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IL KIRGHIZISTAN TRA RIVOLUZIONE E GRANDE GIOCO

Morti e feriti a Bishkek. Cinque anni dopo la rivoluzione dei tulipani (manco a dirlo, un fallimento) il Kirghizistan ritorna sotto i riflettori della comunità internazionale per le sollevazioni di massa contro il presidente Kurmanbek Bakiyev e il governo del premier Daniyar Usenov. Sangue e saccheggi nella capitale e in altre città della piccola repubblica centroasiatica, percorsa da fermenti che hanno origine nella disastrosa situazione economica del Paese e nell'incapacità dell'èlite al potere di fare fronte alla crisi permanente. Di seguito un articolo sul ruolo del Kirghizistan nel Great Game. Altre informazioni sulla storia degli ultimi vent'anni sono reperibili su GazpromNation.

 

Il Kirghizistan suscita poco interesse tra i principali attori del Grande Gioco, dato che dal punto di vista energetico - gas e petrolio - non ha nulla da offrire. E in realtà un po’ tutto quello che succede in questo Paese è lontano dagli occhi della comunità internazionale e dai mainstream media, che solo in casi estremi rivolgono l’attenzione a Bishkek e dintorni. Qui non c’è energia da buttare come in Kazakistan, non ci sono dittatori come in Turkmenistan e Uzbekistan, ma - come per il Tagikistan - si tratta di uno stato politicamente ed economicamente irrilevante perennemente sull’orlo di una rivoluzione.

Nel marzo del 2005 il presidente Askar Akayev è stato costretto alla fuga – dentro un tappeto arrotolato - da una folla inferocita che ha assaltato il palazzo presidenziale e messo a ferro e fuoco il parlamento; da allora il Paese ha dovuto affrontare instabilità e insicurezza con enormi problemi che continuano ancora oggi. Il nuovo capo di stato Kurmanbek Bakiyev non ha saputo in quasi quattro anni dare svolte politiche ed economiche di rilievo e il passaggio da un regime all’altro non ha cambiato molto: i famosi tulipani sono appassiti prima di sbocciare. Il solito errore dell’Occidente, come nel caso di Georgia e Ucraina, è stato quello di salutare la vittoria dei rivoluzionari o presunti tali come quella della democrazia sulla dittatura. E i cocci sono ancora tutti da raccogliere. Tanto più che a Bishkek il sillogismo Akaev-Mosca, Bakiyev-Washington (lo stesso per cui a Kiev nel 2004 Yanukovich stava al Cremlino come Yushchenko alla Casa Bianca e in base a questo i più stolti hanno pensato che fosse sempre così) è stata una delle più grandi sciocchezze passate sul fior fiore della stampa internazionale. Ma questa è un’altra storia.

Ora il Kirghizistan è tornato alla ribalta per la chiusura annunciata della base americana di Ganci-Manas, interpretato nell’ottica del Great Game come un colpo all’amministrazione Obama e un favore alla diarchia Medvedev-Putin. In realtà la decisione kirghisa è lo sbocco naturale di una strategia che nella sua multivettorialità ha considerato l’opzione statunitense marginale e limitata nel tempo. Già alla fine del 2007, dopo l’ennesima crisi di governo e la nomina di Igor Chudinov a primo ministro, non ci voleva la sfera di cristallo per intuire la direzione che a Bishkek avrebbero preso. Il nuovo premier, di origine russa, considerato più un tecnico che un politico e passato dalle organizzazioni comuniste all’impresa privata nel settore energetico, è stato anche direttore di Kyrgyzgaz, la Gazprom kirghisa. Un caso, certo, ma che dimostra come il legame con Mosca non è una questione squisitamente ideologica. La Russia è sempre stata per il Kirghizistan il punto di riferimento principale, per questioni storiche ed economiche.

Il filo rosso con Mosca passa attraverso gli accordi di gennaio tra Chudinov e Putin e le già avviate cooperazioni industriali nel settore energetico (dalle nuove centrali di Kambaratin 1 e 2) e in quello militare (partecipazione russa con Dastan, la maggior fabbrica kirghisa, che produceva anche i mitici torpedo Shkval), ma anche attraverso le centinaia di migliaia di immigrati che lavorano un po’ dappertutto in Russia. I buoni rapporti politici si estrinsecano anche nella Sco. I russi hanno inoltre una base militare a Kant e si rallegrano della prossima partenza degli americani da Manas.

Il New Great Game continua quindi in questa povera repubblica, ora forse a favore della Russia, ma altri attori regionali considerano il Kirghizistan un tassello importante nel puzzle centroasiatico. La Cina ha già superato la Russia per quel che riguarda gli scambi commerciali e si presenta come un alleato molto attraente per Bishkek. Pechino ha interesse anche a mantenere sotto controllo le zone di confine: gli uighuri della provincia Xingyang sono considerati un fattore di rischio anche per la diffusione delle tendenze separatiste. Tra le altre repubbliche limitrofe il Kazakistan è senz’altro quella con cui si sono instaurati i rapporti più proficui. La vicinanza geografica, culturale ed etnica si rispecchia anche nell’economia, con Astana che rappresenta potenzialmente il partner ideale. Senza contare anche qui la comunione d’intenti sulle questioni di sicurezza, dal terrorismo alla criminalità organizzata, dal traffico di droga all’immigrazione illegale.

Il gioco delle alleanze è per il Kirghizistan del clan Bakiyev ancora abbastanza ampio. Anche senza gli Stati Uniti.

(Pubblicato su Limes)