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IL FALÒ DELLE VANITÀ UCRAINE

Il primo voto libero dell’Ucraina è stato un successo diretto della rivoluzione arancione che cinque anni fa, in nome della libertà e della democrazia, aprì una nuova era politica. Ma la storia è una somma di paradossi. Così il primo voto libero dell’Ucraina è anche quello che manda definitivamente in pensione quella stessa rivoluzione arancione.

Di precedenti illustri sono pieni gli archivi. Nel 1945, gli elettori britannici riservarono al Winston Churchill che aveva sconfitto Hitler un amaro benservito: aveva vinto la guerra più dura della storia inglese ma gli inglesi non volevano più sentire parlare di guerra. «Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi», chiosava un eccentrico come Bertold Brecht. Devono averlo riletto anche a Kiev: ottenuta la democrazia, gli ucraini si sono sbarazzati degli eroi arancioni. Così ad aprire una nuova stagione è quello stesso Viktor Yanukovich che cinque anni fa dovette soccombere alla rabbia della piazza dopo aver strappato una vittoria colma di brogli. L’uomo dell’est, l’amico di Mosca, il burattino degli oligarchi si è trasformato sotto le cure di spin doctor americani (altro paradosso) nel vendicatore delle illusioni perdute al falò delle vanità dei rivoluzionari di un tempo. E adesso il ruolo di chi urla la propria impotenza tocca a lei, a Julia Tymoshenko, la pasionaria imborghesita nelle stanze del potere, che non concede la vittoria e s’infila nel tunnel senza uscita dei ricorsi elettorali. Ma questa volta il voto è stato pulito, come hanno certificato tutti i controllori arrivati dall’estero. Pulito e complesso, da leggere e interpretare, come accade in ogni democrazia che si rispetti, anche se l’Ucraina ha ancora tanta strada da fare per raggiungere uno standard europeo.

Ottenuta la libertà, gli ucraini l’hanno utilizzata per cercare una cosa che ancora non hanno: una buona economia. Hanno votato il nuovo presidente pensando ai soldi e alle pensioni, al lavoro e alla sicurezza sociale, anche se proprio su questi temi il presidente può suggerire e proporre ma poi tocca al governo prendere le misure necessarie. Tuttavia, quel po’ di contenuto che è sopravvissuto ad una campagna elettorale tutta giocata sulle rivalità personali e regionali si è concentrato sui temi economici. Tanto più che l’Ucraina è uno dei paesi che balla da qualche mese sul filo della bancarotta. Che con Yanukovich e le sue ricette tardo-socialiste gli elettori abbiano trovato la soluzione giusta è tutto da vedere. Ma che il paese non ne potesse più della spericolata guida della coppia Jushchenko-Tymoshenko, appunto gli eroi della rivoluzione arancione, era cosa nota non solo ai sondaggisti. In cinque anni il paese è uscito dalla bolla speculativa di un’economia drogata nella quale i ricchi sono diventati più ricchi e tutti gli altri, cioè la maggioranza della popolazione, è scivolata a livelli che rasentano l’indigenza. Quando la festa è finita e i conti sballati sono venuti a galla, l’Ucraina ha dovuto chiedere aiuto all’Europa e al Fondo monetario internazionale, istituzioni disposte – anche per loro interessi – a gettare la ciambella di salvataggio solo in cambio di profonde riforme economiche e politiche.

Ma gli anni elettorali sono i meno indicati per lanciarsi in riforme che rimettono in discussione i privilegi acquisiti e Julia Tymoshenko ha in fondo pagato questa mancanza di coraggio: con in testa l’unico obiettivo di diventare presidente, la bionda pasionaria ha preferito attendere, gestire l’esistente, recuperare le fughe in avanti compiute con il vicino russo e puntare ancora sulla retorica della rivoluzione. Appunto, di retorica gli ucraini ne avevano fin sopra i capelli e se la politica non offre loro soluzioni utili per rimettere il paese in marcia, la libertà ritrovata gli permette almeno di punire chi tradisce le aspettative.

Restano tuttavia grandi inquietudini per il futuro. La stretta vittoria elettorale di Yanukovich (tre punti percentuali e mezzo, poco più di mezzo milione di elettori, in soldoni gli abitanti di due quartieri di Kiev) dimostra che il paese è ancora profondamente diviso tra la sua metà occidentale e quella orientale. Oggi prevale l’est, ma di una tacca. La Tymoshenko prevale in un numero maggiore di distretti, Yanukovich vince nei suoi con più distacco ed è qui che consolida il suo vantaggio: non potrà comunque giocare il ruolo del presidente di tutti. Servirebbe un grande accordo istituzionale, capace di mettere assieme due mondi politici e geografici, di smussare le differenze, di mettere fine a una repubblica ibrida che non è né presidenziale né parlamentare, di riformare la costituzione in modo che la politica possa offrire stabilità e non incertezza. Ma le condizioni non ci sono. La piazza centrale di Kiev è ancora una volta il teatro esclusivo dei vincitori: ieri c’erano le bandiere arancioni, oggi garriscono quelle blu del partito delle regioni. Guelfi e ghibellini in versione ucraina. Gli un contro gli altri armati, di slogan, di veleni, di recriminazioni, di speranze pronte ad essere deluse il giorno dopo.

Manca la cultura della sconfitta, nessuno prende sul serio la responsabilità del ruolo di opposizione. Chi vince ride, prende tutto, annienta l’avversario. La scelta della Tymoshenko di non concedere la vittoria preclude ogni accordo pulito alla luce del sole e prepara la strada al conflitto eterno o – cosa già vista – a un compromesso di interessi. Yanukovich può giocare un’altra carta: cercare alleati in parlamento e varare un nuovo governo mettendo a capo un leader nuovo, capace di rassicurare la metà occidentale che si sente sconfitta. Il problema è che questo leader nuovo non si vede, che Yanukovich non ha in mano le chiavi neppure del suo stesso partito, che il suo entourage spinge per portare a termine la vendetta e che nel fondo limaccioso della politica ucraina continuano a muoversi più oligarchi che politici. A Kiev la rivoluzione è finita ma non è ancora giunto il momento di andare in pace.