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1989, LE NOTTI TORBIDE DI TIMISOARA

Quando entra in scena l’ultimo bastione del comunismo, quel che esce dal vaso di Pandora rumeno sembra un mondo d’altri tempi. Di Bucarest s’erano perse le tracce, da quando negli anni Sessanta e Settanta Ceausescu veniva lodato e riempito di crediti da tutti i solerti leader occidentali, Nixon in testa, che scambiavano la sua politica opportunistica per un coraggioso percorso autonomo da Mosca. Sotto gli interessi e i miraggi, il comunismo rumeno era degenerato in un sultanato.

Tutto dipendeva dalle bizze della coppia presidenziale, Nicolae ed Elena, lui «il Genio dei Carpazi» e «il Danubio del pensiero», lei «la fiaccola del partito» e «la saggia di grande nomea», per usare appellativi, fra i più sobri, con cui venivano celebrati dai poeti di corte. Avevano inventato «il socialismo in una sola famiglia», parenti ovunque a presidiare i cardini di un sistema di potere che aveva stremato il paese oltre ogni limite di immaginazione. Niente riscaldamento nelle case, niente cibo nei negozi, salari di fame, controllo ossessivo su tutta la popolazione: la Securitate non aveva nulla da invidiare alla Stasi, anche il possesso di una macchina da scrivere doveva essere registrato negli archivi. Di società civile neppure a parlarne, di opposizione neppure l’ombra.

La scintilla, anche in questo caso, scoppia in parrocchia, a Timisoara, cittadina del Banato al confine con l’Ungheria. Il caso riguarda il pastore protestante della minoranza ungherese Laszlo Tökes che le autorità vorrebbero trasferire altrove. I fedeli si ribellano, Tökes tiene duro e rifiuta, la comunità calvinista organizza una veglia di preghiera la notte del 15 dicembre. È una sfida di eccezionale audacia al regime e anche alle gerarchie ecclesiastiche legate a doppio filo con Ceausescu. All’ennesimo rifiuto del pastore, il vescovo si rivolge alla polizia segreta che stringe d’assedio la chiesa, minaccia il parroco e anche i fedeli che però non desistono, anzi aumentano e si arricchiscono di seguaci delle altre confessioni che costituiscono il crogiuolo religioso ed etnico di questa città di confine: protestanti tedeschi e ortodossi rumeni affiancano i calvinisti ungheresi. Il 17 dicembre, quando calano le ombre della sera, migliaia di persone si radunano attorno alla chiesa di Tökes, accendono le immancabili candele, iniziano le preghiere e poi scandiscono slogan per la libertà e contro il regime. È l’inizio. E forse anche la fine.

Da questo momento le trame si intrecciano, le storie si confondono, i ruoli di mescolano. La rivolta prende piede, la repressione pure. Ma piazza e palazzo, Timisoara e Bucarest, giocano una partita che, a vent’anni di distanza, resta ancora avvolta nel mistero di un passato mai del tutto chiarito. La notte trascorre inquieta, fra gente che non smobilita, nomenklatura di regime che pianifica la reazione, opposizione di regime alla nomenklatura che trama nell’ombra. E spezzoni della Securitate che non si capisce più da che parte stiano. Di sicuro non da quella del popolo che si ritrova a giocare due parti, una fittizia da protagonista, l’altra reale, da comprimario. Gli idranti entrano in funzione, i getti d’acqua gelano i dimostranti ma non li disperdono. Timisoara è incontrollabile, si teme la diffusione del contagio, in tutto il paese si ascoltano le frequenze clandestine di Radio Europa Libera che trasmette da Monaco di Baviera e delle radio di Budapest e Belgrado. L’informazione buca il cordone sanitario, nonostante i confini siano stati chiusi: interrotti i collegamenti stradali e ferroviari, bloccati a terra gli aerei, fermate le chiatte sul Danubio. Inizia la mattanza, si dice, la piazza di Timisoara sembra Tien An Men, dai terrazzi cecchini invisibili sparano sulla folla. Ma anche ora, sotto i colpi di fucile della Securitate, il copione è contraffatto. Si sparge la voce che i morti siano centinaia, migliaia. Al confine si accalcano i fuggiaschi che raccontano storie terribili, in gran parte figlie della concitazione. Intanto Ceausescu è volato a Teheran, in visita di Stato. Anche lì non starà tranquillo, tanto che per la prima volta nella sua vita dovrà ad un certo punto affrettare gli impegni e rientrare in anticipo. Sarà il 20 dicembre e nel frattempo le piazze saranno piene a Oradea e Arad, Brasov e Cluj, Craiova e Bucarest. In queste ore lo accompagnano i sospetti più cupi, uno su tutti: Gorbaciov lo ha mollato.

Ma è a Timisoara che la verità si nasconde dietro trame che nessuno può ancora decrittare, qui si costruisce lo scenario di cartapesta dietro il quale la rivoluzione di popolo viene trasformata in un colpo di Stato interno. Bisognerà attendere la fine dei Ceausescu per poter entrare in Romania e guardare con i propri occhi. Lo fanno alcuni giornalisti da giorni accampati nelle retrovie jugoslave. Tra loro c’è Paolo Rumiz, allora inviato del Piccolo, oggi di Repubblica e uno dei più apprezzati scrittori di viaggio con la passione per l’est. Arriva a Timisoara, cerca le testimonianze del massacro, si parla di oltre 4mila morti, e le trova. In periferia, da un avvallamento che sembra una fossa comune, spuntano i corpi di uomini e donne trucidati. Scrive Rumiz: «Sul ventre di una madre senza nome hanno posato un feto che sembra dormire dolcemente, miracolosamente intatto […] un vecchio col viso indurito dalle rughe che digrigna i denti, mormora Ceausescu, Ceausescu come se masticasse quel nome […] tu sei là a cercare belle frasi, mentre solo il silenzio avrebbe senso». È un falso. I corpi sono stati messi lì apposta, scongelati dalle celle frigorifere dell’ospedale civile. E solo la Securitate aveva le chiavi di quelle celle. La grande mistificazione si è intrufolata tra la rabbia cieca dei rumeni e, attraverso la manipolazione dell’informazione, si è scatenata contro Ceausescu. Rumiz ricostruirà con onestà anni dopo i retroscena della mistificazione di Timisoara in un libro sulla guerra civile in Jugoslavia. Benvenuti in Romania, anticamera dei Balcani.

Pubblicato su Il Riformista