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LA TRANSIZIONE RUSSA

Il Muro di Berlino sarebbe prima o poi caduto comunque. Come l’Unione Sovietica sarebbe prima o poi implosa. Ma ad accelerare il processo della storia, volutamente o no, è stato un uomo che in patria è considerato quasi un fallito, nel resto del mondo un eroe: Mikhail Gorbaciov, l’inventore della glasnost e della perestrojka, premio Nobel per la pace, è in Russia il simbolo dell’incapacità sovietica di riformare se stessa e della dissoluzione dolorosa dell’Impero che ha avviato una caduta politica ed economica apparsa all’inizio inarrestabile.

In Germania e in Occidente è colui che ha permesso la riunificazione tedesca e una transizione pacifica, abbandonando la dottrina Breznev – quella che definiva la sovranità limitata dei Paesi del blocco socialista e giustificava l’intervento armato sovietico come a Praga nel 1968 – passando alla dottrina Sinatra, quella di “My Way” e della libera strada che ogni stato poté scegliere alla fine degli anni Ottanta. Il copyright è di Gennadi Gerasimov, ex portavoce di Gorbaciov e del suo ministro degli esteri di allora, Eduard Shevardnadze.

La Fondazione Gorbaciov sul Leningradsky Prospect a Mosca non è molto frequentata. Sia perché i russi non hanno una grande opinione di Gorby, sia perché da mesi i lavori di allargamento di una delle maggiori arterie che tagliano la città sulla direttrice nord-sud rendono gli spostamenti in macchina veri e propri supplizi. E a rotazione un po’ tutti i moscoviti devono fare i conti con l’espansione caotica della capitale, ormai irriconoscibile per chi l’ha vissuta nel grigiore protrattosi sino a vent’anni fa. Dare un’occhiata alla nuova city sulla sponda della Moscova per farsi un’idea. È il prezzo del progresso. Sembra che il maggiore problema che interessi i russi della capitale (ormai lanciata verso i quindici milioni, illegali compresi) sia quello del traffico. Non certo la politica, la crisi economica o la libertà di stampa messa a dura prova.

Sotto Boris Eltsin (1990-1999) dieci anni di turbo capitalismo, privatizzazioni selvagge, due putsch rivoluzionari (1991 e 1993), due guerre (1994-1996 e 1999 in Cecenia), un default economico (1998) hanno reso il vecchio homo sovieticus sensibile solo a particolari problemi. Con Vladimir Putin al Cremlino (2000-2008) e ora con Dmitry Medvedev il russo medio ha capito che può tentare di prendere in mano il proprio destino e fare di sé ciò che vuole.

A Mosca, come in tutta la Russia, il comunismo non esiste più. È solo un ricordo per qualche nostalgico e per i turisti occidentali alla ricerca di qualche souvenir un po’ kitsch. Certo, in giro c’è ancora qualche statua di Lenin, i più allarmati intellettuali parlano di un ritorno al culto di Stalin, ma la realtà è che alla gente interessa che le tangenziali vengano finite al più presto e che la pensione arrivi puntuale alla fine del mese, non tanto che vengano restaurate vecchie insegne staliniste in un metropolitana come accaduto di recente alla stazione Kurskaya. Visti da Occidente certi episodi suscitano scalpore e preoccupazione, soprattutto tra l’opinione pubblica abituata a ricevere a singhiozzo notizie dalla Russia.

Quando si parla del Cremlino sono sempre gli stereotipi negativi a dominare, dalle vecchie ombre comuniste ai presunti ricatti energetici, dalla volontà imperiale che si è manifestata nell’attacco alla Georgia agli assassinii di giornalisti nel Caucaso. Come se la Russia fosse ancora Urss e come fosse proibito vedere che davvero l’ideologia comunista è morta e sepolta, che bisognerebbe discutere non solo dell’affidabilità della Russia come paese fornitore, ma anche di quella dei paesi di transito, che a Tbilisi - come ha messo per iscritto la commissione Tagliavini all’inizio di ottobre - è stato Mikhail Saakashvili (quello che spergiurava fino all’altro ieri di essere stato aggredito) a sferrare il primo l’attacco a Tskhinvali scatenando la reazione russa, che solo in Inguscezia quest’estate sono morte oltre centotrenta persone (un terzo militari e poliziotti) in attacchi armati e kamikaze ad opera di milizie radicali islamiche. Il massacro di Beslan, l’11 settembre russo, è stato dai più già dimenticato.

Mosca è cambiata, la Russia è cambiata. Solo se si pensa che sino a vent’anni la cortina di ferro divideva due mondi e due ideologie si può comprendere appieno quanta strada sia stata fatta. Nonostante problemi enormi, quelli di governare il paese più vasto del mondo alle prese con un crollo demografico verticale, il ritorno indietro è impossibile. È naturale che un Paese che ha conosciuto dopo lo zarismo e il totalitarismo la pseudo democrazia eltsiniana e oligarchica abbia qualche esitazione e un percorso singhiozzante.

La Russia di Putin e Medvedev è ancora in transizione, alla ricerca di un modello vicino a quello occidentale, che tenga conto però delle proprie specificità storiche e geografiche. È la dottrina di Vladislav Surkov, l’ideologo del Cremlimo. Il successo di questa transizione non dipende però solo da chi tiene le redini a Mosca. L’anima europea della Russia ha bisogno di essere compresa, non abbandonata e saccheggiata come successo dopo la dissoluzione dell’Urss. Chi ha capito che la Russia è una risorsa anche per se stessa e per l’Occidente è la Germania: russi e tedeschi hanno imparato dai tempi della rivoluzione pacifica del 1989 a parlarsi, aiutarsi. È questo l’esempio migliore di cooperazione bilaterale a livello europeo che può agganciare in un futuro non così lontano il Cremlino all’Europa.

Mosca non vuol certo entrare nell’Ue, ma una partnership forte e basata sul rispetto di valori comuni è possibile, lasciando che il tempo faccia il suo corso e conduca la Russia verso il giusto approdo. Il rischio, per l’Occidente, è che l’aquila bifronte volga entrambe le teste verso est, verso il drago cinese. E allora l’Europa rischierebbe di rimanere isolata, nonostante il Muro non ci sia più.

(Pubblicato sul Corriere del Ticino)