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MR. WESTERWELLE, I SUPPOSE

È già difficile immaginarselo in una veste ministeriale, nonostante sia sempre impeccabilmente fasciato in un abito intero, preferibilmente blu scuro. Figuriamoci a calcare i tappeti felpati dell’Auswärtiges Amt, la Farnesina tedesca. Guido Westerwelle è stato, negli ultimi sette anni, il personaggio più bizzarro e meno ingessato della scena politica nazionale, dall’eloquenza sciolta e irriverente, poco avvezzo alle prudenze, spesso un passo oltre la linea d’ombra del politicamente corretto. Non ha alle spalle un’esperienza ministeriale. E soprattutto, lui e la politica estera sono apparsi, finora, se non due mondi a parte, certo due pianeti molto distanti. È l’economia il suo pallino. Ma ora Westerwelle deve imparare in fretta un nuovo mestiere, quello di ministro degli Esteri.

La consuetudine vuole che il leader del secondo partito di maggioranza si occupi di rappresentare l’immagine del paese oltrefrontiera. Lo vuole anche una lunga tradizione dei liberali. La politica estera della Germania occidentale prima, e di quella unita poi, è stata in larga parte forgiata da Hans-Dietrich Genscher, passato alla storia come uno degli artefici (e secondo osservatori maliziosi il vero artefice) della caduta del muro e della riunificazione. Un precedente ad un tempo importante e ingombrante. Dunque, come sarà la politica estera di Westerwelle? Siamo andati a chiederlo agli esperti della Società tedesca per la politica estera (Dgap), il think-tank più prestigioso del paese che ha sede a Berlino in un grande palazzo immerso nel verde ai margini del Tiergarten, simbolicamente stretto tra le sedi delle ambasciate straniere. «Credo che i timori riguardo una sua impreparazione siano infondati», rassicura il professor Eberhard Sandschneider, membro del presidium della Dgap «la politica estera di un paese come il nostro si caratterizza per una forte continuità che sopravvive al cambio di uomini e partiti. Quanto all’inesperienza, il ruolo fa il ministro, è una lezione fortissima che si apprende in breve tempo, anche quando si passa all’improvviso dall’opposizione al governo». In prospettiva della vittoria elettorale, quattro mesi fa Westerwelle è venuto a presentare la propria visione del mondo. «In sostanza non abbiamo notato grandi differenze rispetto alla politica condotta in questi anni dal socialdemocratico Steinmeier – aggiunge Sandschneider – si è tenuto all’interno della tradizione liberal-democratica e ha evidenziato forti tratti di continuità rispetto alla storia della nostra diplomazia».

Una continuità, ha detto il ministro in pectore, che non deriva da assenza di idee ma da una forte condivisione dei principi democratici e dell’interesse nazionale. Stretta appartenenza al mondo occidentale, spinta per la democratizzazione nell’Europa dell’est, impegno per l’integrazione europea, nel cui quadro è stata immaginata anche la riunificazione della Germania. Il modello di cooperazione, che guida la politica estera tedesca, è diventato anche lo strumento della politica estera europea. «Se c’era una preoccupazione su certi aspetti clawneschi della politica di Westerwelle – conferma Jan Techau, che dirige il forum di politica e società europea all’interno della Società – è stata del tutto smentita. È diventato attento e cauto, esattamente quello che si richiede a un capo della diplomazia». «La politica estera, in Germania come in molti altri paesi, è ormai frastagliata fra le competenze di molti ministeri», dice Claire Demesmay, che qui si occupa principalmente del capitolo dei rapporti Germania-Francia «le questioni finanziarie, climatiche, energetiche non sono più appalto esclusivo del ministero degli Esteri, oltre al sempre maggiore intervento dei capi di governo in prima persona nella gestione dei rapporti internazionali».

Si restringe, dunque, lo spazio di manovra, anche se le grandi linee resteranno appannaggio di Westerwelle. «Su una cosa non ci ha convinto – aggiunge Sandschneider – riguardo ai rapporti transatlantici. Ho avuto l’impressione che la sua posizione sia rimasta ferma a come tali rapporti erano nel decennio precedente e non abbia colto i profondi cambiamenti intercorsi negli ultimi anni». L’Afghanistan sarà un tema centrale di questo governo. L’opinione pubblica resta fortemente contraria all’impiego dei militari, specie adesso che anche la Germania ha cominciato a contare i suoi morti. «Finora se ne è dibattuto poco, ma il nuovo governo dovrà avere il coraggio di uscire dall’ambiguità di una guerra non dichiarata e parlare chiaramente alla sua gente se vorrà convincerla. Anche perché una sinistra totalmente all’opposizione è destinata a lacerare il consenso politico e a porre la data del rientro sul tappeto». L’ultima questione sbigottisce gli interlocutori ed è la reazione che in alcuni paesi ultra-religiosi si può avere nei confronti di un ministro omosessuale: non solo in una parte del mondo arabo-musulmano, ma anche nella Polonia attraversata da rigurgiti di estremismo cristiano, come conferma un reportage del Tagesspiegel. Techau è netto: «Si diceva che anche un cancelliere donna avrebbe posto dei problemi e poi la Merkel non ne ha avuto nessuno. Non posso pensare che qualcuno rifiuti un incontro diplomatico per le preferenze sessuali di un ministro. Chi si prenderebbe la responsabilità di isolare la Germania per questo»?

Qualche problema in più al neo-ministro potrebbe invece venire dalla debole conoscenza della lingua inglese, divenuta ormai passepartout irrinunciabile nelle relazioni internazionali. Westerwelle non padroneggia la lingua con sicurezza e, qualche giorno fa, si è reso protagonista di uno spiacevole siparietto con un giornalista della Bbc che, probabilmente conoscendo questa sua debolezza, ha voluto testarlo facendogli una domanda, e chiedendogli una risposta, in inglese. Westerwelle non se l'è cavata benissimo. Il passaggio è diventato un video-cult su YouTube, quel «Hier ist Deutschland» è stato stigmatizzato dalla stampa britannica come un segnale del ritorno del nazionalismo tedesco. Ovviamente la stampa inglese esagera, si è trattato semmai di una reazione d'imbarazzo di un politico che sa di essere in difficoltà con una lingua decisiva nel ruolo che andrà a sostenere. Un po' di tempo per recuperare c'è: ci sono ottimi corsi intensivi e Westerwelle ha dimostrato di saper imparare presto.

Pubblicato sul Secolo d'Italia