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1989. CECOSLOVACCHIA ON THE ROAD

Per un occidentale in viaggio nella Cecoslovacchia ai tempi del Muro, il socialismo reale era un treno vecchio e scalcagnato, dipinto di verde con la vernice mangiata dalla ruggine, i sedili di plastica rattoppati e un puzzo di umido e di vecchio che non suscitava malinconia. Lento come un’antica carovana berbera, s’inerpicava a quaranta all’ora per le verdi colline boeme, ruminando strada ferrata, sfregando rumorosamente sulle rotaie e portando con sé un carico umano tanto vario quanto ammutolito. Dignitosi vecchietti dai vestiti poveri e lisi, anziane mogli infagottate in vesti dimesse, giovani fasciati in jeans dal colore troppo sbiadito, vietnamiti dall’aria triste intenti a stappare bottiglie di birra calda facendo scorrere a tutta velocità la parte superiore del finestrino.

Il benvenuto arrivava alla frontiera. Due ore di attesa per controllare documenti e visti. Doganieri e poliziotti salivano sui vagoni e mettevano in scena la recita della guerra fredda. Uno, due, tre controlli per ogni passeggero. Uno sguardo alla foto del passaporto, uno al viaggiatore e poi ancora, quattro o cinque volte, su e giù tra foto e volto, come se nelle rughe delle persone fosse possibile prima o poi trovare l’inganno. I documenti venivano quindi raccolti tutti assieme e portati giù in una stanza della stazione di frontiera, appena illuminata da un flebile fanale. Un’altra ora per mettere i timbri, poi di nuovo il controllo visuale, una, due, tre volte. Sapevi di avere i visti a posto e ti chiedevi perché? E cosa avrebbero potuto avere da nascondere quei tuoi variopinti compagni di viaggio, i vecchietti dignitosi, le donne infagottate, i giovani con i jeans dell’est e i vietnamiti ormai brilli per la birra calda? Almeno era risparmiato lo smontaggio di tutte le componenti del treno, come capitava nella Ddr, le volte di plastica dei corridoi, le prese d’aria e i sedili degli scompartimenti, gli scarichi delle toilette: lì la sosta alla frontiera durava anche tre ore. Non era il comunismo in versione orientale a generare questo senso di angoscia collettiva, perché in quei mesi a ridosso delle rivoluzioni che rovesciarono i regimi non c’era quasi più traccia di ideologia, se non nella retorica di partiti che non influenzavano più nessuno. Tutto era rituale, abitudine, repressione per conservare il potere degli apparati e delle élite, un potere che appariva quasi senza colore, tanto era diventato ottuso.

La società aveva vissuto una sorta di estraneazione strisciante nei confronti delle istituzioni. La crisi economica aveva raggiunto gli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini di stato, fuori dagli alimentari le file si ingrossavano di settimana in settimana e non capivi cosa ci stessero a fare i potenziali clienti, giacché bastava dare uno sguardo dentro i negozi per trovarli sforniti anche delle merci essenziali. In una stretta via centrale di Brno, con la polvere che s’impastava alla pioggia creando una fangiglia scivolosa che si appiccicava alle suole delle scarpe, donne e uomini con la borsa della spesa si schiacciavano di fronte alle vetrine di un panificio, desolate e vuote. Questi erano i problemi quotidiani.

Lontano dalle magie malinconiche di Praga, la provincia cecoslovacca era triste e grigia. Tra il verde delle foreste, spuntavano all’improvviso i combinat industriali, enormi fabbriche già in parte dismesse, ciminiere che sputavano veleni senza depuratori e agglomerati di abitazioni per le famifglie degli operai costituiti da casermoni prefabbricati anneriti dallo smog e dalla mancanza di manutenzione. Da quando i carri armati avevano spezzato la Primavera di Praga, il sogno dubcekiano di un cambiamento nel nome del socialismo, la componente riformista era stata esautorata: purghe, processi, abbandoni. La Cecoslovacchia era diventato il terreno più fertile per la stagnazione della dottrina Breznev e la società civile era lentamente scivolata prima nell’apatia, poi in una sorta di vita parallela. Era la condizione del «vivere nella menzogna», descritta abilmente da Vaclav Havel, aderire esteriormente alle regole imposte senza interiorizzarle. Dal 1977 questa resistenza morale si era trasformata in attivismo civico, clandestino, dentro l’associazione di Charta ’77. Al gruppo mancava una chiara visione politica, ma l’azione civile aveva eroso le fondamenta del regime. La separazione fra paese legale e paese reale si percepiva con chiarezza in quell’autunno del 1989. Nelle vie silenziose di Praga, assieme alla magia dei luoghi letterari e la trascuratezza dei luoghi pubblici, osservavi una società adagiata sui propri ritmi e sulle proprie preoccupazioni. Nelle pivovice, le taverne sempre aperte dove a qualsiasi ora del giorno gli avventori si riunivano per mangiare e bere la migliore birra del mondo a poche corone, il potere era una cosa lontana e, dopo il terzo bicchiere, non faceva più neppure paura. Da lì a poche settimane il regime crollò come un castello di carta, privo anche della legittimità di ricorrere alla forza.

Pubblicato su Il Riformista