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VACCHE MAGRE IN SLOVACCHIA

Vent’anni fa questo Paese non esisteva. Esisteva la Cecoslovacchia, divisa in due Repubbliche federate, quella Socialista Ceca, con capitale Praga, e quella Socialista Slovacca, con capitale Bratislava, risultato dell’occupazione sovietica del 1968. In realtà ogni decisione veniva presa sulle rive dalla Moldava, dove il Partito comunista cecoslovacco teneva le redini di tutto lo stato. Poco più di due decenni dopo la Primavera soffocata nel sangue arrivò la pacifica “rivoluzione di velluto” a spazzare il regime comunista e a far sorgere due nuove nazioni.

Ora Bratislava è la capitale della Repubblica Slovacca (Slovenská republika) e sulle rive del Danubio si respira un’aria davvero europea. Una sorta di ritorno al passato, considerando anche che è stata per oltre due secoli la capitale del regno degli Asburgo (1536-1783). Oggi la Slovacchia fa parte dell’UE, della Nato e dall’inizio di quest’anno è in vigore l’Euro. In meno di due decenni - visto che la decisione parlamentare che mise fine alla Cecoslovacchia è della fine del 1992 – il passaggio verso l’integrazione nella Casa comune è riuscito in pieno, politicamente ed economicamente.

Molto è dovuto a una transizione – seppure orchestrata dall’alto – avvenuta senza spargimenti di sangue (basti pensare per contrasto alla fine di Ceausescu in Romania o ai carri armati sovietici mandati da Mikhail Gorbaciov a Vilnius, in Lituania) e senza troppe frizioni tra le nuove èlite, capaci di trovare accordi soddisfacenti per tutti. Il fatto poi che si trattasse di un Paese piccolo - oggi in Slovacchia vivono poco più di cinque milioni di persone, circa la metà rispetto alla Repubblica Ceca – ha reso possibile ed efficace lo sviluppo e i progressi in campo politico ed economico. Senza contare il peso che hanno la storia e la geografia, dando un’occhiata per ad esempio ai problemi che ha ancora Kiev con Mosca, mentre Bratislava – distante meno di un’ora da Vienna – pare essere  occidentalizzata sino al punto di non ritorno.

A dire il vero il percorso verso l’integrazione non è stato facile: un po’ come in quasi tutti i Paesi dello spazio postsovietico (a ovest di Mosca, per intendersi, visto che a est – nelle ex repubbliche dell’Asia Centrale – governano ancora i dirigenti comunisti di vent’anni fa sotto spoglie pseudo democratiche) anche in Slovacchia si è assistito a turbolenti e frequenti mutamenti di potere, causati da una genetica mancanza di cultura politica e democratica unita all’inconsistenza del sistema partitico, acerbo e senza tradizione alcuna.

In poco più di tre lustri si sono avvicendati diversi premier di ogni estrazione, dal populista di destra Vladimir Meciar al populista di sinistra Robert Fico (attualmente in carica) e la stabilità dei governi ha lasciato non poco a desiderare, preoccupando anche l’UE, che ha comunque preferito chiudere un occhio sulle imperfezioni estetiche slovacche, pur di fare arrivare il Paese in fretta e con tutti gli altri nella propria orbita. Gli scontri e le polemiche interne non sono andati mai a turbare i sonni di Bruxelles, ma quando si sono varcati in confini, allora è scattato l’allarme.

Proprio come qualche settimana fa, quando è scoppiata una guerra di propaganda tra Bratislava e Budapest dopo che il presidente ungherese Lazlo Solyom, invitato privatamente a partecipare all’inaugurazione nella cittadina slovacca di Komarno di una statua di Santo Stefano d’Ungheria, è stato d’improvviso dichiarato persona non grata dal governo Fico ed è dovuto rimanere a casa. Incomprensioni diplomatiche che si sono sommate a distorsioni storiche e strumentalizzazioni politiche nazionaliste da una parte e dall’altra: con il governo slovacco in difficoltà e l’opposizione conservatrice ungherese guidata dall’ex premier Viktor Orban che vuole scalzare il prossimo anno la traballante maggioranza di sinistra. L’UE si è proposta come mediatrice, ma pare che il fuoco estivo si sia già placato. Le tensioni però rimangono. Anche perché le fibrillazioni politiche si aggiungono a quelle economiche.

La Slovacchia si è ripresa relativamente in fretta dopo il collasso dello stato e del sistema economico comunista e nel giro di pochi anni (nel 1997) ha raggiunto il livello del pil antecedente al 1989. Gli anni successivi sono stati anni di crescita notevole che hanno portato ricchezza e benessere soprattutto nella capitale. L’agricoltura ha lasciato spazio ai servizi e l’industria ha ritrovato slancio anche per gli investimenti stranieri, dall’estremo oriente alla vicina Europa. Prima dell’arrivo della crisi e sull’onda del penultimo governo, quello del centrista Mikulas Dzurinda, il pil cresceva ancora del 10 per cento, la disoccupazione era al 10 e l’inflazione al 3.

Poi sono arrivate le vacche magre e anche la dinamicità slovacca ha perso lo slancio. Bratislava rimane il centro economico-finanziario, si costruiscono nuovi quartieri, i prezzi degli affitti in centro hanno raggiunto quasi gli standard viennesi: l’aeroporto è diventato un polo di attrazione per le compagnie low cost internazionali che lo preferiscono a quello della capitale austriaca. La ricchezza e la vocazione turistica di Bratislava fanno a pugni però con la povertà e l’isolamento dell’est del Paese. La Slovacchia rimane in definitiva una nazione in transizione, nella quale solo la capitale – intorno alla quale gravita comunque il 20 per cento della popolazione – si è già avviata a gonfie la sulla strada della rinascita. Il resto arriverà.

Pubblicato sul Corriere del Ticino