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PUTIN, AL QAEDA E IL CAUCASO

Prima della strage di lunedi scorso a Mosca l'ultimo bagno di sangue nella capitale russa risaliva all'agosto del 2004. Dopo l'attentato kamikaze che aveva provocato la morte di una ventina di persone avevo pubblicato un articolo che a distanza di sei anni si rivela estremamente attuale, a partire dalla conclusione.

“I banditi del Caucaso costituiscono una parte centrale, forse la più pericolosa, della rete del terrorismo internazionale. Vanno stanati dai loro nascondigli e annientati. Vogliono solo boicottare il processo politico”: queste le parole del presidente Putin dopol’attentato suicida di sabato scorso che ha causato quasi venti morti nella capitale russa. Parole chiare e decise che confermano ancora una volta la sua posizione nei confronti dei ribelli ceceni.

Per il Cremlino non si tratta solo di separatismo, di una questione esclusivamente bilaterale tra centro e periferia, tra indipendentisti e stato centralista, ma la “longa manus” di Al Qaeda e del terrorismo islamico è la stessa che dall’undici settembre ha portato morte a New York, Bali, Djerba e Mosca. Le ragazze kamikaze dell’aerodromo di Tushino e quelle che con i loro compagni guidati da Movsar Baraijev hanno assaltato il teatro Dubrovka lo scorso autunno (facendo oltre centocinquanta morti tra pubblico e sequestratori) sono unite con un filo rosso agli altri terroristi che dal Pakistan all’Afganistan, dagli Stati Uniti alla vecchia Europa tramano contro la democrazia e stabilità dell’Occidente.

L’asse del male inventato da George W. Bush è stato ripreso e reinterpretato da Vladimir Putin che oltre agli stati canaglia inserisce ormai di diritto nell’internazionale terrorista anche i guerriglieri della repubblica caucasica. La linea del Cremlino non è però completamente nuova e non è solo un riflesso difensivo al crollo delle Torri gemelle. Certamente gli attentati di matrice islamica estremista che si sono susseguiti seminando panico e morte in mezzo mondo hanno contribuito a rafforzare la teoria del presidente, ma l’allarme delle infiltrazioni terroristiche in Cecenia è stato lanciato ben prima dell’autunno del 2001 e dell’arrivo di Bush alla Casa Bianca.

Mosca, e in prima linea Putin fin dal suo insediamento come primo ministro, hanno da sempre denunciato i collegamenti tra i separatisti e il fondamentalismo islamico: “Il crimine internazionale ha dichiarato guerra alla Russia. I terroristi vengono addestrati e finanziati dall’estero poi mandati nel nostro paese. Vengono infiltrati in alcuni territori, penso alla Cecenia, dove diventano dei ribelli. Noi li inseguiremo dappertutto, fino nei cessi, e li annegheremo nel buco”. Così aveva dichiarato già nel settembre 1999, suscitando reazioni contrastanti a Washington, ma anche a Berlino e Parigi, per il linguaggio poco ortodosso e la schietta durezza dei propositi.

La seconda campagna cecena era appena iniziata dopo gli scontri in Daghestan e gli attentati devastanti nella capitale (oltre trecento vittime), quando per la prima volta il sangue era stato versato in abbondanza all’interno del territorio russo. L’undici settembre era lontano da venire, ma Putin vedeva la propria nazione minacciata. Non collegava direttamente il nome di Bin Laden - ben attivo e conosciuto dopo gli attentati in Africa e le bombe di Clinton che lo avevano cercato in Afganistan - a quello di capi ribelli Basaev e Chattab, ma sapeva che il Caucaso era diventato un ricettacolo di terroristi pronti a tutto.

Fin dalla prima guerra (1994-1996) le azioni di guerriglia erano sfociate in stragi di innocenti: alla brutalità delle truppe regolari di Mosca, i separatisti rispondevano con altrettanta ferocia. Il massacro di Budennovsk, quando Samil Basaev e compagni si erano asserragliati in un ospedale prendendo in ostaggio duecento persone e il successivo tentativo di liberazione delle teste di cuoio era finito in un bagno di sangue, non aveva rappresentato che il culmine di una serie nera destinata tristemente a ripetersi con il secondo conflitto iniziato nel 1999 dopo tre anni di tregua e più volte troppo ottimisticamente dichiarato concluso da Mosca.

Per Putin, che prima come capo di governo e poi come presidente si era servito della nuova operazione militare nel Caucaso per consolidare la posizione al vertice della Russia e il ruolo successore del vecchio zar Boris Eltsin, la situazione era sempre stata chiara: spazzare via dalla Cecenia ogni singolo terrorista ed evitare che la repubblica se ne andasse per conto proprio erano obbiettivi che rientravano nell’ottica della difesa dell’integrità territoriale e della lotta al terrorismo internazionale.

Gli attentati a Mosca e Volgodonsk, antecedenti a quelli alle Twin Towers, il dramma del Dubrovka, l’attacco al palazzo dell’amministrazione russa di Grozny (ottanta morti nel dicembre del 2002), i massacri piccoli e grandi nella prima parte del 2003 (quasi 200 persone, con il presidente Kadirov scampato per un soffio appena un paio di settimane fa a un tentativo di omicidio), per arrivare infine alle donne-bomba di Tushino, sono stati tutti esempi di una guerra criminale scatenata da frange islamiche.

Fin dal gennaio del 2000, con l’introduzione di una nuova dottrina di sicurezza, il presidente russo ha visto nella minaccia terroristica il maggior pericolo del millennio. Non solo per il suo paese, ma per la comunità mondiale. Ha parlato della tracimazione massiccia di guerriglieri islamici dall’Afganistan e dall’Asia centrale, combattenti per la causa cecena ed elementi destabilizzanti per l’intera area.

Allora non aveva escluso nemmeno attacchi preventivi nei campi di addestramento dei talebani; il traffico di droga, armi e la protezione di terroristi erano le fonti primarie nelle entrate degli studenti coranici, che non volevano però interferenze nelle loro attività. Ad agire ci avrebbe poi pensato qualche mese dopo il neo-presidente americano, per vendicare Ground Zero e tentare di scovare Bin Laden.

Se nel primo periodo del suo mandato Putin aveva trovato difficoltà a far accettare la linea dura in Cecenia ai partner occidentali, dopo l’undici settembre le critiche nei confronti della Russia si sono smorzate non poco. Dopo l’episodio del teatro Dubrovka nessuno ha potuto più obbiettare che il fondamentalismo abbia trovato fanatici adepti nella repubblica del sud. Lo stesso presidente della Commissione Europea Prodi ha affermato due giorni fa in una telefonata con il capo di stato russo che la lotta al terrorismo deve essere ancora più intensa e ancora più coordinata.

Ma questa è solo una faccia della realtà, che è probabilmente molto più complessa. E il dramma della Cecenia intanto rimane. Il nuovo piano di Mosca, insieme con l’eliminazione radicale dei terroristi, prevede dopo il referendum di marzo (dove tra brogli e con percentuali bulgare, oltre il 90 per cento, gli elettori hanno votato l’adozione di una nuova costituzione e di un nuovo sistema elettorale) la creazione di una repubblica presidenziale sotto il controllo della capitale. Le elezioni sono state indette per il cinque ottobre prossimo e l’annuncio è stato dato da Putin poco prima della strage al concerto rock di sabato. Achmed Kadirov, ex mufti che nella prima guerra cecena aveva combattuto a fianco dei ribelli e ora uomo fidato di Mosca, è il favorito numero uno e non paiono esserci per ora alternative credibili.

Putin negli ultimi tre anni si è trovato di fronte a una matassa impossibile da sbrigliare e la soluzione di usare la spada è stata per lui inevitabile. Praticare la strada diplomatica è sembrato impossibile fin dall’inizio. Aslan Maschadov, leader degli indipendentisti ormai trattato alla stregua dei terroristi stile Basaev, è precipitato in un baratro analogo a quello di Arafat in Medio Oriente e non è stato capace o non ha voluto tenere sotto controllo i gruppi più radicali precludendosi la strada per diventare un partner affidabile in una trattativa politica

 Se a ciò si aggiunge il fatto che, oltre a non aver esitato a sacrificare la loro terra e il loro popolo sull’altare di progetti geopolitici fondati sull’integralismo religioso, i warlords sono stati parte integrante di un meccanismo che sosteneva e sostiene interessi economici di altri, allora si può comprendere come la linea di Vladimir Putin non sia riducibile al semplice schema dell’imperialismo russo.

La strada intrapresa dal presidente è comunque ormai definita e non la potranno certo cambiare gli attentati kamikaze. Ma come ha scritto ieri il quotidiano Nesawissimaja  Gazeta, i passi che sono stati intrapresi per risolvere la questione non hanno certo portato i risultati sperati: sia la recente consultazione popolare come la definizione della data del turno elettorale e la decisione di  aumentare il potere del ministero degli interni in Cecenia non hanno potuto fin’ora mutare la situazione. La seconda campagna era iniziata dopo i terribili attentati di Mosca e aveva scandito l’ascesa di Putin al vertice del paese, ora dopo quattro anni, si è tornati al punto di partenza.

(Pubblicato sul Corriere del Ticino)