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LA BUSSOLA DELLA NUOVA UCRAINA

I fallimenti politici si pagano. E ora tocca a Yulia Tymoschenko pagare il conto. A meno di un mese dalla vittoria di Viktor Yanukovic nel ballottaggio presidenziale, l’ex pasionaria arancione ha perduto la maggioranza parlamentare che sosteneva il suo governo. A farle mancare il terreno sotto i piedi, ennesima beffa di una rivoluzione andata a ramengo, è il partito legato a Viktor Yushchenko, l’uomo simbolo di quella stagione umiliato in un primo turno elettorale al quale, se gli fosse rimasto un briciolo di lucidità politica, non avrebbe dovuto neppure partecipare.

Invece è andata diversamente e la coppia che interpretò quella strana rivoluzione, un coktail di sentimento popolare e interessi americani, chiude la propria avventura come l’aveva iniziata cinque anni fa: litigando su tutto. Il ritorno di Yanukovic, il rappresentante degli oligarchi e del popolo dell’est che promette di rimettere l’Ucraina sul ponte che collega l’Europa a Mosca, non è il frutto di un complotto ordito con pazienza e cinismo nelle stanze del Cremlino. E’ soprattutto il risultato di cinque anni di cattiva amministrazione, equamente distribuita tra Yushchenko e Tymoshenko, che hanno disatteso tutte le speranze suscitate e bruciato il capitale di credibilità conquistato nella rivolta di piazza. In questo l’Ucraina è diventata un paese normale, dove chi governa alla fine viene giudicato per le azioni compiute e per quelle omesse. Dalla speranza del 2005 alla quasi bancarotta economica del 2010 corre la parabola di un esperimento politico deludente.

Un sondaggio pubblicato dal quotidiano Kyiv Post rivela che la grande maggioranza degli ucraini (81 per cento) ne ha abbastanza dei politici che calcano la scena e sarebbe tentata dalla soluzione tecnocratica. A capo del governo il nuovo presidente Yanukovich non dovrebbe designare l’ennesimo politico emergente del momento, che in genere in Ucraina ha navigato da tempo in quel sottobosco melmoso che ristagna tra finanza e politica, ma un tecnico, un esperto sganciato dai partiti e capace di realizzare riforme necessarie ad affrontare la crisi politica ed economica e stabilizzare il paese. Che Yanukovich sia in grado di assecondare questo sentimento appare però piuttosto difficile. Non è solido all’interno del suo stesso partito e, soprattutto, in assenza di nuove elezioni parlamentari, dovrà giostrare con i meccanismi politici del palazzo per assicurare al futuro premier una solida maggioranza.

La situazione interna del paese è il banco di prova più delicato per il neo presidente. Le promesse fatte in campagna elettorale, specie in campo sociale, hanno le gambe corte di fronte al baratro economico e alla necessità di adeguarsi ai dettami del Fondo monetario internazionale, che chiede riforme dolorose in cambio del denaro per evitare la bancarotta. Ci sono gli interessi degli oligarchi da salvaguardare e allo stesso tempo una situazione sociale deteriorata. Il tutto calato in una realtà politica estremamente instabile e senza la sponda di un’opposizione collaborativa. La scelta della Tymoshscenko di contestare un’elezione da tutti ritenuta valida e di non partecipare assieme ai parlamentari del suo gruppo alla cerimonia di insediamento del nuovo presidente chiude ogni strada a ipotesi di tregua. Il paese resta inoltre spaccato fra ovest ed est, sebbene questa divisione si sia un po’ attenuata rispetto a cinque anni fa.

È così sul piano estero che Yanukovich proverà a giocare le carte che ha a disposizione, nella speranza che la ricollocazione geopolitica dell’Ucraina possa giovare sul piano dell’immagine e anche su quello degli aiuti. Le sue prime mosse sono indicative: amicizia dichiarata a Mosca e primo viaggio di Stato a Bruxelles. Russia ed Europa, le due stelle polari di un paese che proverà a dimenticare fughe in avanti verso la Nato e l’America ingrata e a posizionarsi a cavallo di due mondi probabilmente destinati ad avvicinarsi sempre di più nei prossimi anni. Non molti se ne sono accorti, ancora impregnati dell’atmosfera che negli anni passati ha accompagnato le cronache della stampa occidentale da Kiev, ma l’Europa ha cambiato tono e registro e guarda all’Ucraina non più come una pedina da strappare all’influenza di Mosca nella ricomposizione del puzzle est-europeo, ma come partner possibile in una logica di integrazione con la Russia. In questo scenario Kiev perde gran parte della rilevanza geopolitica che le attribuiva l’America di Bush, torna in qualche modo a vivere all’ombra del più potente vicino ma può sperare di uscire dal tunnel nel quale si era (ed era stata) cacciata nella speranza che diventasse il baluardo più orientale del mondo nato dalla fine della storia. Quella scommessa è persa, oggi i rapporti di forza sono altri.

È al Cremlino che bisogna guardare, per capire se adesso Medvedev (e Putin) sapranno avanzare con cautela sul nuovo scacchiere che si va disegnando. Yanukovich, dal canto suo, si muoverà con un occhio ai suoi protettori economici, che hanno interesse ad allentare le tensioni con la Russia ma anche a non perdere di vista i nuovi mercati dell’Unione Europea. Nella loro strategia le due cose possono tenersi assieme e gli interessi sul gas possono riportare tutti allo stesso tavolo.

Due nodi restano sullo sfondo e possono influenzare gli sviluppi futuri. Il primo, la tentazione russa di recuperare l’Ucraina nello spazio economico post-sovietico, invitandola ad aderire al nuovo “mini-Comecon” appena nato fra Russia, Bielorussia e Kazakistan: uno scatto verso oriente che sbilancerebbe il presunto equilibrio che Yanukovich ha dichiarato di voler perseguire. Bisognerà capire verso quale direzione spingerà quel vento composto da pressioni esterne, interessi degli oligarchi, necessità ucraine. Il secondo, l’eredità della rivoluzione arancione, politicamente sperperata dai suoi eroi, eppure viva nel sentimento di libertà e di democrazia che ha ormai permeato gran parte della popolazione. Si compirebbe un errore di valutazione liquidando l’esperienza degli ultimi cinque anni alla luce del solo disastro politico. L’Ucraina è cambiata, nella coscienza dei suoi cittadini, soprattutto di quelli più giovani che rappresentano la componente urbanizzata e più dinamica del paese. Viaggiando in Ucraina in questi anni, l’impressione ricavata è che la società civile abbia ormai superato il punto di non ritorno. Sarebbe uno sbaglio madornale pensare che le lancette dell’orologio possano tornare indietro, senza che questo crei una nuova, virulenta reazione. Anche i nuovi governanti di oggi dovranno fare i conti con gli umori di una popolazione che, se non ha più voglia di indossare l’elmetto contro il pericolo russo, non intende neppure rinunciare alla lunga marcia verso l’Europa.

Pubblicato su Farefuturo Magazine