il timido riconoscimento di Putin durante le celebrazioni dello scorso settembre a Danzica può segnare l’inizio di una nuova fase?

«Potrebbe. Ma anche a Danzica abbiamo constatato la grande differenza fra l’intervento franco e netto della Merkel sulle responsabilità tedesche e quello più obliquo di Putin. La Germania ha compiuto passi decisivi in questo senso, la Russia no. Conclusa l’inchiesta della commissione su Katyn nel 2004 con la produzione di 183 volumi, solo un terzo è stato decrittato e reso disponibile agli storici. Due terzi sono ancora coperti dal segreto. Non è un buon segnale».

Cosa deve fare Mosca?

«Pochi giorni fa Medvedev ha dichiarato che tutti devono conoscere la natura criminale dello stalinismo. Ma alle dichiarazioni bisogna far seguire i fatti, altrimenti resta solo bella retorica. Nel frattempo, invece, è stata creata una “commissione contro la falsificazione della storia a danno degli interessi russi”. Si chiama proprio così ed è composta in gran parte da politici, uomini dei servizi e solo un paio di storici. Mi chiedo a cosa serva. La storia non può essere manipolata per servire gli interessi di nessuno. Nelle scuole i libri di testo non sono stati cambiati, ai parenti delle vittime di Katyn è stato negato il diritto a risarcimenti e compensazioni. Certo, ci sono associazioni indipendenti che lavorano liberamente e questo è indice della nascita di una società civile ma c’è bisogno di un serio intervento nel sistema di istruzione. Perché i rapporti di oggi non siano condizionati dalle vicende passate è necessario che le responsabilità vengano riconosciute con chiarezza».

Pubblicato su Il Riformista