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IL BLUFF ARANCIONE

Qualcosa a Kiev non funziona. Se da un lato non ci fosse stato il Fondo Monetario Internazionale con l’iniezione di qualche miliardo di dollari e dall’altro Gazprom non avesse fatto qualche passo (non certo disinteressato) verso la praticamente fallita Naftogaz l’Ucraina sarebbe già uno stato in default. Ora il primo turno delle elezioni presidenziali ha spazzato via il simbolo della rivoluzione arancione: il presidente Victor Yuschenko, che dopo cinque anni al vertice del paese non è riuscito non solo a difendere il proprio mandato, ma ha subito un tracollo di quelli che non si dimenticano. Di immagine, di voti, di potere. Di più.

Il vincitore della prima tornata è nientemeno che Victor Yanukovich, colui che cinque anni fa aveva vinto il duello, poi - accusato di brogli e di essere in sostanza il mandante del misterioso avvelenamento alla diossina del suo rivale - aveva perso la battaglia finale, cedendo il posto alla coppia in arancione Yuschenko-Yulia Timoschenko. Uno alla presidenza l’altra sulla poltrona di primo ministro. Cosa è successo in questo quinquennio? Cosa ha portato la maggioranza degli ucraini a disarcionare l’eroe della Maidan e a votare in massa per il presunto avvelenatore? Come è possibile che il vincitore di cinque anni fa non sia riuscito a racimolare che qualche briciola e il quasi attentatore stia per arrivare alla presidenza? E se non ci sarà Victor Fedorivich, sarà comunque il turno di Yulia, oramai una sorta di Putin in gonnella (ma questa è un’altra storia…).

Qualcosa è andato storto dentro e fuori l’Ucraina, quando la rivoluzione arancione del 2004 è stata declinata come la vittoria dei democratici filo-occidentali contro gli adepti dell’autoritarismo filorusso; quando Yushchenko é stato presentato come l’uomo nuovo, il salvatore della patria, l’unico in grado di condurre riforme; quando Yanukovich é stato descritto come il burattino del Cremlino, la personificazione del male, esponente di un conservatorismo retrogrado e per di più imbroglione. La verità è che questa versione pur piaciuta a molti ingenui con i paraocchi (la stragrande maggioranza dei mainstream media occidentali e buona fetta dell’elite politica appiattita tra Washington e Bruxelles) non era esattamente corrispondente alla realtà. E chi allora si è fatto incantare dalle bionde trecce della bella Yulia ci ha messo un po’ del suo.

La rivoluzione arancione un bluff? In larga parte, si. Sono i cinque anni della presidenza Yuschenko a decretare la sentenza, anche per quelli che all’inizio hanno creduto alle favole. Oggi come ieri, l’Ucraina è un paese in lenta e confusa transizione: un processo iniziato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la conquista dell’indipendenza, proseguito sotto la presidenza di Kravchuk e Kuchma. A scatti, un passo in avanti e un paio indietro, tra luci e ombre. Il regime change del 2004 non ha certo dato la svolta. Anzi, ha tradito non solo le promesse, ma manche le speranze. Non è cambiato il sistema di potere, non è cambiata la forma. La rivoluzione in realtà non c’è stata e per questo non ha senso parlare oggi di restaurazione.

Ed ecco perché il colore di moda ora è il blu e non l’arancione. Il problema è che la classe politica non ha saputo riformare se stessa e non ha trovato la chiave per uscire dai due fondamentali corto circuiti che frenano il processo di democratizzazione: la deleteria dipendenza del potere politico da quello economico e la problematica architettura costituzionale, bloccata a metà tra presidenzialismo e parlamentarismo. L’oligarchia da una parte e l’inefficienza del sistema politico sono le due palle al piede dell’Ucraina sulla strada per diventare un paese normale.

Chiunque uscirà vincitore dal secondo turno non dovrà e non potrà fare a meno di affrontare le due questioni, se non vorrà far precipitare il paese nel baratro. Tanto più che l’Fmi da una parte e Gazprom dall’altra non sembrano aver intenzione di allentare i cordoni della borsa. Dopo il 7 febbraio si vedrà se qualcosa a Kiev comincerà a funzionare davvero. Anche se le premesse, con la sfida tra Yanukovich e Timoshenko mediata dal quasi homo novus Sergei Tigipko, non sono le migliori.

(Pubblicato su Limes)