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MORTE DI UNA RIVOLUZIONE

Morta e sepolta. A cinque anni. La rivoluzione arancione ha avuto vita breve, intensa e turbolenta. A dire il vero è nata e morta sulla Maidan, la piazza simbolo di Kiev e della vittoria effimera del duo Yushchenko-Timoshenko su Victor Yanukovich - allora considerato l’autore del brogli e il mandante dell’avvelenamento alla diossina che ha segnato per sempre il volto dell’ormai ex capo di stato - già nella primavera del 2005. Poche settimane dopo le tende in piazza e l’euforia di mezza nazione la realtà aveva portato l’Ucraina con i piedi per terra. Nessuna illusione, con una classe politica del genere, nessuna rivoluzione, nessun cambiamento.

Il voto di domenica da cui esce vincente Yanukovich non fa altro che confermare che il Paese è alla disperata ricerca di stabilità e che i cinque anni trascorsi sono stati il fallimento politico di una classe dirigente che ha camminato sui falsi binari, commettendo un errore dietro l’altro, in politica estera come in quella interna. Non si tratta solo della fretta e dell’insistenza ottusa di Yushchenko verso la Nato e dei conflitti inevitabili con il Cremlino, ma soprattutto dell’incapacità di affrontare un percorso lineare di progresso politico ed economico nazionale, distaccandosi dai caratteri rigidi e deleteri del sistema oligarchico.

Il tonfo di Victor Yushchenko al primo turno, poco più del 5 per cento, una specie di record mondiale in negativo per un presidente alla ricerca del prolungamento del proprio mandato, è stato il simbolo di un disastro completato con il fallimento della Timoshenko. Anche se la bionda eroina della rivoluzione ha annunciato gravi manipolazioni e non si dà ancora per vinta, Yanukovich sarà il successore di Yushchenko.

A urne ancora aperte il premier in carica aveva annunciato irregolarità e la volontà di non riconoscere il risultato di oltre mille sezioni nelle quali i suoi rappresentanti sarebbero stati esclusi dai locali. Un richiamo non solo alla piazza, ma anche ai tribunali. Ma i giudizi positivi degli osservatori internazionali sullo svolgimento generale delle elezioni - il presidente dell’Assemblea parlamentare dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) Joao Soares ha parlato di “suggestivo spettacolo di elezioni democratiche” sottolineando che “per chiunque in Ucraina queste elezioni sono state una vittoria” e che „è ora per i leader del paese di ascoltare il verdetto del popolo e assicurare una transizione pacifica del potere - hanno evidentemente consigliato alla battagliera Tymoshenko di inserire la retromarcia.

Intanto Yanukovich, che appena dopo la chiusura dei seggi e la diffusione dei sondaggi che lo davano chiaramente in testa aveva annuncianto „l‘apertura di una nuova pagina nella storia del Paese“ e affermato che „abbiamo perso molto tempo negli ultimi cinque anni e il nostro compito è ora quello di dare nuovi impulsi all‘economia, modernizzare l‘industria e migliorare il tenore di vita degli ucraini“ - ha invitato la Tymoshenko a preparare le valige e lasciare la poltrona di primo ministro.

Brutta botta per l’ex principessina del gas e pasionaria in arancione, in campagna elettorale convertitasi al putinismo, che invece di compiere l’ennesima impresa e recuperare lo svantaggio del primo turno è costretta a lasciare il posto a colui che aveva definito “un rappresentante dei circoli criminali e dell’oligarchia”. Ma il collasso è solo farina del suo sacco: Victor Yanukovich non è certo un’animale politico, per quantificare il suo carisma basta uno zero, era già finito cinque anni fa dopo il ribaltone rivoluzionario. Farlo resuscitare in questo modo è un’impresa che pochi sarebbero riusciti a compiere.

Eppure è proprio questo che è successo: il duo Yushchenko-Timoshenko ne ha combinate talmente tante che i disperati ucraini si sono aggrappati pur di cambiare a un soggetto come Yanukovich. E sono in molti, non solo gli oligarchi che hanno puntato su di lui e sul probabile futuro premier Sergei Tigipko, a fregarsi le mani. Al Cremlino sorridono, pensando che quello che cinque anni fa era stato tacciato di essere un burattino di Putin, accusato di aver falsificato le elezioni e aver organizzato una cenetta avvelenata, torna ora al potere in maniera considerata democratica anche in occidente.

(Pubblicato su Limes)