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1989, LA RIVOLUZIONE NEGOZIATA D’UNGHERIA

Mentre la Ddr s’infiamma, in Ungheria la transizione dal comunismo alla democrazia prende la via meno eccitante ma più rassicurante del compromesso politico. Qui dove tutto è iniziato, dove l'apertura della cortina di ferro ha accelerato l'implosione dei paesi fratelli confinanti e dove timide riforme hanno creato fin dagli anni Settanta le premesse di un post-totalitarismo avanzato, la metà di ottobre fa registrare il progresso decisivo verso la chiusura di un'epoca e la nascita di un nuovo sistema politico e istituzionale.

Nell'alternarsi di piazza e palazzo che scandisce le tappe di questa rivoluzione negoziata, ora tocca al palazzo. Vecchi e nuovi partiti non si fanno trovare impreparati e riformano impostazioni superate dalla storia o affinano ideologie diventate all'improvviso di moda. La componente riformista del partito comunista ha già cancellato una settimana prima nome e simboli, lettere e attrezzi, emarginato il gruppo conservatore (che presto uscirà per fondare un nuovo partito) e rinunciato per sempre al monopolio politico. Imre Pozsgay sembra guidare con mano sicura il timone durante la virata socialdemocratica e, nel progetto della nuova impalcatura istituzionale, punta al vertice della Repubblica: uno Stato presidenziale nel quale un presidente forte bilanci un governo espressione del nuovo pluralismo, conservando agli ex comunisti riformati il bandolo della matassa. Il progetto è osteggiato dai partiti di liberali del fronte di opposizione che riusciranno più in là a indire un referendum contro il presidenzialismo e a vincerlo. Tuttavia, in questi giorni si discute di costituzione e forma dello Stato. E per ora si tratta di mettere i sigilli al sistema del partito unico e aprire la stagione della democrazia. Nei mesi precedenti, una tavola rotonda costituita sul modello sperimentato in Polonia, composta dal nuovo partito socialista di Pozsgay, dal Forum democratico di Joseph Antall, dai partiti liberali coordinati da Janos Kis e dalle associazioni sindacali, ha elaborato quel progetto di repubblica presidenziale sul quale l’accordo è di là da venire. Ma nel frattempo i parlamentari sono al lavoro nelle stanze del parlamento più bello d'Europa, il palazzo in stile eclettico che specchia le sue guglie merlate nelle acque placide del Danubio.

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Dentro e fuori questa meringa della politica si svolgono gli eventi decisivi della transizione. Il 18, nella sontuosa cornice della sala dell’Assemblea nazionale, il parlamento ha già approvato un emendamento costituzionale che cancella l’aggettivo popolare dalla denominazione della Repubblica e riscrive il preambolo della Carta: «La Repubblica ungherese è uno Stato indipendente e democratico basato sulla legge. nel quale sono equamente riconosciuti i valori della democrazia borghese e del socialismo democratico». È la svolta decisiva. Un complesso di nuove leggi riscrive i punti principali della costituzione: libertà di stampa, di associazione, cambio della data della festa nazionale, del simbolo dello Stato. Viene ripristinato il tricolore semplice, rosso, bianco e verde a strisce orizzontali, falce e martello finiscono negli archivi della storia ungherese.

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Il 23 ottobre si torna in piazza, sempre di fronte al parlamento, nell’enorme spianata della Kossuth Lajoster. Di fronte a una folla oceanica il neo-eletto presidente provvisorio della Repubblica, Matyas Szurös, esponente del partito socialista riformato, riannoda il filo della storia patria: «La nuova costituzione è sullo sfondo della storica lezione della rivolta e del movimento di indipendenza nazionale dell’ottobre 1956». Il boato della piazza si trasforma in fischi quando lo stesso Szurös annuncia il proseguimento dei rapporti con «il nostro grande vicino, l’Unione Sovietica, nel segno dell’interesse nazionale». È il segnale di quanto sia impervio lo stretto sentiero della riforma graduale. Il successivo confronto serrato fra i partiti lo confermerà, ma ormai la strada intrapresa è quella della politica.

Pubblicato su Il Riformista