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ALLA RICERCA DELLA STABILITÀ

La gioia è un palco affollato di giovani leoni e vecchie glorie del partito liberale che si accalcano attorno a Guido Westerwelle per festeggiare il miglior risultato della storia dell’Fdp. La soddisfazione è il sorriso di Angela Merkel che tira un respiro di sollievo e corona l’obiettivo mancato quattro anni fa di guidare un governo organico di centrodestra. La Germania chiude la stagione della grande incertezza scegliendo l’unica soluzione politica che poteva relegare la Grosse Koalition a quello che è sempre stato nella storia politica tedesca: una stagione straordinaria che l’elettorato non ama.

Il senso politico del voto di domenica è soprattutto qui, nella ricerca di una formula stabile attraverso la quale sfuggire al destino dell’emergenza. C’è sicuramente la speranza che una politica economica, che nella necessità dell’intervento statale non perda di vista l’orizzonte del libero mercato, possa meglio servire gli interessi di un paese industriale come la Germania. E’ una richiesta che viene forte dalle regioni più dinamiche e produttive del sud, a ovest come a est, e che non a caso sperimentano già a livello locale governi costituiti da Cdu/Csu e Fdp. Ma è sembrata prioritaria l’esigenza di premiare una coalizione già sperimentata nella storia del paese, in attesa che la politica maturi nuovi equilibri consoni a un sistema ormai stabilmente costituito da cinque partiti (sei se si considera la particolarità regionale della Csu).

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E’ opinione diffusa che la Grosse Koalition non abbia mal governato. Ma gli elettori l’hanno punita ogni volta che ne hanno avuto l’occasione, prima nei vari appuntamenti regionali degli anni passati e ora a livello federale. I due storici partiti di massa hanno registrato segni rossi. In maniera drammatica l’Spd (oltre 11 punti in meno), assai più contenuta la Cdu/Csu (-1,8 per cento): si può supporre che il bonus della cancelliera sia stato tutto consumato nel tentativo in fondo riuscito di non seguire il destino dei socialdemocratici. E nell’incertezza delle coalizioni impossibili, nel caleidoscopio impazzito della Berliner Republik, l’offerta dell’alleanza fra conservatori e liberali è stata l’unica proposta chiara e concreta nel senso della stabilità. Accanto all’esuberanza di Westerwelle e al suo coraggio di escludere altre coalizioni per puntare chiaramente a un governo giallo-nero, c’è stata la sapienza di Angela Merkel, la sua speciale sensibilità a cogliere l’umore del paese. Ha condotto una campagna moderata e rassicurante, richiamando anche simbolicamente – con il viaggio in treno sul Rheingold, nei vagoni in cui si muoveva Adenauer – quel Keine Experimente che fu lo slogan della Cdu negli anni Cinquanta. Una suggestione di sicurezza e stabilità, per un paese che negli ultimi venti anni ha vissuto incredibili trasformazioni, dalla caduta del Muro alla riunificazione, dall’integrazione di due popoli a quella di due sistemi economici, fino a piombare negli ultimi 12 mesi nella più grave crisi economica dal dopoguerra.

La vera sconfitta di questa tornata elettorale è la socialdemocrazia. Dopo 11 anni di governo, prima con i verdi poi con la Cdu, l’Spd va all’opposizione con il peggior risultato di tutti i tempi: un 23 per cento che ne mette in discussione l’antico ruolo di partito di massa. In più si fa più insistente la concorrenza della sinistra radicale, la Linke, che ottiene un grande successo con il 12,5 per cento. Nelle elezioni del 2002 fra i due partiti c’erano 34 punti di distacco, in quelle del 2005 ancora 25. Oggi la distanza è ridotta a 10. La Linke avanza a ovest e si consolida a est come il vero partito di massa di sinistra. E’ ormai nelle condizioni di dettare l’agenda dell’opposizione, incalza l’Spd, accarezza l’idea di lavorarla ancora ai fianchi sfruttando il prevedibile disorientamento post-elettorale. Steinmeier promette di non mollare e di guidare l’opposizione in parlamento ma il vero problema è di chiarire, a se stesso prima che ai suoi elettori, i contenuti di una sinistra democratica e moderna che pare essersi smarrita nel tentativo di conciliare l’antica vocazione sociale con la nuova responsabilità riformista.

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Resta da dire dei verdi. Il loro risultato è lo specchio di una campagna elettorale condotta in solitario, senza una vera proposta di governo. Molte idee, un piano di investimenti nei settori dell’energia verde in grado di armonizzare ambientalismo e nuovi posti di lavoro all’insegna dello sviluppo sostenibile, ma la condanna all’impotenza politica. Il 10,5 per cento raccolto è il miglior risultato di sempre, ma relega il partito in fondo alla graduatoria, dopo Fdp e Linke. Contro un governo giallo-nero la tentazione di un’opposizione dura, specie sul tema del nucleare, è ovvia quanto facile. Ma per una forza che sta modificando velocemente orientamenti e base sociale, la vera sfida sarà quella delle alleanze. A tutto campo.

Pubblicato su Farefuturo Magazine