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IL BUIO OLTRE SHEVCHENKO

Se vent’anni fa qualcuno al palazzo ginevrino dell’Uefa avesse proposto di tenere i Campionati Europei in Ucraina e in Polonia sarebbe stato preso per matto. Certo, la Jugoslavia di Tito era stata sede nel 1976 e la Cecoslovacchia aveva vinto a Belgrado contro la Germania Ovest, ma scegliere di far giocare gli idoli del pallone a Donetsk o Poznan sarebbe stato - più che un azzardo - un qualcosa di davvero impensabile. La caduta del Muro di Berlino ha portato pure a questo: le prossime sfide europee si giocheranno nel 2012 tra il Mar Nero e il Baltico, la finale a Kiev. Potenza dello sport oltreché della politica.

Il crollo delle ideologie - e quello della malandata Unione Sovietica - non ha sconvolto solo la scacchiera geostrategica europea, accelerato il processo di integrazione continentale (Ue) e atlantica (Nato) verso est e avviato l’emancipazione dei Paesi dell’ex blocco orientale dal Cremlino, è stato il punto di partenza per diffondere su un terreno già comunque ben predisposto l’unica vera fede rimasta in circolazione a livello planetario, quella per il pallone.

A Kiev, appena fuori dallo stadio della Dinamo, c’è il monumento dedicato a Valery Lobanovsky, leggendario allenatore della nazionale e soprattutto della squadra giallo-azzurra morto per un infarto nel 2002. Un eroe nazionale: seppe rompere la dominanza russa nel campionato sovietico vincendo otto scudetti e sei volte la coppa nazionale. Oggi il superman ucraino si chiama Andrei Shevchenko, emigrato in Italia al Milan poi in Inghilterra al Chelsea, prima di ritornare quest’estate in patria, proprio alla Dinamo Kiev. È lui uno dei simboli di questo Paese che non fa parte dell’Unione Europea, ma tanto lo vorrebbe. Gli altri sono il grande Sergei Bubka, volato con la sua asta a sei metri e quindici (record mondiale indoor stabilito guarda caso a Donetsk) e Vitali e Vladimir Klitschko, i due giganti del pugilato la cui fama e gloria è passata anche Oltreoceano.

L’Ucraina di oggi si è aggrappata insomma allo sport per trovare un’identità comune che l’elite politica non ha saputo ancora dare. Come non basta appellarsi al passato ottocentesco, a Shevchenko - Taras questa volta, poeta e scrittore considerato il pilastro della letteratura ucraina - o al suo collega Ivan Franko. Vent’anni dopo la dissoluzione della cortina di ferro e l’indipendenza da Mosca (arrivata ufficialmente nel 1991) gli ucraini non sembrano ancora aver trovato a quale santo votarsi per uscire dal tunnel postcomunista. Leonid Kuchma, Viktor Yushchenko, Viktor Yanukovich, Yulia Timoshenko: non sono loro le figure di cui l’Ucraina vuole e può essere orgogliosa. Meglio appunto Shevchenko, quello in braghette, che mette d’accordo tutti.

Basta fare il classico test: scegliere una qualsiasi città, Lviv all’ovest, Dnipropetrovsk all’est, Odessa al sud o la centrale Kiev; parlare con la gente di strada e chiedere cosa ne pensano dei politici di oggi e di ieri, dei passi avanti (o indietro) del Paese dopo la fine del comunismo o dopo la rivoluzione arancione del 2004. Peste e corna, con le dovute sfumature regionali. Ma se toccate l’argomento calcio sia il professore di Kiev all’Università Shevchenko (quello delle liriche) sia la babushka al Mercato del settimo km a Odessa, vi risponderanno che sì, l’organizzazione è un’altra occasione per ingrassare i soliti noti e fomentare la corruzione, ma tutti sognano l’Ucraina in finale vincere con una doppietta di Shevchenko, Andrei. E magari contro l’Italia. Ma questa è un’altra storia. Anche perché il 2012 è lontano e i problemi del Paese sono ben altri, eredità di un passato lontano e recente.

Dal punto di vista politico la transizione dopo il 1989 è consistita in un avvicinamento all’Occidente già sotto la presidenza di Kuchma, in carica dal 1994 al 2004. A differenza però della Polonia - arrivata nella Nato nel 1999 e nell’Unione nel 2004 - l’Ucraina è bloccata al palo. Soprattutto perché i rapporti con Mosca sono ancora altamente instabili, non solo per questioni di gas. Sul lato economico gli anni novanta sono trascorsi con la marcia del turbocapitalismo che ha schiacciato gran parte della popolazione e ingrassato i conti degli oligarchi.

Il ribaltone arancione del 2004 poi, presentato in Occidente come il trionfo della democrazia filoeuropea sulla dittatura filorussa, avrebbe bisogno di essere riletto senza gli occhiali dell’ingenuità: allora Yanukovich fu il manipolatore e avvelenatore di Yushchenko, il quale una volta alla presidenza promise - oltre ai mari e ai monti - la pulizia in tutto il Paese. In realtà, cinque anni dopo, il presunto avvelenatore è praticamente alleato con l’eroina rivoluzione, che non è più filoccidentale, ma è diventata la miglior amica di Putin, tanto che ora Yushchenko accusa la Timoshenko di voler diventare una specie di Vladimir Vladimirovic in gonnella. Il marcio che c’era uno o due lustri fa non se n’è certo andato e se la scorsa estate fa non ci fosse stato il Fondo Monetario Internazionale a salvare la baracca, l’Ucraina sarebbe a gambe all’aria e gli Europei del 2012 un sogno svanito

I vizi di fondo sono rimasti quelli di un tempo. Potere politico ed economico sono concentrati nelle mani di pochi e non ci sono segnali positivi perché la musica cambi davvero. A gennaio di saranno le elezioni presidenziali e sarà una gara a due tra la bella e la bestia, Timoshenko e Yanukovich. A far da mediatore dietro le quinte Rinat Achmetov, l’oligarca più potente in Ucraina e dietro la sua SCM (System Capital Management) l’uomo più ricco in Europa (stando ai dati del 2008, prima della crisi). E, come se non bastasse, presidente-padrone dello Shakhtar Donetsk, squadra che ha vinto la Coppa Uefa del 2009. Si ritorna quindi sempre lì, al pallone...

(Da un articolo pubblicato su Left)