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KOHL, IL GRANDE VUOTO VENT’ANNI DOPO

È passato alla storia come il cancelliere dell’unità. Non tanto perché gli è capitato anagraficamente di vivere, da capo del governo tedesco, la caduta del muro di Berlino, quanto perché ha determinato politicamente, con forza e convinzione, il cammino delle due metà divise dalla guerra fredda fino al ricongiungimento. Ma la storia, almeno quella successiva, non gli è stata riconoscente. Helmut Kohl si staglia nel pantheon delle figure politiche del Novecento con un profilo alto e chiaro, eppure gli eventi lo hanno costretto nell’ultimo decennio a rimanere in disparte. Quando la riunificazione tedesca compì dieci anni, era nel mezzo dello scandalo politico dei fondi neri, la mazzata definitiva dopo la sconfitta elettorale subita da Gerhard Schröder. Era divenuto d’impiccio a tutti, amici e nemici, un imbarazzante simbolo della sete di potere. Il suo successore socialdemocratico gli fece lo sgarbo di non invitarlo alle manifestazioni ufficiali e nessuno – stampa libera, opinionisti, compagni o avversari di partito – aprì bocca per stigmatizzare l’affronto, per distinguere la cronaca giudiziaria dalla storia con la s maiuscola, quella che finisce sui libri e ci resta per sempre. E ora che sono arrivate le celebrazioni del ventennale, e che dieci anni in più hanno ammorbidito le asprezze di un tempo favorendo un bilancio più equlibrato, a negargli la scena che meriterebbe è arrivata la malattia. Prima una serie di guai medici, l’anno scorso una caduta in casa che sembrava fatale. Il cancelliere dell’unità si è ripreso ma non abbastanza per riprendersi anche la giusta rivincita. Sabato scorso ha fatto un’eccezione. Ed è tornato a Berlino dopo tanti anni. In sedia a rotelle, si è presentato sul palco del Friedrichstadtpalast, il teatro di varietà a due passi dalla fermata della metropolitana che faceva da frontiera di passaggio fra est e ovest ai tempi del muro, per stringere la mano a due vecchi amici di allora: George Bush senior e Mikail Gorbaciov. In qualche modo si ritrovava a casa. Non tanto per Berlino, la città che lui ha restituito al rango di capitale ma che non l’ha mai amato e lo inondò di fischi la sera che rientrò precipitosamente da Varsavia, il giorno dopo che era caduto il muro. Piuttosto perché la manifestazione con “i tre grandi uomini che hanno fatto la storia” è stata organizzata dalla fondazione Adenauer, il laboratorio politico della Cdu guidato dal suo vecchio amico Bernhard Vogel. Kohl ci ha provato a colmare il vuoto che incombe su questo ventennale, quello della sua assenza. Ma oggi gli risulta difficile anche parlare. Le sue parole, maciullate da una bocca non più capace di articolare i suoni, sono arrivate oblique e frammentate. E tuttavia una cosa è stata chiara: l’orgoglio per quell’unità alla quale pochi credevano, che molti non volevano e che troppi gli hanno rinfacciato. «Di questa riunificazione sono molto orgoglioso e nella storia tedesca non ci sono molte vicende di cui essere orgogliosi. Ma dell’unità sì e devo riconoscere che questi due gentlemen che mi siedono accanto di essere stati dei partner straordinari. Nessuno dei leader europei è stato così leale come loro» P1100551 La questione tedesca, ancora vent’anni dopo l’avvenuta riunificazione, resta il nervo scoperto del paese, una questione in fondo non ancora digerita. Una strana onda di ritorno, cammuffata sotto l’ambigua veste dell’Ostalgie, sta trasfigurando il passato: non tutto è andato come ci era stato promesso. È vero, ma il bilancio fatto sulla misura dell’entusiasmo di quei mesi a cavallo del 1989 è un gioco troppo facile. Non c’è tutto quello che era stato promesso ma c’è molto, tanto di più di quello che c’era. Questo vorrebbe dire il cancelliere, se avesse ancora la forza nelle gambe e nella voce. E invece, oggi che una Germania rasserenata è disposta a ridargli la parola, magari anche a tributargli qualche timido applauso al di là della platea amica della sua fondazione, lui non ha più la forza di farlo. E a volte sembra neppure la voglia. Così resta inchiodato lì, a quelle promesse gettate a una folla famelica nella campagna elettorale del 1990, i panorami fioriti che in breve tempo sarebbero sorti anche nella Germania affossata e umiliata da quarant’anni di economia di piano, di dittatura asfissiante, di controllo poliziesco spinto fin nelle camere da letto, di fumi velenosi e liquami inquinanti liberati nell’aria e nei fiumi, di disoccupazione mascherata, di povertà spacciata come uguaglianza. C’erano centinaia di bandiere che garrivano al vento, quando si presentò a Erfurt come l’uomo della riunificazione, tante avevano il buco nel centro, vecchie bandiere dell’est con il simbolo della Ddr strappato di netto e la piazza gridava: «Kohl sei anche il nostro cancelliere». Dove sono finiti? Come è possibile che in soli vent’anni abbiano cambiato idea? La vita sa essere generosa e ingrata nell’arco di una sola esistenza. Kohl sembra averlo capito, forse accettato. Mentre l’uomo che ha riunificato il paese guarda spaesato la platea che gli è di fronte, e probabilmente invidia la buona salute dell’ottantacinquenne Bush, ancora capace di divertire con la sua retorica brillante e del settantottenne Gorbaciov, sconfitto dalla storia ma, beato lui, per sempre consegnato a una buona memoria, tornano alla mente non le piazze da eccitare ma le mosse del politico che in quelle settimane seppe compiere i passi giusti al momento giusto. Non ne sbagliò uno. Panorami fioriti a parte, se oggi la Germania unita può guardare diritto negli occhi, senza più complessi e vergogne, gli altri paesi del mondo lo deve a lui e al piano dei dieci punti, tirato fuori all’improvviso senza neppure interpellare il suo ministro degli Esteri, con il quale spiazzò tutti i falsi amici che nelle cancellerie d’Europa avevano adottato il metodo che nel calcio si chiama melina. P1100530 Mitterrand prendeva tempo, la Thatcher sobillava Mosca, Andreotti si abbandonava a sarcasmi che avrebbero pesato come macigni sui futuri rapporti fra Berlino e Roma: «Amo così tanto la Germania che preferisco averne due». Avrebbero preferito che il muro restasse al suo posto nel nome della Realpolitik e di un mondo che non doveva cambiare troppo in fretta. Ma Kohl li anticipò tutti. Proprio quel Gorbaciov, che oggi il cancelliere ringrazia e che in quei giorni fu fatto oggetto di pressioni diplomatiche da parte di Parigi, Roma e Londra, fece sapere al consigliere di Kohl, Horst Teltschik che ormai si stavano prendendo in considerazione tutte le alternative, anche le più impensabili. Con le spalle coperte da Mosca, alla cancelleria di Bonn si lavorò sodo per stilare un progetto. Il 28 novembre, tre settimane dopo la caduta del muro, Kohl presentò il programma dei dieci punti: Germania federale e unificata all’interno di un robusto processo di unificazione europea. La partita era chiusa, la Germania sarebbe tornata al centro dell’Europa e questa volta non avrebbe fatto più paura a nessuno.