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LA GUERRA DI GUIDO

Guido Westerwelle sa di camminare sulle uova ma la cosa sembra quasi divertirlo. Da un paio di settimane ha preso di petto il tema più sensibile nella società tedesca, la sostenibilità dei sussidi ai disoccupati, con un crescendo di dichiarazioni e battute che hanno scosso l’apatica routine in cui è sprofondato il primo governo giallo-nero guidato da Angela Merkel (e di cui Westerwelle è vice-cancelliere).

Tutto è iniziato con un duro attacco al sistema di assistenza sociale collegato alla riforma del mercato del lavoro, noto con il nome burocratico di Hartz IV, sollevando un polverone di polemiche, i distinguo della Merkel e di parte degli esponenti della Cdu-Csu, le critiche più scontate delle opposizioni e una tonnellata di commenti velenosi sui giornali. Senza scomporsi e senza cedere alla consuetudine tedesca che vuole il ministro degli Esteri avulso dalle polemiche politiche interne, il leader liberale ha ancor di più alzato i toni, invitando i giovani che usufruiscono del sussidio a Berlino ad andare a spalare neve e ghiaccio dalle strade e dai marciapiedi per rendersi utili alla collettività. Ha preteso e ottenuto il dibattito in Parlamento, dove la maggioranza è apparsa divisa, con i liberali fermi a chiedere riforme e i cristiano-democratici impegnati in una melina di contenimento: tutti, tranne la ministra del Lavoro von der Leyen, esponente dell’ala sociale della Cdu, che ha ribattuto al suo collega punto per punto. E infine si è guadagnato la copertina del settimanale Spiegel che lo ha ritratto come un tempestoso “incredibile Hulk”, che mette sul tappeto un argomento serio con i toni sbagliati e populisti.

Il tema è caldo. L’Hartz IV rientra nel più vasto progetto di riforma del mercato del lavoro voluto dall’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder nel quadro dell’Agenda 2010. Venne realizzato da un gruppo di lavoro guidato da Peter Hartz, manager preso in prestito dal consiglio d’amministrazione della Volskwagen, che elaborò quattro capitoli di riforma entrati in vigore dal 2003 al 2005. È stato il pacchetto di riforma più consistente in Germania nell’ultimo decennio e, sebbene sia stato trasformato nel simbolo di un neoliberismo strisciante e sia costato all’Spd il grande gelo elettorale degli anni successivi, ha sbloccato l’asfittico mercato del lavoro tedesco consentendo un grande recupero della disoccupazione, passata dai 5 milioni del 2005 ai 3 milioni dello scorso anno: un calo costante, prima che la crisi globale invertisse la tendenza.

Il quarto capitolo, quello sugli ammortizzatori sociali, è stato però il più controverso, considerato da tutti come una coperta di Linus, troppo corta per chi era abituato ai larghi benefici del vecchio sistema, troppo lunga per chi avrebbe voluto riforme ancora più incisive. Westerwelle e i liberali sono tra questi ultimi. E hanno ripreso in mano la questione in conseguenza di due episodi. Il primo: di recente la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti dell’Hartz IV, in particolare il metodo con cui sono stati calcolati i sussidi sociali minimi che non garantirebbero a chi li percepisce uno stile di vita dignitoso e ha dato dieci mesi di tempo al governo per ricalcolare i sussidi di base, con evidenti nuovi problemi di copertura finanziaria nel caso questi dovessero essere corretti al rialzo. Il secondo: anche in conseguenza dello slittamento della riduzione fiscale promessa in campagna elettorale, il partito liberale appare in caduta libera nei sondaggi (dal 14 per cento delle elezioni di settembre si sarebbe passati oggi all’8 per cento) e necessita di un nuovo fronte sul quale ricompattare i propri elettori.

Westerwelle minimizza i sondaggi: «Non è serio seguire quotidianamente i presunti umori dei cittadini, si sa che la responsabilità di governo può essere impopolare sul breve periodo». Ma il problema esiste, al di là delle rassicurazioni di facciata, e il leader liberale è ripartito all’attacco sui temi economici e sociali dopo che per cento giorni si era dedicato sobriamente a calzare i nuovi panni felpati di capo della diplomazia. Contrapponendosi a coloro (la maggioranza, in verità) che interpretano il “ricalcolo” suggerito dalla Corte costituzionale come un aumento dei sussidi e facendosi scudo di alcune inchieste giornalistiche che evidenziano altre distorsioni dell’Hartz IV, Westerwelle ha detto: «Chi lavora deve guadagnare di più rispetto a chi non lavora. In un paese come la Germania devo poterlo dire. Tutto il resto è socialismo». L’aspetto paradossale è che spesso chi riceve i sussidi si ritrova in tasca più soldi di chi va a lavorare, una condizione che non spinge ad abbandonare l’assistenza per gettarsi in un nuovo lavoro, magari precario.

L’Spd lo accusa di voler abbattere le fondamenta del welfare state, rilevando come la disparità fra il guadagno di chi lavora e quello di chi beneficia dei sussidi dell’Harzt IV sia da imputare ai salari troppo bassi di molti impieghi e che la soluzione stia semmai nell’aumentare i salari minimi piuttosto che nel ridurre i sussidi. La cancelliera Merkel vive con un certo disagio il protagonismo del suo vice. Ma Westerwelle pensa di aver trovato la chiave giusta: «Sono sicuro di avere il consenso della maggioranza dei tedeschi. Mai scambiare l’opinione di qualche commentatore per quella dei cittadini».

Pubblicato sul Secolo d'Italia