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1989. PRAGA E LA RIVOLUZIONE DI VELLUTO

Poteva accadere solo a Praga che il covo della dissidenza fosse un teatro scuro e underground, con le pareti che sapevano di muffa e le stanze piccole e male illuminate. E solo a Praga il gruppo alternativo al regime poteva venir fuori dal mondo degli intellettuali: scrittori, filosofi, storici, teatranti, musicisti. Solo a Praga il leader di questo gruppo disomogeneo di uomini liberi e trasversali poteva essere un drammaturgo di talento. Solo a Praga il suo quartier generale poteva trovarsi in un camerino in fondo al corridoio di quel teatro dal nome immaginifico, Lanterna magica.

Per capire la rivoluzione di velluto bisogna addentrarsi nei vicoli umidi di Mala Strana, di notte, quando la grande transumanza del turismo di massa si è ritirata negli alberghi o nelle discoteche della nuova era, i lampioni gettano fasci di luce arancione sui palazzi in stile rococò e l’umidità che sale dalla Moldava come una sinfonia di Smetana si condensa in nuvole di nebbia che tutto avvolge e ovatta. Lì capiterà di inseguire le ombre di Franz Kafka e Jaroslav Hasek, Vitezslav Nezval e Milos Jranek, Bohumil Hrabal e Milos Marten, scrittori ironici e immaginifici radunati da Angelo Maria Ripellino nei suoi libri d’amore per la capitale boema, spiriti che girano per le calli ancora oggi, nascosti in quella bambagia bagnata e nebbiosa che ti si appiccica sul cappotto e non sai se è vapore di umido o di birra. Praga è città di miraggi e magie ma, nel novembre 1989 che ha già visto danzare i giovani sul muro di Berlino, è uno degli ultimi fortini della vecchia nomenklatura est-europea che cede le armi. Non ci si domanda più se il regime cadrà, ma quando. Praga è la quadratura del cerchio, l’ultimo anello della catena di ribellioni che ha punteggiato gli anni della guerra fredda nel blocco sovietico. Sono già cadute Berlino Est, Budapest e Varsavia, città legate alle rivolte del 1953, 1956 e 1980. Manca l’ultimo capitolo, quello più doloroso nella storia del comunismo europeo d’oriente e d’occidente: Praga e la sua primavera, il sogno ribelle di un socialismo dal volto umano. Gli intellettuali della Lanterna magica hanno perduto le loro toghe accademiche nelle purghe post sessantottine: erano professori di storia, diritto, scienza politica, economia e assieme a loro ci sono ex giornalisti, ex avvocati, ex attori. Nell’anno di grazia 1989 sono falegnami, fuochisti, lavavetri, impiegati, qualcuno, più fortunato, di professione fa lo scrittore messo al bando. Ci metteranno un paio di giorni a capire che il vento è cambiato e che è arrivato il tempo di rimettersi in moto.

Per ora ci pensano gli studenti. Sono loro la miccia della rivoluzione di velluto. Erano scomparsi assieme alle torce umane che nei mesi invernali del 1969 avevano disegnato gli ultimi fuochi della primavera spezzata dai carri armati di Breznev. Adesso ritornano, con uno stratagemma. L’organizzazione giovanile comunista permea la vita universitaria a tutti i livelli. Nulla si muove senza il suo consenso. Ma una manifestazione per ricordare il cinquantesimo anniversario del martirio di Jan Opetal, studente ceco ucciso dai nazisti nel 1939, non si nega a nessuno. Così il gruppo di opposizione denominato “il Nastro”, una sorta di “Rosa bianca” cecoslovacca cresciuto nel sottobosco dei samizdat e dei ciclostili, ottiene il permesso. L’appuntamento è per il 17 novembre, nel secondo distretto di Praga. Si inizia come previsto, omaggio alla tomba, discorsi contro la dittatura nazista. Ma d’incanto la folla s’ingrossa, gli studenti spuntano da ogni angolo e il clima lentamente si trasforma. La dittatura non è solo quella del passato, «i dittatori sono al Castello» gridano alcuni, indicando la splendida fortezza che domina la città dall’alto e che dal 1919 rappresenta il potere politico della nazione. Sarà in fondo una rivoluzione anarchica e spontanea, nella quale il grido di uno diventa coro di tanti e detta la linea. La sera del 17 novembre la linea porta diritto nella piazza di tutte le rivolte, San Venceslao. Più che una piazza sembra un enorme viale in salita, dominato dall’alto dalla statua equestre del duca e patrono di Boemia che fu santo e pacifista. Là sotto, da sempre, il popolo si raduna per dire la sua. Era cominciato e finito tutto lì anche nel 1968, dalle proteste degli studenti al martirio di Jan Palach. Ora si ricomincia.

Il corteo studentesco scende la collina, sciama lungo la riva della Moldova, aggira il Teatro nazionale, imbocca il viale Narodni e giunge in piazza. Non è stata una passeggiata tranquilla. Già sul viale Narodni reparti della polizia hanno isolato alcuni gruppi, bloccandone il cammino. Quelli che riescono ad entrare in piazza trovano altri poliziotti schierati. Ci sono anche i famigerati berretti rossi, i duri dei reparti anti-sommossa. La tensione è alta, i cori di sfida: «We shall overcome», ce la faremo, scandito in inglese e poi «Libertà», la sfida più ardita. Il fronte studentesco si avvicina pericolosamente a quello della polizia, in mano candele e fiori: le prime vengono depositate a terra, i secondi offerti agli uomini in divisa. Osservando lo sgretolamento del sistema nei giorni successivi, risulta incredibile la reazione dei berretti rossi quella sera. Caricano. Giovani, donne, anche bambini. Quello che non era più accaduto in Germania Est, avviene sulla piazza San Venceslao di Praga. Molti studenti finiscono in ospedale, tanti vengono caricati sui cellulari, si sparge la notizia (non vera) di un morto. È la scintilla che incendia la Cecoslovacchia. In riunioni notturne improvvisate nelle aule dell’Università Carlo IV e in molti istituti superiori si decide di scendere in sciopero: «Non aspettiamo, agiamo», annuncia un volantino. Il giorno dopo le attività accademiche e scolastiche sono paralizzate e gli studenti tornano ancor più numerosi sotto la statua di San Venceslao. L’ora della Cecoslovacchia è arrivata. Il terzo giorno entreranno in scena i gruppi di opposizione clandestini riuniti alla Lanterna magica da Vaclav Havel nel Forum civico.

Pubblicato su Il Riformista