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SCIOPERO GENERALE, IN GRECIA SALE LA TENSIONE

Aeroporti deserti. Spazio aereo chiuso. Scuole vuote. Treni bloccati. Navi ferme in rada. Siti archeologici con i lucchetti ai cancelli. E negli ospedali, pochi medici a presidiare solo i ricoveri di emergenza. Di questo passo, il primo paziente che rischia di bussare alle porte del pronto soccorso è proprio la Grecia. Secondo sciopero generale in due settimane. È la risposta del paese al piano di risanamento del nuovo governo socialista per cominciare a mettere un primo paletto di fronte al burrone che s’è spalancato di fronte.

Neppure un grande piano, a detta degli esperti. Più tasse, meno spese, blocco dei salari nel comparto statale, lotta all’evasione (l’eterna chimera). Ma all’Europa basterebbe almeno questo, per far finta di credere che la strada intrapresa sia quella giusta e mettere mano al pacchetto di aiuti promesso. Solo una goccia, nel mare ancora ignoto degli inferi ellenici. L’Europa deve aiutare la Grecia. Non può farne a meno, anche se nessuno ne avrebbe voglia. Ci va di mezzo l’euro, la stabilità di quel tanto che lega il continente, gli equilibri di ventisette paesi alcuni dei quali non se la passano poi tanto meglio di Atene. E ci vanno di mezzo le banche, che nell’ordalia del caos ellenico hanno ramazzato a man bassa crediti farlocchi e titoli fasulli. Specie quelle tedesche. Ecco perché l’Europa non può evitare di sborsare. E mentre il ministro delle Finanze di Berlino pubblicamente tuonava contro l’inganno greco a beneficio esclusivo dell’opinione pubblica di casa, nel chiuso delle sue stanze predisponeva il piano di intervento. Ma da Atene deve arrivare un segnale. Per ora è quello sbagliato.

I greci si sono spaventati per la crisi, ma l’impressione è che non abbiano ancora percepito quanto sia grave. Nelle ultime elezioni avevano bocciato il governo precedente, colpevole di aver allegramente ballato sul Titanic senza curarsi degli iceberg, ma avevano riposto nel socialista George Papandreou speranze sbagliate. Non vedevano in lui il riformatore necessario, ma il figlio di Andreas, il padre padrone del Pasok e della Grecia che aveva guidato con paternalistica indulgenza il paese negli anni Ottanta, aprendo e approfondendo quel solco di clientelismo assistenzialista e corruzione nel quale si è poi adagiato colpevolmente anche il conservatore Karamanlis. Tempi di vacche grasse, di dracma svalutata, di Stato generoso, di benessere artificiale, gonfiato, un doping per l’economia e per la società. Di fatto l’inizio della fine, anche se poi ci sono voluti trent’anni perché i nodi venissero al pettine.

Nel frattempo la Grecia si era anche illusa di aver dismesso per sempre i panni dell’eterna Cenerentola d’Europa. La leadership nei Balcani ritrovati, l’abbaglio di Salonicco terminale commerciale dell’Europa sudorientale, le luci dell’Olimpiade del 2004. Pure l’europeo di calcio, vinto con il catenaccio nello stesso anno, aveva creato la bolla di sapone di un paese rinato. Magia del football. Ma sulla schedina non è poi uscito né l’1 né l’X. Due fisso. Certo più di qualcosa era stato fatto, nel senso di modernizzare qualche infrastruttura. Atene respira un po’ dopo il varo di un’efficiente rete metropolitana. E la nuova autostrada che richiama il mito della Via Egnazia romana, ultimata tre mesi fa dopo anni di lavori e di moltiplicazione dei costi, oggi consente di arrivare in sei ore e mezza da un capo all’altro della Grecia del nord, da Igoumenitsa a Alexandroupoli: prima ce ne volevano più di dodici, oggi i tir bulgari e rumeni, turchi e macedoni (ma macedoni non si può dire!) la prediligono per i loro trasporti. Una scommessa commerciale e geopolitica, ma tutta ancora da vincere.

Perché poi su queste infrastrutture la Grecia dovrebbe farci camminare qualcosa di suo. La nuova autostrada è la metafora di un paese che non ha più industrie, che non produce quasi più nulla che meriti di essere esportato, che conquisti mercati e, soprattutto, che faccia salire quel maledetto indice della crescita, il vero totem di ogni paese indebitato. Se non c’è crescita non ci sono i soldi neppure per pagare gli interessi sull’enorme debito accumulato. Neppure per cominciare a tappare le falle. E allora gli aiuti di Bruxelles non serviranno a niente, forse neppure a salvare le imprudenti banche tedesche. Il governo di Papandreou deve fare di più. Deve approntare un piano di risanamento vero, credibile, efficace, per se stesso prima ancora che per tenere buoni gli europei. Lacrime e sangue, fine della società dopata: è stato bello ma anche irresponsabile, ora basta. Ma deve soprattutto convincere i cittadini, i lavoratori, i sindacati, gli impiegati pubblici. Invece ognuno sembra legato ai suoi privilegi, al proprio particulare, nella speranza che la ciambella dell’Europa possa bastare. Ma la storia del Titanic insegna: se si naufraga, le ciambelle sono poche e alla fine si salvano solo i più furbi.

Pubblicato su Farefuturo Magazine