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TERRORE A MOSCA

Decine di morti e feriti a Mosca in due attentati. Colpite due stazioni della metropolitana. Ipotesi di una reazione della guerriglia islamica alle operazioni delle forze speciali russe nel Caucaso. Gli errori del Cremlino e lo spettro del terrorismo su tutta l’Europa.

Torna il terrore a Mosca, dopo sei anni di tregua. L’ultimo (da oggi penultimo) attentato nella metropolitana della capitale è avvenuto nell’agosto del 2004. Allora una kamikaze di origine cecena si era fatta esplodere all’entrata della stazione Rizhskaya, causando dieci morti e una cinquantina di feriti. Il bilancio di oggi tra Lubjanka e Park Kulturi supera di gran lunga queste cifre e precipita di nuovo i russi nell’incubo delle shaidki, le fidanzate di Allah, le vedove nere, soprattutto se sarà confermato il sospetto che anche in quest’occasione si è trattato di un atto suicida.

Al di là dei dettagli ancora da definire (modalità esecutive e organizzative), è comunque già ora possibile riflettere su alcuni punti, alla luce delle esperienze passate, per cercare di contestualizzare l’ennesimo atto terroristico che si è compiuto sul territorio della Federazione russa e da addebitare con forte probabilità al terrorismo islamico.

1) Se la tregua a Mosca è durata quasi sei anni, in realtà gli attacchi (suicidi e non) contro obbiettivi civili e militari sono all’ordine del giorno nelle province russe del Caucaso, dalla Cecenia al Dagestan, dall’Inguscezia alla Cabardino-Balcaria Sono stati centinaia solo nello scorso anno i morti registrati nel corso di operazioni paramilitari e attentati terroristici ad opera di differenti gruppi radicali che hanno tra i loro obbiettivi la realizzazione di un califfato nella regione.

In recenti interviste alcuni leader della guerriglia separatista, da Dokka Abu Usman a Movladi Udogov, hanno preannunciato l’estensione delle operazioni su tutto il territorio russo nell’ambito della jihad contro il Cremlino.

2) La scelta degli obbiettivi negli attentati di oggi indica che il livello dello scontro si è alzato, probabilmente in seguito alle recenti operazioni russe nel Caucaso contro gli estremisti islamici (con l’uccisione tra l’altro di Anzor Astemirov, leader del gruppo radicale Yarmuk Jamaat).

Da un lato è stato scelto un obbiettivo facile (la metropolitana moscovita è praticamente impossibile da proteggere, con i suoi quasi 200 km di linee e i 9 milioni di passeggeri al giorno) e dall’altro – con la prima bomba esplosa alla Lubjanka – si è guardato al valore simbolico. L’Fsb, il servizio segreto russo, (l’omonima centrale è a due passi dalla stazione della metro), è con il Cremlino il nemico numero uno dei jihadisti.

3) Al contrario di quello che dichiara spesso Mosca, la situazione nel Caucaso è tutt’altro che sotto controllo. Questo non deve preoccupare solo il tandem Medvedev-Putin, che non sono stati capaci di trovare una strategia efficace per contrastare il fiorire dell’estremismo islamico nelle regioni periferiche (lasciare la Cecenia in mano a Kadyrov poteva essere decisione inevitabile sul breve periodo, non di lunga prospettiva), ma anche il resto d’Europa.

Gli attentati di oggi non sono tanto differenti da quelli di Londra, Madrid, Bali e il radicalismo islamico nelle sue forme più brutali e spietate (che prende origine da situazioni diverse, ma si estrinseca nella medesima maniera) un problema comune con cui l’Occidente deve fare i conti. Mosca non è un caso a parte.