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IL MONDO DI GUIDO WESTERWELLE

Il vero vincitore di queste elezioni è Guido Westerwelle, il politico che ha portato i liberali allo storico risultato del 15 per cento e che consentirà ad Angela Merkel di coronare, quattro anni dopo, l’obiettivo di assicurare alla Germania un governo organico. La Grosse Koalition va in archivio, confermandosi una soluzione straordinaria, buona solo per i periodi di emergenza e comunque non amata dagli elettori. L’Spd conosce la sconfitta più amara della sua storia, un tracollo di oltre 11 punti, e anche la Cdu, che pure può festeggiare il nuovo governo, s’è persa per strada quasi due punti. Bene i verdi e benissimo la Linke, che diventa quarto partito con il 12,5 per cento. Ma l’uomo del giorno è, senza dubbio, Guido Westerwelle.

Ha avuto dalla sua la chiarezza, è l’unico che ha detto senza mezzi termini cosa voleva e cosa non voleva. Si è battuto per un governo giallo-nero, una coalizione di centrodestra che, a suo avviso, è la scelta migliore per affrontare con vigore riformista le conseguenze della crisi economica e ha vinto. Un esecutivo organico, che promette agli elettori di trovare in breve tempo l’accordo su un programma che rimetta in moto il paese dopo quella che in tutta la campagna elettorale ha definito una lunga fase di stallo e compromesso. La Grosse Koalition non lo ha mai convinto. Ora tocca a lui, e il difficile arriva adesso. Ma questa sera è ancora il tempo di festeggiare dopo una campagna elettorale tecnicamente perfetta. Forte di un’ascesa continua nei sondaggi, paradossalmente accentuatasi con l’avvio della crisi, che secondo gli osservatori avrebbe dovuto premiare la sinistra e non i più convinti sostenitori del libero mercato, Westerwelle ha deciso di puntare tutto sul ritorno al governo con la Cdu, rifiutando di giocare sull’ambiguità e sfruttare il ruolo di ago della bilancia. Con questa scelta comunque rischiosa, che gli precludeva il ritorno al governo nel caso la coalizione giallo-nera non avesse raggiunto la maggioranza, il leader liberale ha offerto a una campagna elettorale dominata dall’incertezza un motivo certo per cui votare il suo partito.

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Questo leader di quarantasette anni, giovane e dinamico, nato e cresciuto politicamente nella vecchia capitale Bonn combina una genuina fede nel libero mercato con un’altrettanto decisa battaglia sui diritti civili. Appartiene alla nuova generazione di politici tedeschi che ha apertamente dichiarato la propria omosessualità, facendone una bandiera di libertà e di liberazione dai pregiudizi. Quando sette anni fa venne candidato alla cancelleria (prima volta per un liberale) si lanciò in un’azzardata campagna elettorale con lo slogan “18 per cento”. Un traguardo che appariva troppo ambizioso per un partito sempre in bilico suquella soglia del 5 per cento che consente l’ingresso in parlamento. Infatti non superò l’8. Ma da allora, da quella campagna bizzarra girata sulla Guidomobile, Westerwelle ha fatto strada, ha svecchiato il partito imbarcando molti giovani, alcuni dei quali oggi ricoprono già posti di rilievo fra i quadri dell’Fdp. Considerato fino a qualche anno alla stregua di un clown un po’ troppo folkloristico, oggi si ritrova al centro della scena, avendo azzeccato tutte le scelte negli ultimi tempi. Mentre la Merkel accentuava il profilo sociale della Cdu, lui batteva senza eccessi ma con convinzione sui tasti classici del neoliberalismo, erodendone i consensi del mondo imprenditoriale e produttivo. Per un lungo periodo è sembrato quasi un gioco delle parti: la Merkel insidiava l’elettorato più moderato dell’Spd e Westerwelle pescava tra i delusi della Cdu. Insieme hanno reso credibile la prospettiva di un governo di centrodestra ma Westerwelle ci ha messo un po’ di coraggio in più.

Quanto diverso sarà il secondo mandato della Merkel rispetto all’esperienza della Grosse Koalition si può al momento solo supporlo. Ma una certa idea ce la si può fare andando a sbirciare nel paniere dei liberali. Punto centrale del programma Fdp è la riduzione della pressione fiscale e una riforma complessiva del sistema sanitario. Secondo Westerwelle lo Stato dovrebbe impegnare le proprie risorse economiche per alleggerire le tasse dei cittadini piuttosto che per dare incentivi al settore automobilistico attraverso le rottamazioni. Ceto medio al centro dell’attenzione, con qualche accenno dai toni populistici: “I ricchi non hanno problemi a pagare le tasse – ha ripetuto nei comizi – chi invece ne trarrebbe un gran beneficio sono quelli che stanno nel mezzo, come le piccole e medie imprese che hanno difficoltà ad accedere al credito”. Meno Stato e più libertà per il singolo, sul versante fiscale come su quello dei diritti: è il caso del controllo su Internet, voluto dal ministro cristiano-democratico Schauble per combattere il terrorismo e che i liberali vedono come l’anticamera del grande fratello. Poi la politica energetica, impegno per la svolta verde attraverso le nuove tecnologie ma revisione del previsto abbandono del nucleare nel 2020, almeno fino a che le energie rinnovabili non saranno in grado di sostituire quella prodotta dall’atomo. Cdu e Fdp governano già assieme in sei Länder. Sono le regioni più ricche e dinamiche della Germania vecchia e nuova, tra di esse Baviera, Baden-Württemberg e Assia a ovest, Sassonia ad est. Westerwelle sostiene che questa sia la testimonianza diretta che dove ci sono i liberali la crescita è più sostenuta, la disoccupazione è più bassa, l’istruzione è di livello più alto. E, soprattutto, che non si smantella lo Stato sociale: in Germania, anche i liberali si attengono al mantra tedesco dell’economia sociale di mercato. E tuttavia il primo scoglio del nuovo governo, e dell’Fdp in particolare, sarà quello di tener fede alla promessa numero uno della campagna elettorale, la riduzione delle tasse. Di fronte, un debito pubblico in crescita per le misure pubbliche di sostegno all’economia in sofferenza.