Vai al contenuto

CORRE SULLA VIA EGNAZIA LA SPERANZA GRECA

Sono da poco passate le tre della notte, quando il traghetto della Endeavor Lines partito da Brindisi otto ore prima si avvicina al porto di Igoumenitsa. Il mare nero come la pece si è calmato sotto costa, la nave riduce la velocità affiancando i fari verdi e rossi che segnalano il percorso di ingresso al porto. In lontananza, oltre le case della città sprofondata nel sonno, si intuiscono le luci della nostra meta. Una lunga fila di lampioni arancioni si arrampica sulla collina che s’intravvede appena nell’oscurità della notte, un serpente sinuoso e magico che segue il declivio dolce dei colli e poi scompare dietro la cima più alta. Sono i primi chilometri della via Egnazia, l’autostrada a scorrimento veloce che taglia da ovest ad est l’intera Grecia settentrionale e, mille chilometri più avanti si arena di fronte ai minareti di Istanbul. Dallo Ionio al Bosforo poco più di otto ore di automobile, solo sei da Igoumenitsa a Kipoi, il confine greco-turco dove l’autostrada si restringe di nuovo a due corsie per gli ultimi chilometri in territorio turco. L’opera, completata e inaugurata tre mesi fa dopo tanti ritardi e una preoccupante moltiplicazione dei costi in corso d’opera, rappresenta il primo corridoio europeo verso est. Dei tanti programmati e messi in cantiere, la Via Egnazia, o Egnatia Odos come si chiama in greco, è il primo realizzato. Mentre il corridoio 8 (Durazzo-Sofia-Burgas) giace nei cassetti di Bruxelles, poco più a sud i tempi di percorrenza si sono dimezzati: ora ci vogliono sei ore di comoda guida per attraversare le regioni greche dell’Epiro, della Macedonia e della Tracia. Prima ne occorrevano dodici, affrontando saliscendi, curve e incroci pericolosi, attraversamenti dei centri urbani. Per una Grecia in piena crisi economica e finanziaria, questa strada costituisce una speranza di rinascita. Ed è un’ottima opportunità anche per l’Italia, che sul traffico verso i Balcani e l’oriente punta per la crescita dei propri affari e delle proprie esportazioni. Al porto di Igoumenitsa, il traghetto da Brindisi segna l’inizio di una lunga giornata. Nel giro di poche ore altri traghetti provenienti da Bari, Ancona e Venezia vomitano sulle banchine centinaia di altri tir e camion con targhe italiane, turche, greche, bulgare, serbe, rumene, albanesi. È l’intero mondo dei Balcani che ha trovato un’arteria sulla quale far scorrere il sangue della speranza, è l’universo dei commerci che annuncia una storia diversa per territori fino a pochi anni fa ancora impigliati in rivendicazioni reciproche. E questa arteria è anche un ponte verso di noi, gettato sui terminali dell’Adriatico dalle rotte navali: un sistema integrato mare-acqua che prende vita dopo aver languito per decenni come un’ennesima promessa di carta. Anche il nome della via è suggestivo. Il tracciato recupera in buona parte l’antica via Egnazia romana che collegando Costantinopoli a Durazzo e Fier si connetteva via mare con la via Appia che da Roma conduceva a Brindisi: il tragitto che dall’Urbe portava all’Oriente. L’Europa, insomma, non s’è inventata nulla e nelle sue terre sudorientali s’è limitata sapientemente a replicare in chiave moderna l’antico genio geopolitico e urbanistico dei romani di duemila anni fa. L’autostrada che percorriamo oggi, mentre le prime luci dell’alba scoprono la bellezza selvaggia dei monti dell’Epiro, descrive un viaggio all’interno di quel pezzo di Grecia che a pieno titolo guarda ai Balcani più che all’Attica o al Peloponneso e che ha impresso sul suo territorio i tratti somatici di una penisola tempestosa e rude più che quelli da depliànt turistico di mare e sole. Neppure tre quarti d’ora di cammino e s’incrocia il primo centro importante, Ioannina, sessantamila abitanti appollaiati attorno al vecchio castro sulle sponde del lago Premvòtis. Città ravvivata da un gran numero di universitari, come tante che incroceremo lungo la via, si nutre di un vivace turismo prevalentemente estivo e dei ricordi legati ai secoli di dominazione ottomana, quando era stata eletta a centro commerciale e di traffico. L’autostrada promette di rinverdire quel passato strappandola allo splendido isolamento nel quale ha vissuto sinora. I caffè eleganti del lungolago raccolgono le chiacchiere degli studenti e in uno incrociamo uno strano abitante. Si chiama John ed è giamaicano, emigrato da otto anni al seguito dei genitori. Nello zaino si porta il carico di centinaia di cd musicali contraffatti, che prova a smerciare passando di tavolo in tavolo. Ci sa fare, conosce ormai tutti e con tutti scambia una parola. Spesso piazza un cd: «Non c’è molto da fare in questa città ma io mi ci trovo bene. Vendo cd non originali a un quarto del prezzo esagerato dei negozi ma non li prendo al mercato nero, li copio a casa. Non rifilo fregature e tutti sono contenti». Forse non i negozianti. «Razzismo nei miei confronti? Con la crisi economica sono tutti più nervosi ma io ho una buona regola: sono in Grecia e mi comporto come i greci. Nessun problema». I concetti tradizionali di legalità li abbiamo lasciati sulla sponda dell’Europa continentale, John porta a casa un po’ di euro con il suo faccione giamaicano buono e simpatico e si ritiene un benefattore della gioventù che a sua volta risparmia tre quarti del budget destinato alla musica. Ovviamente, tutto in nero. Lasciata Ioannina, la lingua d’asfalto della Egnatia Odos offre il meglio di sé. Attraversiamo il tratto più montagnoso dei 670 chilometri di autostrada, infilandoci fra le vette dell’Epiro sospesi su viadotti o entrando in tunnel lunghissimi. È in questo pezzo che si apprezza di più la maestosità dell’opera ingegneristica e se ne capisce la complessità. Sul fianco sinistro sfila il borgo montano di Metsovo, un pezzo puro di Balcani conficcato in Grecia: case di pietra viva, anziani in piazza con il combolonion, il rosario ortodosso, turisti ai caffè, souvenir nelle vetrine dei negozi. Qui sverna il bel mondo di Salonicco, un buen retiro di seconde case che si anima d’estate e nei fine settimana d’inverno, quando al venerdì sera arrivano i “cittadini” per sciare. Prima ci volevano quattro ore, adesso poco meno della metà. Riprendiamo l’autostrada, osservando di tanto in tanto il vecchio tracciato che si arrampica sulle montagne. «Era un tratto suggestivo ma molto pericoloso», dice Dimitris, un giovane architetto che ha partecipato alla progettazione e poi alla realizzazione della nuova via Egnazia «sul quale i tempi di percorrenza erano lenti, gli incidenti stradali troppi e la mortalità altissima». Sul vecchio tragitto ci si avvicinava al magico mondo delle Meteore, già nella regione della Tessaglia, antichi monasteri che troneggiano sulle gole dalla cima dei monti; la nuova arteria ci passa al largo, bisogna prendere l’uscita per Kalambaka e farsi una settantina di chilometri sul vecchio percorso. «Roba da turisti», conclude Dimitris, «gli utenti dell’autostrada, in gran parte uomini d’affari e camionisti, preferiscono così». E così sia. Proseguiamo fra tir le cui targhe raccontano il variopinto mondo balcanico, incrociando le deviazioni per il nord, affluenti che fanno convergere sulla via Egnazia la nuova linfa del commercio: in successione geografica, Konitsa, Albania, Skopie, Macedonia (ma guai a chiamarla Macedonia qui in Grecia) da cui si può proseguire fino a Belgrado, Serbia, più avanti, oltre Salonicco, Sofia, Bulgaria, prima tappa per raggiungere più a nord ancora Bucarest e Costanza, Romania. Un caleidoscopio di nomi e paesi che costituiscono il naturale bacino di utenza per questa nuova autostrada e che individuano in Salonicco il punto di snodo. Stradale, ferroviario e portuale. Dopo un breve innesto sulla preesistente autostrada che viene da Atene, riprendiamo il tracciato della Egnazia proprio costeggiando il capoluogo della Macedonia greca. Il panorama che si apre sotto i nostri occhi sembra una cartolina già vista. La città si stende dalle pendici dei colli fino sul golfo, abbraccia il mare per tutta l’estensione della costa, una colata di cemento copre ogni centimetro quadrato disponibile, in rada le navi si riforniscono di carburante e merci. Sembra Napoli ma è Salonicco. Lo scenario è simile, c’è anche un monte a far da cornice, non è il Vesuvio ma il monte Olimpo, il monte degli dei. Al posto di Castel dell’Ovo, la Torre Bianca quattrocentesca, simbolo della città, utilizzata nel Settecento come prigione per i giannizzeri insubordinati. La torre narra le vicende di questo terminale marittimo dei Balcani: nel 1826 Mahmud II fece trucidare tutti i giannizzeri che vi erano rinchiusi, quando giunsero i greci la riverniciarono di bianco per cancellare simbolicamente ogni traccia del suo passato ottomano. Oggi è adibita a spazi espositivi e sorveglia le passeggiate degli abitanti sul lungomare. Storia e urbanistica si sono intrecciate per disegnare la Salonicco caotica di oggi, affascinante e spaventosa, affogata dal traffico eppure vitale come neppure Atene riesce a essere. Qui convergono molte speranze e qui muoiono molte illusioni. Salonicco è la cartina di tornasole della Grecia degli anni Duemila, la scommessa di rappresentare il canale indispensabile del traffico balcanico e la paura di diventarne la cloaca di un affarismo mafioso, la sfida imprenditoriale forse già perduta e quella commerciale tutta da inventare. Salonicco ha vissuto tante storie, tutte sepolte da storie nuove, da terremoti e invasioni, da guerre e conquiste. È una città che può essere tagliata in ere storiche e umane, dalla quale sono passati turchi e albanesi, macedoni e bulgari, inglesi e francesi, italiani e tedeschi, che quando vestivano le uniformi naziste si sono portati via tutti gli ebrei. Una tabula rasa sulla quale i greci hanno costruito il mito della Grande Ellade, pieno di orgoglio e nazionalismo. Ma Salonicco non può vincere la sfida del ventunesimo secolo senza tutti i suoi vicini ritrovati, emersi dal ghiacciaio della guerra fredda, della divisione dell’Europa e poi delle ennesime guerre civili balcaniche. Per questo ora riscava nel suo passato multietnico e si aggrappa alla nuova autostrada. La via Egnazia prosegue più a est, entra in Tracia, l’ultimo miglio prima della Turchia. I monti dell’Epiro sono lontani da un pezzo, il paesaggio diventa ondulato, un altopiano che saltella polveroso verso il Bosforo. Qui i confini si fanno incerti, la Turchia è di casa prima ancora di avvistare la dogana. Xanthi, Komotini e Alexandroupoli sono città meticce, in alcuni casi l’etnia turca è maggioritaria. I bazar si alternano ai negozi greci, i minareti fanno concorrenza ai campanili ortodossi, i cibi diventano più speziati e orientali ma le due comunità non si mescolano, vivono da separati in casa guardandosi in cagnesco in un tempo senza tempo. A Komotini anche gli orologi pubblici vanno per conto loro, segnando ognuno la propria ora: ne contiamo quattro e sembrano sintonizzati sui fusi orari del mondo. Alexandroupoli è un agglomerato di case brutte e moderne che violentano uno dei lungomari più belli. Bisogna camminare con lo sguardo fisso sull’Egeo e farsi incantare dal profilo dell’isola di Samotracia per evitare il disagio che offre la vista del centro cittadino. Spuntano le caserme, una dopo l’altra, avamposti di una guerra che non c’è più ed è bene non ci sia mai più. Meglio ascoltare il messaggio di pace che manda la via Egnazia, che pochi chilometri più avanti riprende il suo cammino verso Istanbul.