Vai al contenuto

IL CUORE D’EUROPA BATTE A EST

Il Parlamento europeo ha il suo primo presidente dell’est, il polacco Jerzy Buzek. E Polonia e Ucraina ospiteranno assieme i campionati europei di calcio nel 2012. Entrambi questi successi sono stati conseguiti a scapito dell’Italia, che aveva proposto un suo uomo alla guida dell’assise di Strasburgo e la propria candidatura per l’Europeo di calcio. Ma, amor patrio a parte, sono due eventi che, a distanza di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, testimoniano i passi avanti compiuti dai paesi che appartenevano al blocco sovietico. L’est si è messo in marcia e adesso chiede al resto del continente di giocare la partita ad armi pari.

Le opinioni pubbliche occidentali restano sempre un po’ sorprese quando dall’altra parte battono i pugni sul tavolo. Hanno abbracciato i fratelli ritrovati nei mesi delle rivoluzioni più o meno pacifiche del 1989, hanno brindato con loro, festeggiato alla ritrovata libertà, pianto le stesse lacrime di commozione. Poi, di questi fratelli, se ne sono dimenticate, ritrovandoseli di tanto in tanto di fianco nelle occasioni solenni che hanno scadenzato le tappe della costruzione della nuova Europa. Eppure, la mappa del nostro continente, a vent’anni dalla data che segna la fine della guerra fredda, è completamente cambiata. L’Europa non finisce più a Berlino (o a Bonn), ma prosegue per mille e più chilometri verso oriente. Berlino, la ex città divisa, ne è semmai il nuovo baricentro politico. Quello geografico è addirittura in Lituania. I confini sono tutti spostati più in là: a Narva, verso nord, a Brest sull’asse centrale, a Costanza e Sofia su quello meridionale. Anche verso sud-est la spinta prosegue, anche se più lentamente, a causa dell’eredità dell’ennesima guerra civile balcanica. L’Italia non è più il bordo orientale: ufficialmente c’è Lubiana a sorvegliare la frontiera, ma basta farsi un giro in Croazia o addirittura in Montenegro e Albania per capire l’inarrestabilità dei cambiamenti e la necessità di modificare prospettive e schemi mentali.

DSCF0208

La notte in cui a Berlino cadde il Muro, portandosi appresso le macerie di un mondo in ebollizione, tutto accadde all’improvviso. Una conferenza stampa imbastita con lo scopo di prendere tempo, una domanda probabilmente suggerita al corrispondente dell’Ansa dall’interno del comitato centrale della Sed, una risposta pasticciata. Disse Günter Schabowski: “Tutti i punti di frontiera fra Germania federale e Germania democratica sono aperti, anche quelli tra Berlino est e Berlino ovest”. “Da quando?”. “Per quello che leggo, da subito”. Ma nulla accadde per caso. Pochi minuti dopo, ai passaggi di frontiera fra le due Berlino, una massa impressionante di gente premeva per passare dall’altra parte, mentre la polizia che non aveva avuto istruzioni non sapeva che fare. Alla fine cedette, come avevano ceduto i politici, travolti da un mare che non si poteva più contenere.

Il regime era marcio, corroso da una crisi economica che ormai da anni si faceva sentire anche sui beni di prima necessità, le file di fronte ai negozi di alimentari erano divenute un panorama classico della Germania est come della Polonia, della Cecoslovacchia come dell’Unione Sovietica baltica. Ma senza la spinta di una popolazione che di colpo aveva dimenticato la paura e scoperto il coraggio, quei simulacri di Stati avrebbero vissuto ancora a lungo, aggrappati finché avessero potuto ai crediti con cui i paesi occidentali li stavano, a un tempo, sostenendo e stringendo al collo. La necessità delle riforme partì da Mosca, qualche anno prima. Era l’Unione Sovietica che teneva in piedi l’intero blocco, attraverso quel meccanismo di compensi e sussidi che era sempre stato il Comecon. Ma, già dagli anni della grande stagnazione brezneviana, quel sistema non reggeva più. It’s the economy, stupid. E Gorbaciov, che stupido non era, aveva provato a muovere i tasselli, sperando di tenere in piedi il palazzo. Fu, invece, un effetto domino. Dietro le nuove parole d’ordine di glasnost e perestrojka c’era un invito neppure troppo velato ai paesi satelliti: ognuno per sé, alla ricerca della salvezza. Non la trovò nessuno di quei leader. Caddero tutti, uno dopo l’altro, chi lasciando demoralizzato il potere, chi costretto da lunghe trattative politiche, chi incappando in un golpe fallito, chi in uno invece riuscito. Le immagini della caduta degli dei rossi si sovrappongono nella memoria alle gesta dei milioni di eroi comuni, spuntati di colpo dalle tenebre del totalitarismo. I settantamila di Lipsia, che sciamavano lungo il Ring cittadino durante le Montagsdemonstrationen, le manifestazioni del lunedì organizzate dalla chiesa evangelica. I berlinesi dell’est che, dopo la caduta del Muro, scorazzavano sulla Kurfürstendamm accalcandosi davanti alle vetrine del KaDeWe, il grande magazzino d’occidente, ma poi rientravano di sera a casa con le proprie Trabant per manifestare sull’Alexanderplatz contro ogni tentativo di compromesso. I cechi che affollavano piazza San Venceslao, la piazza dove s’immolò vent’anni prima Jan Palach, per applaudire Vaclav Havel e Alexander Dubcek, l’eroe della Primavera. I baltici sparpagliati lungo il percorso delle tre capitali, Vilnius, Riga e Tallin, che si tenevano per mano in una catena umana lunga seicento chilometri e due milioni di anime. E i rumeni pigiati nella piazza di Timisoara, attaccati dai minatori che Ceausescu aveva reclutato dai distretti periferici: ci provò ancora, qualche giorno dopo a Bucarest per garantire la sicurezza al proprio comizio, ma la gente iniziò a fischiare e i gattopardi del regime avevano già preparato il putsch, l’arresto, un tribunale farlocco e due colpi di fucile. Era Natale, non fu un bel regalo.

DSCF0222

Non si salvò nessuno, neppure l’uomo a cui si deve una parte da co-protagonista nel film della rivoluzione. Gorbaciov aveva concesso tanto nel tentativo di salvare almeno l’unità del suo paese nel socialismo riformato, troppo per i custodi dell’ortodossia. La Germania era tornata unita, gli ex paesi satelliti avevano ormai avviato la transizione alla democrazia, solo i baltici, sempre più refrattari, erano ancora impigliati nella rete dell’Urss. Correva il 1991 ma i nostalgici erano ancora dappertutto, nel Kgb e nell’Armata Rossa, nel governo e nel partito e si organizzarono in un Comitato per l’emergenza. Arrestarono Gorbaciov e sua moglie nella loro casa di vacanza in Crimea, occuparono i punti cardine del potere moscovita ma intopparono in un omone alto e grosso che si barricò nel parlamento e poi arringò la folla dal tetto di un carro armato. Stava finendo anche l’Unione Sovietica, i soldati disertarono, il bagno di sangue non ci fu, Gorbaciov potè tornare a Mosca, dove però quell’uomo grande e grosso gli puntò un dito contro per dirgli che la sua parte era finita. Eltsin non sarebbe poi stato un buon presidente, ma in quell’attimo seppe fare anche lui la storia.

Sono passati venti anni, il tempo di una generazione. Le bollicine di spumante sono evaporate da un pezzo, la transizione è stata lunga e difficile, le speranze si sono misurate con la dura realtà dei cambiamenti. C’è chi ce l’ha fatta, chi è rimasto indietro e chi s’è fermato in mezzo. Vale per i paesi e per gli uomini. Per una Polonia che conquista un posto centrale nella nuova Europa c’è una Romania che fatica a staccarsi dalle piaghe ataviche della corruzione e dell’arretratezza e c’è un’Ucraina che ha perduto, finora, tutte le coincidenze possibili. Sono solo esempi all’ingrosso. Perché poi, viaggiando nella stessa Polonia, si possono osservare i rapidi sviluppi di Varsavia, i meravigliosi restauri di Cracovia, gli affanni post-industriali di Danzica, le scommesse baltiche di Stettino e le arretratezze rurali di Siedlce. O incrociando le tre Repubbliche baltiche, ci si confronta con il dinamismo precario dei giovani, la marginalità della vecchia etnia russa o la faticosa guerra con la vita quotidiana ingaggiata dalla generazione di mezzo. L’est si è moltiplicato. Non è mai stato quel blocco monolitico che eravamo abituati a commentare ai tempi dell’impero sovietico. Già all’interno del Comintern, Mosca aveva assegnato a ogni satellite un compito differente: i sovietici producevano tecnologia militare e petrolio, i bulgari frutta e vino, i cecoslovacchi veicoli, i rumeni carbone, i tedeschi orientali macchine utensili. E ogni economia specializzata generava un tipo di società diversa, industriale, agricola, militare. Da quando si sono aperti i confini, le differenze hanno attraversato gli stessi paesi al loro interno. La Repubblica ceca non ha nulla in comune con la Slovacchia orientale, la Polonia occidentale può assomigliare alla Germania quanto quella ad est all’Ucraina, Lituania ed Estonia hanno in comune solo l’aggettivo baltico e poco più: neppure la lingua. Budapest non è mai stata Bucarest e neppure Berlino est è simile a Berlino ovest.

DSCF0317

Qui, nella capitale che riassume le spinte e gli interessi della nuova Europa, è difficile rintracciare i resti di quello che fu il confine più duro. Il Muro è stato sbriciolato dalla voglia di dimenticare e guardare avanti, solo di tanto in tanto, e quasi incidentalmente, ci si imbatte in qualche reperto sopravvissuto alla furia gioiosa degli abitanti e all’opera meticolosa delle scavatrici. La città si è mescolata, nuove e moderne costruzioni hanno sostituito nel quartiere centrale gli scatoloni architettonici dell’era socialista, un castello che riproduce quello del Kaiser, affidato alla “regia” dell’italiano Franco Stella, rimpiazzerà il vecchio Palazzo della Repubblica voluto da Honecker e già smontato pezzo per pezzo. Anche la geografia sociale s’è mossa: a Prenzlauer Berg, nell’est, non ci sono più i ribelli alternativi che sfidavano il regime ma i ricchi rampolli della Baviera e del Baden-Württemberg, approdati a suon di euro nel quartiere che è diventato il più chic di tutta Europa. Eppure la divisione è rimasta, non solo nelle teste ma anche nei portafogli. Ogni volta che gli elettori sono chiamati a votare per un referendum che decide questioni cittadine, l’est torna a fare l’est e l’ovest resta a fare l’ovest. E’ accaduto un anno fa, quando si andò a votare per mantenere in attività l’aeroporto di Tempelhof, cui erano legati i berlinesi occidentali perché tra il 1948 e il 1949 fu il terminale del ponte aereo, la gigantesca operazione americana che salvò la città dal blocco di Stalin. Ed è capitato di nuovo quest’anno, su un argomento più attuale, se ripristinare nelle scuole secondarie l’ora facoltativa di religione. In entrambi i casi gli occidentali hanno votato a favore, gli orientali si sono astenuti e i referendum non hanno raggiunto il quorum. Tempelhof non appartiene alla memoria condivisa, vale per chi ha vissuto a ovest, non a est, e anche la religione, nel mondo comunista, non aveva una grande considerazione. Esperienze che rimangono nelle tracce delle vecchie e delle nuove generazioni e che consolidano una divisione durata quarant’anni e non superata in venti. Vale anche per l’economia e il lavoro. Quando le agenzie federali producono quelle cartine piene di colori blu e rossi che segnalano il livello del reddito e dell’occupazione, il blu del benessere e del lavoro è tutto a occidente, il rosso dell’arretratezza e dell’occupazione è tutto a oriente. Che sia la Germania o Berlino, il risultato è lo stesso: la cortina di ferro e il Muro, cancellati dalla storia e dalle ruspe, riappaiono inesorabili a separare i due mondi.

L’analisi non cambia anche per gli altri paesi dell’est. Negli anni passati è tornato in vigore l’antico concetto geografico dell’Europa centrale. Non più est, non più miseria, ma centro, terra di mezzo fra l’Atlantico e gli Urali, come vogliono la storia e la geografia. Ma non ancora l’economia. La fase di ristrutturazione è costata lacrime e sangue, specie nei primi anni. I dettami delle organizzazioni internazionali, (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) sono stati draconiani e forse non sempre benefici. Erano i tempi della fine della storia, dell’ideologia del libero mercato che si sovrapponeva a quella della programmazione quinquennale. La seconda aveva ridotto al lastrico governi e popolazioni, la prima prometteva magnifiche sorti e progressive. Non è andata esattamente così e la cronaca di questo ventennio non è fatta solo di successi e avanzamenti, ma anche di durezze e delusioni che hanno segnato l’esperienza di questi popoli. La perdita del lavoro, l’aumento dei prezzi, le difficoltà di approvvigionamento energetico, l’emigrazione. Nelle ultime elezioni polacche, il candidato della destra moderata, Donald Tusk, ha speso tre giorni della sua campagna a Londra e Dublino, per fare proseliti tra le più grandi comunità polacche all’estero. La Germania est, dicono le statistiche, è una terra sempre più desolata: nei paesini del Brandeburgo e del Mecklenburgo uomini giovani e meno giovani si radunano la sera ubriachi nelle piazze dei piccoli centri, disperati, disoccupati e abbandonati, dalle mogli e dalle fidanzate che sono tutte emigrate a ovest, attratte da lavoro, salari più alti e, forse, da un nuovo compagno. Sempre le statistiche (in Germania infallibili) certificano che questa particolare emigrazione avviene perché le donne dell’est hanno un’istruzione migliore e una maggiore capacità di intraprendenza rispetto ai maschi: evidentemente la parità fra i sessi era un traguardo di cui anche la Ddr poteva andar fiera. I rumeni sono ovunque, tanti anche in Italia, mentre quelli rimasti in patria, quando non fanno parte di qualche ristretta èlite privilegiata, si arrabattano per pagare affitto e viveri. La Bulgaria corre seri rischi di vedersi tagliati i flussi di aiuti dall’Ue, perché la criminalità mafiosa ne ha fatto un nuovo centro di potere. E oggi ci si è messa pure la crisi globale, che ha fiaccato le finanze troppo allegre di paesi che sembravano ormai fuori dall’emergenza: l’Ungheria, la Lettonia, la Repubblica ceca. Per non parlare dell’Ucraina, ma questa è un’altra storia.

DSCF0121

La disillusione ha favorito il fenomeno dell’Ostalgie, la nostalgia per la vita ai tempi dell’est, quando il lavoro era assicurato, si viveva con poco ma protetti da una sicurezza oggi perduta. Un sentimento non solo emozionale ma anche politico. La Linke, il partito erede della Sed di regime, ha saputo catalizzare il malcontento cresciuto nei nuovi Länder della Germania, diventando in molte regioni il primo partito, sbarcando stabilmente nel panorama politico nazionale e mettendo in crisi la stabilità tradizionale del sistema tedesco: la Grosse Koalition, il governo straordinario che comprende due partiti storicamente rivali come la Cdu e l’Spd è, di fatto, la conseguenza della affermazione della Linke come quinto partito; e assieme ai socialdemocratici, regge il governo locale della Berlino riunificata.

Ma per tante storie di difficoltà, ce ne sono altrettante di successo. La Slovacchia ha centrato proprio quest’anno l’ingresso nella zona euro, sorprendendo tutti gli analisti e facendo morire d’invidia i cugini cechi. La Slovenia vi appartiene da quasi tre anni, l’Estonia ha un livello di informatizzazione amministrativa da far invidia ai paesi più sviluppati e, come detto, la Polonia si sta conquistando sul campo il ruolo di pivot dell’area est-europea. Le infrastrutture sono ovunque migliorate, le città hanno riacquistato colore, i centri storici sono stati restaurati, i servizi modernizzati, i livelli di consumo sono cresciuti in quantità e qualità. Sempre Donald Tusk ammonisce a valutare con equilibrio la condizione dei nuovi paesi: “Lo ripeto spesso ai miei colleghi e alla stampa occidentale, la crisi economica che stiamo vivendo in questi mesi, per noi che abbiamo vissuto il comunismo, è nulla rispetto a quello che abbiamo sopportato, quella era una vera crisi che sembrava senza via d'uscita”. Oggi la via d’uscita c’è e per molti paesi si chiama Unione Europea. Quello che con un linguaggio inutilmente burocratico è stato chiamato processo di allargamento (e che in realtà è stato più semplicemente il processo di riunificazione del continente) ha rappresentato il modello di transizione politica di maggior successo degli ultimi decenni. La prospettiva di entrare a far parte di un club che assicurava stabilità politica, sicurezza geopolitica e relativo benessere economico, ha costituito un faro costante lungo la rotta della democrazia, superiore anche all’appartenenza alla strategica alleanza militare atlantica. E alla fine anche i famigerati criteri di integrazione, le regole contenute in decine di faldoni e di dossier, unite alla possibilità di accedere ai contributi economici per lo sviluppo, hanno permesso di introdurre riforme, adeguare istituzioni, modernizzare strutture e, allo stesso tempo, tranquillizzare le opinioni pubbliche.

P1100456

Ora che la prima ondata è stata in qualche modo digerita, la sfida si sposta ancora in avanti. Verso i Balcani, a mezzogiorno, sulla linea che conduce da Zagabria a Belgrado, da Skopje a Tirana e Istanbul. E a est, verso il grande nemico di un tempo, quella Russia che ha rischiato di uscire dal novero delle grandi potenze nei caotici anni di Eltsin e che ha ritrovato prestigio e stabilità sotto il pugno di ferro di Putin. Anche su questa direttrice è possibile tracciare una linea di movimento, passando attraverso capitali non meno problematiche: Chisinau, Kiev, Minsk, Tbilisi, quindi Mosca. Non sarà un secondo allargamento: le opzioni di collaborazione sono varie e tutte aperte. Si giocano questioni di identità (quali sono i confini dell’Europa?) e questioni geopolitiche (si deve riconoscere uno spazio russo?) e non è detto che Mosca e Bruxelles abbiano interesse a condividere le stesse strutture istituzionali. Ma è ormai evidente a tutti che lo spazio orientale è divenuto strategico per i nuovi equilibri del nostro continente: la Russia è in crescita tumultuosa e gli scenari politici aperti dalla coabitazione fra Putin e Medvedev lasciano intravedere un futuro diverso dalla democratura con cui finora la Russia ha pensato di recuperare se stessa. C’è la questione degli approvvigionamenti energetici e delle pipelines di gas che legheranno ancor più le due aree: un accordo strategico di lungo respiro pare oggi la strada più opportuna anche a quei nuovi membri dell’Ue che non hanno dimenticato i duri decenni di occupazione. E l’Ucraina, la Bielorussia e la stessa Georgia si pongono come banchi di prova per un confronto che sarà lungo e complesso.

La memoria dei popoli è diventata corta in tempi accelerati come quelli attuali, vent’anni sono passati in un baleno, ci si è adeguati ai cambiamenti e molti hanno smarrito il ricordo del punto di partenza. Un professore di linguistica, incontrato all’Università di Kiev due anni fa, trovò però le parole giuste per farci comprendere l’essenza di quei cambiamenti: “Non abbiamo molti soldi e non abbiamo realizzato tutti i sogni che avevamo, quando conquistammo l’indipendenza e quando con la rivoluzione arancione speravamo di conquistarci anche il diritto a entrare in Europa. Però oggi mia figlia può viaggiare liberamente, uscire dall’Ucraina, andare in Europa e in America, conoscere altre lingue e altri popoli, fare tutte quelle esperienze che a me sono state negate”. La libertà di muoversi, di andare e tornare. In fondo, quando Schabowski la sera del 9 novembre 1989, cercando di prendere tempo, fu costretto a decretare la caduta del Muro di Berlino, si stava discutendo proprio di quello, della libertà di viaggiare al di fuori della Ddr. “Wir wollen raus”, gridavano i manifestanti sull’Alexanderplatz, vogliamo andar fuori. I muri non reggono, non reggono mai.

Pubblicato su Charta minuta