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DEMOCRAZIA ALLA TAGIKA

La vittoria scontata alle elezioni politiche del partito del presidente Rakhmon conferma ancora una volta che nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale l’esigenza di stabilità è più forte dei principi democratici. Con il beneplacito di Mosca e Washington interessate a bloccare qualsiasi fermento ai confini afgani.

Le elezioni parlamentari svoltesi in Tagikistan lo scorso fine settimana hanno decretato la vittoria del partito del presidente Emomali Rakhmon (in carica dal 1994, fino a due anni fa si faceva chiamare Rakhmonov, poi ha deciso di derussificare il cognome togliendo la sillaba finale). Il Partito democratico del popolo del Tagikistan ha ottenuto oltre il 71 per cento dei voti, distaccando di gran lunga il Partito della rinascita islamica (Pri), quasi l’8 per cento, e il Partito comunista, poco più del 7 per cento. Altre cinque formazioni politiche in corsa non sono riuscite a superare la soglia del 5 per cento. L’affluenza alle urne è stata superiore all’85 per cento.

Tutto questo secondo i dati ufficiali che in un Paese come il Tagikistan devono essere presi con le molle. Non per niente gli osservatori dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), hanno segnalato gravi brogli. Secondo invece gli inviati della Csi (Comunità degli stati indipendenti) tutto è stato regolare. Un balletto già visto in altre occasioni, dal Kirghizistan nel 2005 all’Uzbekistan nel 2007. E come nel caso di Bishkek e Tashkent, anche a Dushanbe quello che conta non sono tanto le proteste delle organizzazioni internazionali, quanto l’esigenza di stabilità in una regione ad alto potenziale esplosivo. Agli attori del New Great Game quello che interessa ora è evitare che si sviluppino altri focolai attizzati dall’Afganistan.

Il mondo ha scoperto il Tagikistan il 7 ottobre 2001, quando è partito l’attacco ai talebani in risposta all`11 settembre. Dushanbe concede l’utilizzo di tre basi sul suo territorio la repubblica postsovietica diventa il trampolino di lancio per abbattere il regime di Kabul e sconfiggere Al Qaida, in teoria. Lasciato per anni al suo destino, il Paese diventa improvvisamente importante e ancora più importante la sua stabilità. Le minacce del traffico di droga, dei movimenti radicali come il Miu (Movimento Islamico dell’Uzbekistan), dell’Ht (Hizb ut-Tahrir), dei talebani non sono solo problemi che riguardano il Tagikistan, ma Mosca, Washington, Bruxelles, Roma. La strategia di contenimento del fondamentalismo islamico, del terrorismo, della criminalità organizzata legata al traffico di stupefacenti passa anche attraverso la più piccola delle repubbliche dell’Asia centrale. I principi della democrazia passano in secondo piano.

E così da un lato dal 2002 il Tagikistan entra a far parte del programma Nato Partnership for Peace, dall’altro il rapporto con Mosca rimane molto stretto. La Russia ha qui il più grande contingente militare al di fuori dei propri confini, tra gli advisors sul confine tagiko-afgano e la base permanente della 201esima divisione motorizzata appena fuori Dushanbe. Nel 2008 è stato siglato un accordo per l’utilizzo della base aerea di Gissar e una fornitura di armi per un miliardo di dollari. Il Cremlino, dopo la guerra in Georgia, pare intenzionato a intensificare la politica di vicinato, lasciando poco spazio a Washington. Nel prossimo mese di aprile sono programmate in territorio tagiko esercitazioni militari e antiterrorismo (Rubesh 2010) tra gli stati della Csi. Rakhmonov ha comunque contato sempre sul sostegno prima di Putin e Bush, poi di Medvedev e Obama: tutti si sono trovati d’accordo nel dover rafforzare l’anello debole della catena centroasiatica. Qualche giorno fa l’inviato speciale americano Richard Holbrooke ha affermato che Al-Qaida sta cercando di infiltrarsi in Asia centrale per addestrare militanti: “Questa è una preoccupazione comune agli Stati Uniti e ai Paesi di questa regione, tra i quali sicuramente il Pakistan, l’India e la Cina”.

In realtà nessuno si cura delle manchevolezze democratiche del regime tagiko, quando in gioco c’è molto di più. Le parlamentari di domenica scorsa sono solo l’ultimo esempio di un menu sempre uguale da quasi vent’anni. Le parole pronunciate dalla coordinatrice della missione Osce Pia Christmas-Moeler (“Sono contenta che le elezioni siano state condotte in una buona atmosfera, ma sono delusa per il fatto che non sono state conformi alle norme democratiche di base”) contano al solito come il due di picche.

Insomma, la questione afgana e la lotta al terrorismo sempre all’ordine del giorno tra Mosca e Washington hanno fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike e ha concesso a Rakhmonov un’altra occasione per stabilizzare il suo potere. La sfida rimane però aperta. A quasi quindici anni dalla fine della guerra civile (1992-1997) il potenziale conflittuale non è ancora sopito. La virulenza delle differenze di fondo tra la linea secolare del presidente e quella religiosa islamica dei suoi contraddittori (nonostante il Pri con la morte del suo leader storico Sayid Abdullah Nuri nel 2006 abbia perso un punto di riferimento fondamentale) espone il Paese ancora a grossi rischi.

(Pubblicato su Limes)