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I DILEMMI DELLA ROMANIA DI BASESCU

L’unica cosa che gli exit poll rumeni avevano capito era che la vittoria sarebbe arrivata sul filo di lana. Ma quando tutte le schede sono state scrutinate, a ritrovarsi davanti è stato il presidente uscente, Traian Basescu, sostenuto dal partito democratico liberale di centrodestra: esattamente il contrario di quello che gli exit poll avevano assicurato la sera prima. Una manciata di voti, lo 0,8 per cento in più, in una delle elezioni più sentite della storia della giovane democrazia rumena: il dato dell’affluenza, oltre il 57 per cento, rappresenta un vero e proprio record positivo e testimonia di una campagna elettorale sentita e combattuta in un momento assai delicato per il paese.

La vittoria di stretta misura sull’avversario socialdemocratico Mircea Geoana, oltre all’inevitabile scia di contestazioni per brogli elettorali, rischia di risolvere solo in parte i nodi politici che il nuovo-vecchio presidente deve affrontare. E la profonda spaccatura del paese, che riflette quella del mondo politico di Bucarest, rende complessa la ricerca di un terreno di confronto comune sul quale poggiare le decisioni impopolari necessarie per tirare fuori la Romania dalla crisi economica e sociale in cui è sprofondata. Il presidente nomina il primo ministro e Bucarest è senza un governo stabile: l’attuale maggioranza si regge sul solo partito democratico liberale di Basescu che in parlamento è minoritario. Nelle presidenziali di domenica gli ex alleati liberali avevano appoggiato il candidato socialdemocratico che aveva promesso di varare un nuovo governo di centrosinistra affidato al sindaco di Sibiu Klaus Johannis, rappresentante della minoranza tedesca. Il progetto è fallito e una larga fetta dell’elettorato liberale non ha seguito le indicazioni di partito, preferendo far convergere i voti sul presidente uscente Basescu.

Ora tocca di nuovo a lui trovare la soluzione in grado di sbloccare l’impasse politica, condizione necessaria per concludere la trattativa con il Fondo monetario internazionale da cui dipendono gli aiuti finanziari indispensabili per affrontare le difficili condizioni di bilancio del paese. In ballo ci sono oltre 20 miliardi di euro che serviranno anche per pagare salari e pensioni ed evitare tensioni sociali che, sommate a quelle politiche, rischierebbero di innescare una pericolosa spirale di violenza. La Romania appartiene a quella fascia di paesi, dentro e fuori i confini dell’Unione Europea, maggiormente investita dalla crisi economica: seguendo la dorsale danubiano-carpatica, dall’Ungheria all’Ucraina fino a due delle tre Repubbliche baltiche, Lituania e Lettonia. Un arco di crisi nel quale Bucarest riveste un ruolo particolarmente drammatico, dal momento che la corruzione è tornata a rappresentare un elemento di debolezza che allarma Bruxelles.

La lotta alla corruzione è uno dei punti maggiormente contestati alla gestione quinquennale di Basescu. Aveva promesso una lotta serrata ai politici corrotti ma la sua azione, dagli oppositori considerata poco più che populistica, si è anche arenata di fronte alla melina dei parlamentari accusati che si sono riparati dietro la coperta dell’immunità parlamentare. Ma su questo aspetto anche il suo avversario non ha fornito garanzie sufficienti, a parte le dichiarazioni di facciata. E l’incontro di Geoana con un suo sponsor elettorale compromettente è stato l’episodio che forse ha segnato la svolta a pochi giorni dal voto, dilapidando il vantaggio che i sondaggi gli attribuivano: l’imprudenza è stata abilmente sfruttata da Basescu nell’unico faccia faccia che ha contrapposto i due candidati. Il presidente, dal canto suo, ha almeno condotto in porto la riforma del sistema di rappresentanza rumeno che prevede la trasformazione del sistema parlamentare dal bicameralismo perfetto all’unicameralismo e la riduzione dei suoi membri da 471 a 300. La proposta è stata approvata dal referendum che si è svolto in concomitanza con il primo turno e ha ottenuto l’80 per cento dei sì degli elettori.

Tuttavia il nodo resta politico. In parlamento i numeri sono dalla parte delle opposizioni. Le strade sono tre: accordo con l’opposizione su un premier espressione di una vasta maggioranza; tentativo trasformista di acquisire singoli deputati dell’opposizione; nuove elezioni. La prima opzione appare al momento difficile, data la forte polarizzazione fra le parti. La seconda rischia di non apparire sufficientemente stabile agli organismi internazionali che devono dare il via libera agli aiuti economici. E la terza, visti i dati elettorali appena usciti, non garantisce la vittoria netta di una parte. Più che un bivio, pare un vicolo cieco.

Pubblicato sul Secolo d'Italia