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LAUSITZ, DALLE MINIERE AL TURISMO

Nel puzzle delle rivoluzioni dell’autunno 1989 trovano spazio milioni di donne e uomini. La catena umana nei paesi baltici, le manifestazioni operaie di Danzica e Varsavia, le fughe a ovest dei tedeschi orientali e le Montagsdemonstrationen di Lipsia e Dresda, Magdeburgo e Berlino Est, gli studenti nella piazza San Venceslao di Praga, i lavoratori nelle strade di Timisoara e Bucarest, la folla di ungheresi ai funerali postumi di Imre Nagi, gli studenti dell’università di Tirana, la silenziosa marea nelle piazze di Sofia. Vent’anni dopo le loro storie si intrecciano in una gioiosa e confusa sinfonia della memoria. Le speranze di allora, realizzate o deluse, la vita di oggi divisa fra la fatica quotidiana di adattarsi a un mondo nuovo e i progetti futuri. A scovarle e raccontarle c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Una storia che può essere emblematica ci ha portato nella regione del Lausitz, ex distretto minerario nell’angolo sudorientale della vecchia Ddr, stretto fra le immagini luccicanti di Dresda e la vasta pianura polacca. Siamo nella marca di Brandeburgo, che ispirò la malinconia di Theodor Fontane alla fine dell’Ottocento, uno dei vecchi Länder della Germania orientale che le politiche industriali centralizzate avevano destinato alla produzione di carbone. È una delle aree più povere della nuova Germania unita, disoccupazione oltre i livelli di guardia, spopolamento, deindustrializzazione. L’Europa ha conosciuto altre storie simili: l’Inghilterra operaia di Liverpool e Newcastle, il distretto tedesco occidentale della Ruhr, le aree minerarie del Belgio e della Francia, racconti finiti nei film di Ken Loach con la classe operaia che non va in paradiso ed è costretta a reinventarsi lavoro e futuro. Come il cinquantenne Nadebor che ci dà il benvenuto di fronte a un gigantesco ponte orizzontale di acciaio, illuminato da sobrie luci gialle, blu e rosse. È uno spettacolo affascinante. Ha un nome che sembra titato fuori da un film di fantascienza, Abraumförderbrücke F60 e serviva a trasportare il carbone estratto nella zona. Iniziarono a costruirlo nel 1988, poi cadde il muro e i lavori rallentarono per un po’. Fu completato nel 1991, tre anni dopo: 502 metri di lunghezza (182 più della torre Eiffel coricata), 80 di altezza, 240 di larghezza. Entrò in funzione nel marzo dello stesso anno ma la sua vita operaia durò poco: quindici mesi dopo fu fermato, la crisi del settore metteva al tappeto anche questo gigante d’acciaio. E così anche Nadebor perse il suo lavoro, come tanti qui nella zona, spiazzati da quel mercato che tagliava produzioni e uomini non concorrenziali. Nadebor si commuove ancora sotto il casco da minatore con cui ci accompagna su e giù per questa giostra industriale, ma nove anni dopo un gruppo di lavoratori trovò il modo di continuare a vivere e guadagnare con l’Abraumförderbrücke F60. Crearono un’associazione e decisero di puntare sul turismo. «Il ponte è l’unico ancora esistente di cinque strutture simili che vennero costruite sotto la Ddr. Ma il nostro F60 non doveva essere abbattuto. Le autorità ci hanno dato il permesso di provarci a un patto: che riuscissimo a raggiungere almeno 25mila visitatori l’anno». Nadebor, che un tempo sapeva solo darci sodo con le chiavi inglesi, ha imparato l’arte dell’intrattenimento. Allunga la pausa, strabuzza gli occhi e poi rivela con consumata sorpresa: «Quest’anno abbiamo superato gli ottantamila». La scommessa è vinta, gli ex operai fanno i ciceroni ai turisti che accorrono e l’indotto ha premiato anche albergatori e ristoratori della zona: come nelle favole, c’è anche il lieto fine.

Trenta chilometri più a sud, Frau Mietke attende il nostro arrivo infagottata in un cappotto di lana sulle rive del lago di Partwitz. È uno dei laghi artificiali più grandi del Brandeburgo, al confine con la Sassonia, la regione del miracolo economico dell’est. Ma da questo lato l’atmosfera non sembra così dinamica e la sfida di Frau Mietke si presenta in tutta la sua difficoltà. «Quando il muro è caduto, la felicità per la libertà ritrovata è durata poco, io e mio marito ci siamo ritrovati da un giorno all’altro senza il posto di lavoro», dice senza rabbia e senza rimpianto. «Sapevamo che un amico vendeva un camion, lo abbiamo acquistato e ci siamo messi a fare piccoli trasporti. Poi abbiamo venduto il camion e investito in un vecchio casolare». Il casolare è diventato un centro di equitazione con ristorante annesso, frequentato da famiglie e appassionati, piuttosto noto nella zona: «È un piccolo successo imprenditoriale. Quando lo abbiamo preso avevamo molti dubbi che potesse funzionare, ci siamo dati da fare e abbiamo creduto al futuro turistico di questa area». Visto che il galoppatoio funzionava, Frau Mietke e suo marito hanno deciso di puntare sul lago. La regione ha messo in cantiere un progetto ambizioso: realizzare un collegamento fra i vari laghi della zona, sviluppare le infrastrutture turistiche, rinforzare l’offerta ricettiva e ampliare il centro di equitazione per ospitare gli allenamenti delle squadre nazionali. Frau Mietke e il marito non si sono tirati indietro e hanno investito i loro risparmi nel primo appartamento per turisti direttamente sul lago: un cubo di legno e vetro che pare appena uscito da un catalogo di architettura di design. «È solo il primo di una serie di insediamenti che dovrebbe sorgere lungo questa ansa del lago. Certo, da soli non ce la facciamo, per dar corpo al progetto abbiamo bisogno di investimenti da parte di società immobiliari solide. Però l’idea funziona, l’appartamento  è affittato fino alla prossima estate».

Chi ha già vinto la scommessa di un hotel sul lago è un buffo settantenne pieno di entusiasmo ed energia. La cosa curiosa è che il lago non c’è ancora. Lo puoi vedere sulle carte del progetto degli architetti, con le sue insenature azzurre e i moli per la nautica da diporto. Poi volgi lo sguardo sulla vallata e resti incantato dal paesaggio marziano di questo ex sito minerario del Lausitz, difficile da pronunciare: Großräschen. L’eroe locale si chiama Gerold Schellstende e ha due particolarità. La prima è che viene dall’ovest, precisamente da un altro luogo malinconico e desolato, la brughiera di Lüneburg, a sud di Amburgo. La seconda è che ha portato in questo spicchio di Marte sulla Terra un’irresistibile ventata di ottimismo: «Sono arrivato qui per caso poco dopo la caduta del muro e mi sono innamorato di questa gente. I tedeschi dell’est avevano case antiche e mobili vecchi. Ho pensato: la prima cosa che vorranno fare è rinnovare le loro abitazioni». E ha creato dal nulla un grande magazzino di vendita all’ingrosso prima che Ikea distendesse i propri tentacoli anche da queste parti. «È stato un grande successo, nel mio magazzino arrivavano da tutta la Germania est, per anni hanno gonfiato il mio portafoglio. Così ho deciso di restare qui e di restituire un po’ del denaro che mi avevano dato. Ho creduto nel progetto del lago e ho ristrutturato un vecchio palazzo nobiliare fondando il Seehotel, l’albergo sul lago che verrà». Ci crede davvero? Guarda sornione e dice: «Vivrò ancora a lungo, il lago lo vedrò di sicuro».

Pubblicato sul Secolo d'Italia