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BALATON, LA RIUNIFICAZIONE AI TEMPI DEL MURO

Il Mediterraneo dei tedeschi dell’est era una lunga e stretta lingua d’acqua, piatta e tiepida, sprofondata nel mezzo della pianura pannonica. Il profumo intenso delle spighe di grano inebriava di odori meridionali, le forme rotonde dei langos fritti richiamavano l’illusione della pizza napoletana e l’aria dolce e rilassata cullava vacanze esotiche ai tempi del socialismo reale. Il lago Balaton, che i tedeschi chiamano Plattensee, era il loro Mezzogiorno, uno spicchio di Italia trapiantato trecento chilometri più ad est. Il revisionismo cocciuto di Tito rendeva politicamente scorrette le vacanze sulle coste dalmate e istriane, meglio fermarsi un po’ più a nord, sulle sponde di questo specchio d’acqua verticale chiamato in patria il mare ungherese.

I tedeschi dell’ovest preferivano altri luoghi. Alla fine degli anni Cinquanta, a bordo delle prime Volskwagen targate miracolo economico, sciamavano teutonicamente lungo l’Adriatico italiano e i più sofisticati raggiungevano i luoghi mondani della Costa Azzurra. Ma chi aveva lasciato amici e parenti dall’altra parte della cortina di ferro non aveva altra scelta che il Balaton. È stato il buen retiro delle due Germanie ai tempi della guerra fredda, il luogo d’incontro di famiglie cui la storia aveva spezzato legami e affetti, abitudini e quotidianità. Divisi in patria, riuniti all’estero, seppur per il tempo breve di una vacanza estiva. Oggi che il turismo dei voli low-cost rende accessibili a tanti mete più esotiche, il Balaton appassisce nella sua atmosfera malinconica. Percorri la moderna E71 che lo collega in poco più di un’ora a Budapest, un’infrastruttura che prometteva un radioso futuro turistico al tempo del capitalismo, e scopri che le auto passano oltre, senza più fermarsi: mezza Europa dell’est utilizza questa autostrada per arrivare più in fretta a Spalato e Makarska, in Croazia, le nuove mecche della vacanza di tendenza. Gli alberghi alveare tirati su ai tempi delle vacche grasse, che qui sorprendentemente coincidono con i tempi del socialismo, restano desolatamente vuoti. Il Balaton è diventato demodé, un catalogo di viaggi vintage che ingiallisce col passare del tempo.

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Eppure, fino a vent’anni fa, i turisti arrivavano a decine di migliaia, come stormi di uccelli migratori alla ricerca del caldo, del sole e degli affetti perduti. I tedeschi soprattutto, da Dresda e da Monaco, est e ovest, ma anche i cecoslovacchi e gli italiani, i polacchi e gli olandesi. Curiosi di ritrovarsi al riparo di una terra che oltre al languore estivo offriva la sensazione di una relativa libertà. Gente tosta, gli ungheresi, orgogliosa e testarda, che si era guadagnata i galloni da ribelle nella rivoluzione del 1956: i carri armati sovietici avevano ristabilito l’ordine ma qualcosa di quello spirito ribelle si rifletteva ancora nel carattere degli uomini e nella gradazione del vino rosso. Per chi era abituato al cupo grigiore di Berlino Est e poteva sfuggire alle vacanze di rito nelle colonie del Brandeburgo o del freddo Baltico, il richiamo dei caffè all’aperto, delle nenie dei violini gitani, dei sapori forti della paprika o delle frescure delle angurie rosse appariva irresistibile. Una scorta di buon umore e sorrisi da consumare lentamente nel letargo invernale della Ddr. E poi gli incontri con i fratelli separati dell’ovest, alla luce del sole, senza timore di sguardi sospettosi o punizioni. I nemici di classe come vicini di roulotte o di stanza, fiammanti Mercedes parcheggiate accanto alle piccole Trabant, uno scambio di riviste, uno sguardo allo Spiegel o a Stern, un giro assieme in barca e una tavolata comune a ristorante, nonostante l’impaccio finale al momento del conto. Perché di anno in anno quel marco occidentale pesava sempre di più e scavava solchi profondi.

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Per festeggiare il ventennale della caduta del Muro, il Collegium Hungaricum di Berlino inaugura in questi giorni una mostra multimediale dal titolo “Unità tedesca al Balaton”, ripercorrendo con filmati, fotografie e documenti personali questo spicchio di storia tedesca trasferito in un’Ungheria che sperimentava, a suo modo, un vago socialismo dal volto umano. Si rincorrono vicende familiari, come quella del berlinese dell’ovest Herbert Liman che nel 1962, un anno dopo la costruzione del Muro, riuscì a incontrare il proprio padre rimasto ad est proprio sulle sponde del Plattensee. «Oggi si va all’aeroporto di Schönefeld e in un’ora si atterra a Budapest. Allora bisognava partire da Tegel, percorrere il corridoio aereo fino a Monaco di Baviera, qui cambiare per Vienna e, infine, prendere un aereo della compagnia di bandiera ungherese fino a Budapest», racconta Liman nelle sue memorie. «Mio padre approfittò di un viaggio organizzato dal sindacato libero tedesco che aveva riservato alcuni posti a lavoratori del settore medico. Dirigeva una delle poche cliniche private a Berlino Est e s’infilò sull’autobus che lo portò al Balaton. Avevamo trovato alloggio sulla sponda opposta del lago, fu un po’ complicato vederci ogni giorno ma grazie all’aiuto di un capitano ungherese trovai un battello che faceva su e giù quasi regolarmente». Liman è stato un pioniere di questo genere di vacanze. Con il passare degli anni il Balaton venne sempre di più il luogo in cui i due popoli divisi intrecciavano le loro traiettorie estive. Le foto di un album privato del 1973 ritraggono due famiglie ritrovate sedute su un muretto con il mare ungherese sullo sfondo: padre, moglie e figlia giunti dalla Ddr, sorelle e cognati arrivati da Svizzera e Baviera, abbracciati uno con l’altro come in una gita scolastica: finalmente di fianco. Anche la famiglia Ihnde scoprì il Balaton negli anni Settanta e fino al 1989 sfruttò questa terra, divenuta una sorta di campo neutro, per trascorrere tre settimane con una cugina fuggita a occidente.

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Non solo parenti. Sulle rive del lago nacquero anche nuove amicizie e nuove coppie, pronte a lasciarsi alla fine delle vacanze con la promessa di ritrovarsi l’anno dopo. “E il prossimo anno al Balaton” divenne il titolo di un road-movie di culto nella Ddr, diretto da Hermann Zschoche per gli studi cinematografici statali Defa. Un film spensierato e apolitico, come in fondo erano quelle vacanze. E c’erano anche gli incontri fra i gruppi giovanili religiosi, che trasformavano in seminari comuni le settimane di svago. Armin Kunze era uno di quei giovani. Veniva da Berlino Est e nel 1981 conobbe una ragazza dell’ovest, Dorothea Rüter. Negli anni la loro amicizia si trasformò in un legame più stretto, cementato ogni anno dai giorni condivisi sul Balaton. Decisero di presentare una domanda di matrimonio. Venne accettata nel 1989. Si sposarono il 12 agosto, proprio mentre sul Balaton si moltiplicavano i campi dei tedeschi orientali che fuggivano a ovest. Il 23 settembre Armin ottenne il permesso di lasciare la Ddr per motivi familiari. Poco più di un mese dopo, la loro unione sarebbe stata solo una delle tante coppie miste nella Germania riunificata.

Pubblicato su Il Riformista