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IL VENTO DEL SUD

Il senso politico profondo del successo elettorale del centrodestra in Germania sta nella voglia di stabilità manifestata dalla maggioranza degli elettori tedeschi. L’alleanza fra Cdu/Csu e liberali era l’unica proposta in grado di chiudere la stagione della Grosse Koalition e allo stesso tempo evitare la palude delle alleanze inedite che avrebbero dilatato nello spazio e nel tempo l’incertezza generale. Con la svolta a destra, gli elettori hanno consegnato alla storia delle fasi emergenziali il connubio fra i due grandi partiti alternativi e hanno dato il via libera a una coalizione tradizionale, che nella storia tedesca ha assicurato molti anni di governo buono e stabile. Se il risultato semplifica la scena politica, le sue ragioni sono invece varie e complesse.

Ha prevalso la spinta delle regioni produttive meridionali della Germania, sia dell’ovest come la Baviera, il Baden-Württemberg, l’Assia, che dell’est come la Sassonia, che già sperimentano a livello locale governi giallo-neri e che registrano le migliori performance in termini di crescita economica, occupazione, investimenti nei settori tecnologici, preparazione scolastica. Una miscela di innovazione e virtuoso impegno sociale che sta consentendo a tali regioni di affrontare la crisi economica senza catastrofismi e con la convinzione di venirne fuori con le proprie forze. Un progetto riformista e di buon senso, incarnato dalla pacatezza laboriosa di Angela Merkel e dallo spirito combattivo di Guido Westerwelle, cui la cancelliera deve molto per essere riuscita a centrare l’obiettivo elettorale, dopo averlo fallito quattro anni fa. La mole dei problemi che il nuovo governo si troverà ad affrontare è tuttavia tale che sarebbe azzardato credere in una svolta di tipo liberista. La crisi non è passata e misure di sostegno statale sono ancora necessarie per stabilizzare il quadro finanziario e imprenditoriale e tranquillizzare quello sociale. L’enorme debito pubblico, accumulato in questi ultimi mesi, non permetterà dall’oggi al domani di realizzare quella riduzione delle tasse che è stato il cavallo di battaglia di Westerwelle e, nella fase finale della campagna elettorale, anche della Csu, la costola bavarese dei cristiano-democratici. Su questo punto la Merkel è stata chiara e a giudicare da come si è mosso il partito liberale nelle regioni in cui governa, c’è da scommettere che sarà così.

Quello che si appresta a governare la Germania per i prossimi quattro anni non è un centrodestra ideologico: ha in mente riforme chiare ma sa anche che la realtà è ancora difficile e va affrontata con una forte dose di pragmatismo. Chi si attende che ora la cancelliera smetta i panni della lady di gomma per assumere quelli tanto cari a certa pubblicistica internazionale di lady di ferro sta sbagliando i propri calcoli. Ancora una volta. Quel che ha convinto gli elettori è stata la suggestione di una coalizione più omogenea e compatta, con buona competenza in campo economico, in grado di prendere decisioni più velocemente, senza sottostare all’inevitabile logorio di compromesso che caratterizzava l’azione della Grosse Koalition. Ma anche capace di non smarrire l’orizzonte del libero mercato pur in una fase drammatica nella quale è tornato in primo piano il poderoso intervento dello Stato. Certo, non tutto sarà come prima. La prospettiva che sta in fondo alla nuova alleanza di centrodestra è quella classica di questo tipo di formazioni: puntare appena possibile all’allegerimento fiscale del ceto medio, inteso come cittadini ma anche come piccoli e medi imprenditori e artigiani, che non ricevono incentivi e aiuti direttamente dalle casse pubbliche ma attraverso una riduzione delle tasse. La scommessa è di innescare anche in questo modo la crescita economica nel momento in cui la tempesta internazionale sarà davvero conclusa. Più soldi nelle proprie tasche significa per gli imprenditori più investimenti nelle proprie aziende e per i cittadini maggiori consumi: il basso livello della domanda interna e l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni sono stati i cappi che hanno stretto alla gola l’economia tedesca nel momento in cui la crisi è arrivata.

Ma sia la Merkel che Westerwelle sanno che dovranno muoversi con molta cautela, per evitare di alterare i complessi equilibri che fanno della società tedesca una delle più coese e solidali dell’intero panorama europeo. Tanto più che se la Grosse Koalition poteva puntare su una certa disorganicità delle opposizioni in parlamento, il governo di centrodestra dovrà confrontarsi con una resistenza più compatta, nella quale la sinistra radicale della Linke, forte del successo elettorale e di nuove alleanze tra le organizzazioni sindacali più movimentiste, tenderà a dettare l’agenda anche a una Spd completamente disorientata. Insomma, un centrodestra con la testa sulle spalle (o con i piedi sul tappeto, come dice Westerwelle) che vince grazie alla chiarezza e all’equilibrio della sua proposta. Che è capace di parlare all’intera nazione, convincendo anche una parte di elettori che quattro anni fa non l’avevano votato. In termini percentuali è passato dal 45 al 48,4, ma ancor più eclatante è il successo in termini di seggi, da 287 a 332, frutto del trionfo nei mandati diretti, la parte uninominale del sistema elettorale tedesco che premia le opzioni di governo più che le liste dei partiti. Un centrodestra che non si fa tentare dalle sirene populiste ma guarda ai moderati e al centro, sapendo bene che solo una prospettiva equilibrata può assicurare, non tanto la vittoria elettorale, quanto la credibilità di governo. Con il nuovo esecutivo, la Germania chiude la sua emergenziale “fase austriaca” e si riallinea ai grandi paesi dell’Europa centrale, saldando un’asse che da Parigi a Varsavia costituisce il nuovo cuore moderato del continente, ma anche il nuovo centro pulsante del Partito popolare europeo. Nei tre anni conclusivi di questo primo decennio del secolo, il modello popolare si è trasformato con l’emergere di tre personalità differenti nello stile, che l’esercizio del potere ha reso però simili nella proposta di un riformismo graduale, non identitario e non intransigente: da ovest ad est, Sarkozy in Francia, Merkel in Germania e Tusk in Polonia.

Pubblicato sul Secolo d'Italia