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A MALTA FINÌ LA GUERRA FREDDA

2 dicembre 1989. A Malta c’è un tempaccio. Come non accade da anni. Pioggia, vento, mare mosso. Certo George Bush quando ha invitato Mikhail Gorbaciov per questo “incontro informale” non si aspettava trenta gradi e sole splendente, ma nemmeno un uragano così. Come se non bastasse durante il volo da Washington l’hanno tenuto sveglio le chiamate da Manila, dove è in atto un putsch contro Cory Aquino.

Il russo se l’è presa più comoda: anche lui è arrivato il giorno prima, venerdi primo dicembre, da Roma, dove ha passeggiato con Raissa e fatto visita a Giovanni Paolo II in Vaticano. L’incontro tra il presidente americano e il leader del Cremlino è fissato per le dieci di mattina di sabato. L’idea è quella di vedersi alternatamente sulla Belknap e sulla Slava, le due navi da guerra che la marina statunitense e quella sovietica hanno fatto arrivare nella baia di Marsaxlokk. Ma lo stratempo non lo consente.

E allora arriva l’invito di Gorbaciov, che nella notte ha dormito tranquillo sulla Maxim Gorki ancorata a La Valletta. Qui non si balla, venite da me. E quando George senior con lo staff al completo (Baker, Sununu, Scowcroft, Blakwill e altri) siede al lungo tavolo sulla storica nave da crociera, Mikhail Sergeevic ironicamente rompe il ghiaccio facendo notare agli americani come «siete ospiti sulla mia nave, ma siete stati voi a invitarmi a quest’incontro».

Così si apre la due giorni che secondo le parole di Gennadi Gerassimov - portavoce del ministero degli Esteri sovietico con un debole per le metafore che detiene anche il copyright della “Dottrina Sinatra” - ha «affondato la Guerra Fredda sul fondo del Mediterraneo».

Il summit del 2 e 3 dicembre è simbolico, non solo perchè è il primo bilaterale dopo il cambio di amministrazione a Washington. Lo scrive lo stesso Gorbaciov nel suo libro di memorie: «Il luogo dell’incontro si trovava al posto di saldatura di tre continenti, all’incrocio di storiche vie del commercio mondiale, al punto di intersezione di innumerevoli interessi. Le navi da guerra simboleggiavano la forza e la potenza che stavano dietro ai capi di stato delle due superpotenze. Tutto indicava che il mondo entrava in una nuova epoca». E di fatto le parole iniziali di George Bush sono il segnale che i cambiamenti nell’Unione Sovietica che hanno portato e permesso la caduta del Muro non possono non esser visti con soddisfazione dalla Casa Bianca: «Il mondo diverrà migliore se la perstrojka avrà successo».

L’agenda del sabato è fitta. Trattative con le delegazioni al completo (per i russi ci sono anche Shevardnaze, Jakovlev, Bessmertnych, Dobrynin) e ovviamente scambi a quattr’occhi. Sul tavolo i temi scottanti, con i cambiamenti repentini sulla scacchiera dell’Europa orientale e in Germania e naturalmente la redefinizione dei rapporti tra Washington e Mosca, da quelli economici (già allora gli Usa mettono sul piatto l’abolizione dell’emendamento Jackson-Vanick che è in vigore ancora oggi) alla questione della riduzione degli armamenti nucleari (avanzata sin da settembre all’assemblea generale dell’Onu) e al “sassolino nella scarpa” degli americani, cioè l’Avana. Di Castro Bush e Gorbaciov parlano in privato, con il secondo che tenta di convincere invano il primo che «Cuba è uno stato indipendente con le proprie strategie e le proprie ambizioni». Come dire: se quello non vuole la perestrojka io non posso farci niente.

Anche la domenica il tempo costringe i due a ritrovarsi sulla Maxim Gorki, tra caviale e ritratti dello scrittore russo: si discetta di Medio Oriente e di Baltico quando a un certo punto Gorbaciov inizia a lamentarsi di come Bush abbia descritto gli sviluppi nella ormai ex cortina di ferro come “trionfo dei valori dell’Occidente”. «Cos’è che La disturba?» – risponde il presidente americano – «La glasnost è un valore occidentale, l’apertura è un valore occidentale, il sistema parlamentare un valore occidentale, il pluralismo un valore occidentale». E Gorby: «Anche noi abbiamo questi valori. Perchè allora Lei non li definisce valori orientali?». Al che si mette di mezzo l’avvocato James Baker che risolve la questione: «E se parlassimo di valori democratici?». «Certo» – approva Mikhail Sergeevic - «Valori democratici!».

La conferenza stampa nella discoteca della Maxim Gorki sigla se non davvero la fine della Guerra Fredda almeno – secondo le parole di Gorbaciov – il raggiungimento di una nuova qualità nei rapporti tra Usa e Urss. Purtroppo per lui anche l’inizio della sua fine politica, che arriverà non molto tempo dopo.

Se nel 1990 diventa presidente dell’Unione Sovietica e gli viene assegnato il premio Nobel per la Pace, il 1991 è l’anno del colpo di stato e dell’ascesa di Boris Eltsin, il Corvo Bianco che lo metterà definitivamente al margine della storia. Osannato e considerato un eroe nel mondo occidentale, Mikhail Gorbaciov è sempre stato visto in Russia come colui che ha aperto la via verso la catastrofe politico-economica della dissoluzione dell’Urss. Non l’uomo che ha portato libertà e trasparenza, ma quello non è stato capace di salvare il salvabile, spalancando le porte al disastro del decennio eltsiniano.

L’errore dell’Occidente è stato quello di credere che Gorby abbia portato la democrazia nel suo Paese e di vedere la Russia attraverso le lenti verdi della speranza, non quelle della realtà.

(Pubblicato su Il Riformista)