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LE VITE DEGLI ALTRI

Le vite degli altri scorrevano sulle decine di monitor in bianco e nero che rimandavano scene intime o passeggiate col cane, innocenti rientri a casa o riunioni sediziose. Le vite degli altri erano osservate da migliaia di spioni, ufficialmente incasellati nella struttura o reclutati come informatori nella società con il ricatto o con la promessa di piccoli privilegi. Tutti i servizi segreti dei paesi est-europei operavano una spietata repressione del dissenso, ma nessuno ha mai raggiunto la capillarità di penetrazione nella società della Stasi.

Una sigla che ancora oggi fa paura ma in fondo era l’acronimo di Staatssicherheit, banalmente sicurezza dello stato. I tedeschi usano spesso queste sintesi, per ovviare alla lunghezza delle parole o per il gusto dei nomignoli. Lo si fa con una qualche forma di affetto: Alex sta per l’Alexanderplatz, l’Uni è l’università, Buga è la mostra annuale di architettura del paesaggio, Ifa la fiera berlinese di tecnologia, Angie la prima cancelliera donna e Wowi il sindaco gay di Berlino. Ma la Stasi non ha mai avuto un’aura di simpatia. Un ministero apposito ne coordinava l’azione sotto la guida spietata di Erich Mielke. La Germania Est era il più perfezionato stato di sorveglianza di tutti i tempi, la “ditta” impiegava novantasettemila dipendenti per spiare diciassette milioni di abitanti. Gli informatori nascosti fra la popolazione erano centosettantamila. Anna Funder, la giornalista australiana autrice di “Stasiland” (in Italia pubblicato da Feltrinelli) ha fatto un paio di confronti con due altri famigerati servizi segreti. La Gestapo nazista contava un agente ogni duemila cittadini, il Kgb di Stalin uno ogni seimila. La Stasi aveva un agente ogni sessantatré persone ma con gli informatori si raggiungeva il rapporto di uno spione ogni sei cittadini e mezzo. Una paranoia.

La sede centrale del ministero che ne coordinava l’azione si trovava nella Normannenstrasse, nel quartiere orientale di Lichtenberg. Ci arrivi oltrepassando il grande viale che da Alexanderplatz va verso est, in direzione di Francoforte sull’Oder, costruito negli anni Cinquanta sul modello dei monumentali boulevard sovietici. Un pezzo di Mosca staliniana trapiantata a Berlino: la strada misura novanta metri in larghezza, i marciapiedi sono ampi, i palazzi neoclassici hanno colonne che sorreggono i portoni e piastrelle di ceramica color crema che ricoprono le facciate. Oggi è sotto tutela architettonica. Ha seguito l’avvicendarsi della nomenklatura sovietica, registrando culti e purghe senza battere ciglio. Si chiamava Grosse Frankfurter Strasse e dopo la ricostruzione realsocialista venne intitolata a Stalin. Durò poco. Con l’abiura di Chrusciov, la Stalinallee dovette trovarsi un altro nome e al baffo del dittatore georgiano subentrò la barba bianca del filosofo tedesco Karl Marx. Lungo questo vialone marciavano soldati e militanti durante le sfilate per il primo maggio, davanti al Politburo schierato sul palco. Avvenne anche in occasione del quarantennale della Ddr, nell’ottobre del 1989, ma quella volta c’era Gorbaciov sul palco e l’atmosfera era già diversa.

L’enorme complesso che ospitava il ministero di Mielke, invece, non ha nulla di monumentale anche se è ugualmente sontuoso. Ricorda più una gigantesca caserma prussiana. Migliaia di metri cubi di cemento, squadrati e compatti, che si aprono all’improvviso nel dedalo di un quartiere dominato dai palazzi costruiti con la classica tecnica dei lastroni prefabbricati. Vi lavoravano quindicimila burocrati, addetti alla sorveglianza delle attività all’estero e al coordinamento di quindici distretti regionali. Tra questi, quello di Lipsia. Centoventi chilometri più a sud, nella città sassone passata alla storia come la città degli eroi, la Stasi aveva la sua sede in un curvo palazzotto ai margini del centro storico. Si chiamava la Runde Ecke, l’angolo rotondo, e qui si giocò la roulette russa del 9 ottobre, quando la Ditta, impressionata dal numero dei dimostranti, rinunciò alla repressione avviando di fatto la dissoluzione della Ddr. Qui troviamo la signora Imtraud Hollitzer, per molti anni direttrice del museo sulla Stasi che nel frattempo è stato aperto in queste stanze. Oggi, alla guida c’è il figlio quarantatreenne Tobias, che nelle convulse settimane del 1989 partecipò assieme a lei alle manifestazioni e poi all’occupazione della sede, il 4 dicembre, da parte di un comitato cittadino che ancor oggi è responsabile del museo. Né madre né figlio hanno potuto decidere la propria vita nella Ddr, per motivi politici. Lei, figlia di un parroco protestante, avrebbe voluto studiare musica ma le fu precluso perché rifiutò di entrare nell’organizzazione giovanile di partito. Ha fatto la casalinga, confinando la sua passione nei cori della chiesa. A Tobias negarono l’ammissione alla maturità, così dovette ripiegare su un lavoro da falegname. Negli anni Ottanta cominciò a frequentare i gruppi alternativi ecologisti e pacifisti nati sotto il tetto della chiesa evangelica, all’inizio tollerati dalla Ddr, che furono l’anticamera dei movimenti popolari dell’89. «Quando diciannove anni fa decidemmo di creare un museo in queste stanze del terrore non credevamo che avremmo resistito sino ad oggi. Di anno in anno questa mostra diventa però sempre più importante, perché si affaccia una generazione che non sa nulla di quel che è accaduto». Frau Hollitzer ci guida nelle stanze del museo, mostrando gli strumenti utilizzati dagli spioni, un vero e proprio campionario di archeologia tecnologica, bidoni della spazzatura o valige forate per inserire macchine fotografiche o telecamere, cravatte con il microfono nascosto, orologi registratori, i famigerati quaderni rossi numerati su cui gli informatori riportavano ogni movimento e ogni sospiro delle vite degli altri. Giacché la Stasi è tramontata venti anni fa e negli ultimi tempi non aveva dotazioni proprio all’avanguardia, sembra di osservare i trucchi cinematografici del James Bond degli anni Cinquanta. «Eppure è stato uno dei servizi segreti più spietati della storia», dice Frau Hollitzer.

Il momento più difficile per lei è stato dopo la caduta del muro. «Nelle sedi regionali e in quella di Berlino i funzionari hanno lavorato a ritmo continuo per distruggere tutto il materiale possibile, cominciando dalle schedature degli uomini politici occidentali, le più compromettenti. A ovest dormivano, non si erano accorti di niente, se non fossimo intervenuti noi avrebbero cancellato tutto». I cittadini si mobilitarono, organizzandosi in comitati civici. Ormai la paura del regime era passata, lo stadio successivo sarebbe stato quello di spazzare via l’odiata Stasi con tutti i suoi spioni e conservare gli atti e i dossier: «A ognuno doveva essere permesso di guardare dentro i propri incartamenti, scoprire chi aveva spiato e che cosa. Un rito catartico, anche se questo ha significato per tanti perdere la fiducia in parenti o amici. Il traditore poteva nascondersi dietro un padre, una moglie, un figlio o l’amica del cuore».

Pubblicato sul Secolo d'Italia