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CONFUSIONE ARANCIONE

Prima del 24 agosto 1991 l’Ucraina era una delle quindici repubbliche dell’URSS, presente sin dalla fondazione nel 1922. Dopo quasi settant’anni di comunismo, l’arrivo del riformatore Mikhail Gorbaciov al Cremlino e il definitivo collasso del sistema, Kiev si rese indipendente da Mosca, anche se ancora oggi il legame è molto stretto. Per ragioni storiche, culturali, politiche ed economiche. Se infatti in questi due decenni l’Ucraina si è formalmente distaccata dalla Russia i rapporti tra i due Paesi sono inevitabilmente segnati dal passato, nel bene e nel male.

In vent’anni Kiev inoltre non è ancora riuscita a darsi un’identità vera e propria ed è ancora in bilico tra Oriente e Occidente, legata a doppio filo con la vecchia madre, ma vogliosa di entrare in quella Casa comune europea che però non pare avere posti liberi. Almeno per il momento. L’Ucraina è lì, in mezzo al Vecchio Continente: una sorta di ponte tra Mosca e Bruxelles sul quale vogliono salire un po’ tutti, magari senza chiedere permesso ai diretti interessati. Noi siamo andati a vedere cosa è cambiato.

Kiev cresce

Se si capita a Lviv, la principale città nell’ovest del Paese, l’impressione è quella di trovarsi già in Europa: a due passi dal confine polacco, la vecchia Lemberg o Leopoli (ma non chiamatela con il nome russo Lvov) è l’avamposto ucraino verso Bruxelles. Per qualche secolo sotto i polacchi, poi agli ordini degli Asburgo, con la spartizione della Polonia nel 1939 tra tedeschi e sovietici è passata sotto l’URSS ed è facile comprendere perché da queste parti nessuno voglia parlare russo. L’avversione verso il Cremlino è palpabile. In Galizia e dintorni la disoccupazione è forte e si spera nell’aiuto dell’UE. Tutt’altra storia invece a Dnipropetrovsk o a Donezk, all’est, dove si usa comunemente il russo e nelle fabbriche tenute in piedi dagli oligarchi con contatti privilegiati a Mosca si guarda al Cremlino come a un buon vecchio padre. Sospetta ricchezza A Odessa, sul Mar Nero, in vent’anni è stato rimesso a nuovo il centro cittadino e i palazzi fatti costruire dagli zar all’inizio del Settecento risplendono come nuovi. Una sospetta ricchezza, i maligni dicono legata alla mafia, è esplosa in città. In Crimea, dove la maggioranza della popolazione è di etnia russa, i più stramaledicono l’anima di Nikita Krushov, che nel 1954 ebbe l’idea di regalare la penisola all’Ucraina. La capitale Kiev, cresciuta enormemente, offre un quadro ancora diverso, dove convergono affari e finanza e dove i giochi della politica assomigliano tanto a quelli del passato.

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Chi sperava nel cambiamento dopo la cosiddetta «rivoluzione arancione» del 2004 ha dovuto rapidamente ricredersi. Il Paese è sull’orlo del collasso. Ma andiamo con ordine. Passato il primo periodo di tensione dopo l’indipendenza e regolati a grandi linee i rapporti con la Russia, l’Ucraina ha affrontato gli anni Novanta badando più che altro a non sprofondare del tutto e avviando un processo di privatizzazione economica che più che far bene agli interessi del Paese ha fatto bene alle tasche degli oligarchi. Un po’ come successo a Mosca. L’élite politico-economica ha avviato un lento processo di avvicinamento all’Occidente (Unione Europea, ma anche NATO), già sotto la presidenza di Leonid Kuchma, in carica dal 1994 al 2004.

A differenza però delle altre ex repubbliche sovietiche sul Baltico, entrate nelle strutture occidentali già cinque anni fa, l’Ucraina non ha ancora trovato la via giusta. Da un lato proprio perché il Cremlino non intende mollare l’osso tanto facilmente, dall’altro perché la nuova elite non è ancora stata capace di trovare il compromesso giusto, con se stessa e con il Paese. Gli eventi del 2004, descritti in maniera frettolosa dai più come la vittoria dei democratici filoeuropei sui malfattori filorussi, devono essere riletti stando con i piedi per terra. Allora il candidato del Partito delle regioni Viktor Yanukovich fu accusato di aver manipolato le elezioni e di aver fatto avvelenare il suo avversario Viktor Yushchenko, poi eletto capo dello Stato. Yushchenko promise non solo di portare il Paese verso la rinascita economica, ma di eliminare tutto ciò che di marcio (presunti assassini compresi) c’era in Ucraina.

Il risultato è che in cinque anni sono passati altrettanti governi, gli avvelenatori o ritenuti tali si sono alleati con gli eroi della rivoluzione (Yanukovich e Yulia Timoshenko), chi era considerato filoccidentale (sempre la Timoshenko) è diventato il miglior alleato di Putin, il marcio nel Paese è aumentato e se un paio di mesi fa non ci fosse stato il Fondo monetario internazionale con una massiccia iniezione di dollari a gettare un’ancora di salvataggio, l’Ucraina sarebbe a gambe all’aria.

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E allora? Basta parlare con la gente di strada a Kiev od Odessa per capire: la fiducia nella politica è ormai a zero, nessuno si fa più illusioni, la commistione tra Governo e oligarchia economica impedisce ogni progresso, la corruzione impera, chi può se ne va all’estero in cerca di lavoro. I problemi del Paese non sono tanto quelli dell’entrata nella NATO (per la cronaca i sondaggi dicono che la gran parte della popolazione è contro) e a pochi importa se il primo ministro Timoshenko l’anno scorso è stata accusata di tradimento dal presidente Yushchenko per non aver difeso durante la guerra in Georgia le posizioni di Mikhail Saakashvili.

La gente vuole una classe politica degna di questo nome per uscire da quel tunnel nel quale l’Ucraina è imbottigliata sin dai tempi del comunismo. I meccanismi della politica non sono ancora maturati a sufficienza per rendere il Paese una democrazia sul modello occidentale e l’economia è gestita dai soliti noti che hanno preso l’abitudine di sedersi anche in Parlamento. Sognando l’Europa Ma anche le due facce e le due anime ucraine devono imparare ancora a convivere: il maggior partner commerciale ed economico è la Russia, il russo - nonostante non sia più la lingua ufficiale, è utilizzato in buona parte della nazione, al mercato e sugli autobus di Odessa al posto di «grivnia», la moneta ucraina in vigore dal 1996, si dice ancora «rublo»; è però forte l’attrazione, politica ed economica, verso Occidente, una fetta della popolazione si sente a tutti gli effetti già europea e aspira allo stesso destino delle repubbliche baltiche o della confinante Romania. È questa la sfida maggiore che deve ancora affrontare l’Ucraina: trovare la propria identità bilanciando il passato, calibrando il presente e guardando al futuro. Un percorso difficile e ancora lungo, iniziato quasi vent’anni fa, ma non impossibile da completare.

Pubblicato sul Corriere del Ticino