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GRECIA, ULTIMO BALLO SUL TITANIC

I caffè sul lungomare di Salonicco traboccano di giovani a ogni ora del giorno. Difficile trovare un posto libero. Appollaiati sugli sgabelli o distesi su soffici divani, sorseggiano infiniti frappè di caffè e latte freddo raccontandosi per ore l’intera vita, come si fossero rivisti appena oggi dopo dieci anni di lontananza. Voci ritmate secondo una metrica che rimanda alle lezioni di greco antico ai tempi del liceo competono coi decibel della musica pop sparata ad alto volume dalle casse stereo. Tutto si mescola, suoni, gesti, smorfie, risate, a comporre un sottofondo di chiacchiericcio e allegria che vorrebbe tenere i problemi del momento fuori dalla porta.

«Non lasciarti influenzare dall’apparenza», invita Eleni, una giovane medico fresca di laurea e di praticantato «la crisi c’è, solo che noi greci siamo fatti così, la vita continua e forse, anche questa ostentata euforia è un modo per esorcizzare i drammi che abbiamo di fronte». Sarà, in fondo noi italiani non siamo poi tanto diversi, una faccia una razza. Però uno s’imbarca su un traghetto d’inverno, rende lo stomaco a Dio in una traversata movimentata, macina chilometri di autostrada zigzagando fra tir albanesi, bulgari e turchi per arrivare sul lungomare di Salonicco, la seconda città della Grecia, con l’idea di raccontare dal vivo la più grande crisi economica del paese dal dopoguerra. E quello che trova è una baldoria continua, la parodia di un Titanic dissennatamente in rotta verso l’iceberg.

«In effetti», aggiunge Petros, un altro giovane medico appena rientrato da un praticantato in Germania «se vuoi rimanere sul folklore, uno spunto ci sarebbe: da quando è iniziata la crisi i locali di buzukia, quelli che suonano musica popolare fino alle prime luci dell’alba, dove per tutta la notte si beve vino e whisky ballando sui tavoli, hanno ridotto l’apertura al fine settimana e dalla domenica al giovedì chiudono i battenti». Capita l’antifona. La crisi non fa folklore. I palazzi non crollano, le strade non si svuotano, gli indigenti non invadono le piazze. La crisi non è una valanga di fango che tutto travolge. Ai tempi dei mercati globali, dei debiti di Stato, della corruzione politica e delle speculazioni finanziarie, la crisi è un veleno sottile e invisibile come le polveri degli scarichi delle auto che ingolfano le arterie di questa città. Ne parlano i giornalisti, i politici, gli economisti riempiendo di cifre e paure le pagine dei giornali e i talk-show in tv, ma tu non la vedi e neppure la senti. Almeno, non ancora.

Per il momento, fra la gente, è uno stato d’animo, soprattutto di frustrazione. Verso i politici, che hanno truccato le cifre. Verso l’Europa, che si spera venga in aiuto ma che si sta mettendo sotto i tacchi l’orgoglio greco con quella sua pretesa di giudicare e controllare. Verso i banchieri, che non potevano non sapere. Ma la consapevolezza che la crisi, questa crisi strutturale, metta sul banco degli accusati un’intera comunità con i suoi comportamenti e le sue abitudini, e anche quella società civile che si vorrebbe pura e onesta a cospetto di una società politica impura e corrotta, questa consapevolezza ancora non c’è. Forse è per questo che tutto continua come sempre. «Li vedi», mi dice Dimitrios, un giovane tecnico musicale, indicando gli studenti ammassati nei caffè, «sono tutti impegnati a spendere i soldi dei loro genitori. Sono qui, ciondolano all’Università, muovono la piccola economia locale della città con il denaro ricevuto da casa, in attesa di finire gli studi e diventare disoccupati». Forse Salonicco non vive di soli studenti ma tante altre medie e piccole città di questa Grecia settentrionale, che assomiglia più ai Balcani che alla Grecia classica delle cartoline turistiche, sì. È stata una scelta politica: ravvivare questa lunga striscia di Grecia conquistata all’Ellade poco meno di un secolo fa disseminandola di piccole università. Ogni centro di almeno 40mila abitanti ha la sua sede con facoltà e professori: Ioannina, Kozani, Xanthi, Komotini, Alexandroupoli. E migliaia di studenti che le vivacizzano, creando una piccola economia urbana per i proprietari di caffetterie, taverne, fast food, case da affitto. Con i soldi dei genitori. Il problema è che quando gli studenti finiscono gli studi non trovano sbocchi, difficilmente entrano nel tessuto economico delle stesse città universitarie: più che un circuito virtuoso si è creato un corto circuito.

Più ti addentri nelle pieghe di questa società greca non troppo dissimile dalla nostra, più trovi gli inghippi. E capisci che la crisi non è solo questione di cifre e bilanci ma di teste. Comprendi che la politica ha potuto agire in quel modo – corruzione, clientelismo, assistenzialismo – anche perché la società glielo ha permesso. E, forse, glielo ha chiesto. Da qualche settimana è partita una curiosa caccia allo scontrino fiscale. E’ una prima mossa per iniziare a mettere sotto controllo l’enorme evasione fiscale. Per detrarre le spese dalle tasse, ora si dovranno mostrare le ricevute fiscali. Fino ad ora andava diversamente, si dichiarava una cifra forfettaria senza uno straccio di prova e chi s’è visto s’è visto. La lotta all’evasione è il primo ridotto di tutti i governi che non sanno che pesci prendere: si prevedono rientri non quantificabili, spesso sovradimensionati, che servono a coprire una parte delle falle di bilancio alla voce delle entrate. Ma ora serve di più, l’Europa, prima di aprire i cordoni della borsa, pretende di più. E’ in gioco la sopravvivenza dell’euro ma anche la credibilità del nuovo governo socialista dopo che il precedente esecutivo ha portato il paese sull’orlo del baratro non solo perché ha sbagliato i conti ma soprattutto perché li ha truccati. Rientro al tre per cento del rapporto deficit/pil entro tre anni dalla quota del 12 e passa cui è scivolato oggi. E questo in tempi di recessione. C’è una sola strada e si chiama lacrime e sangue. Tagli alla spesa, blocco dei salari pubblici, aumento della produttività, fine del lassismo. Misure concrete misurabili ogni tre mesi dal gruppo di controllo di Bruxelles: uno smacco per un paese che ha creduto sino a ieri di essersi buttato alle spalle il destino di Cenerentola e di essere diventato la locomotiva dei Balcani.

Il premier Ghiorgos Papandreou, ultimo rampollo di una delle due dinastie che reggono questa strana democrazia greca, ha promesso di farlo cominciando dal congelamento dei salari pubblici ma intanto le parti sociali sono entrate in sciopero. Fermi gli aerei, chiuse le scuole, limitati alle emergenze gli ospedali, a singhiozzo servizi pubblici come trasporti e burocrazie. Sarà dura, se manca il consenso. Una società cresciuta oltre le proprie possibilità difficilmente abbandona i vecchi vizi. E in Grecia la violenza sembra essere tornata di casa da un bel pezzo, a cominciare dalle formazioni anarchiche e di estrema sinistra che da un anno mettono a ferro e fuoco le strade di Atene e a quelle di estrema destra che hanno individuato negli immigrati i capri espiatori del disastro.

Il guaio è che le misure che serviranno a dare a Bruxelles l’impressione che questa volta si farà sul serio andranno a colpire il ceto medio, che è quello maggiormente cresciuto all’ombra del clientelismo politico. Raccomandazioni, stipendi elevati, bassa produttività, corruzione sono stati in gran parte il carburante della nuova borghesia greca, ingrassata fin dagli anni Ottanta del precedente Papandreou, Andreas. E che ha continuato a pascolare nella stesse praterie anche sotto il governo di destra di Kostas Karamanlis, nonostante questi avesse promesso un’altra politica. E il ceto medio è l’architrave di un paese, una spina dorsale delicata da manipolare, pericolosa quando si sente minacciata. Servirebbe un discorso chiaro e forte, una grande presa di coscienza collettiva. Siamo in Grecia, servirebbe una catarsi e forse un grande spavento, come avvenne in Italia durante la grave crisi del 1992. Ma per ora non sembra aria. I caffè sono sempre pieni di studenti e gli aeroporti e gli ospedali vuoti per gli scioperi.

Pubblicato sul Secolo d'Italia