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AL VOTO UN PAESE SOSPESO

Il politologo Richard Stöss della Freie Universität di Berlino ha pochi dubbi. Dati e tabelle alla mano, analizza la parabola discendente del consenso della Grosse Koalition, poi azzarda: «Secondo me avremo un cambio di governo». Nella sfera di cristallo di sondaggi ancora colmi di elettori indecisi, la chiave delle elezioni tedesche di domenica è nei mandati diretti. «Lì la Cdu/Csu dovrebbe fare man bassa e dunque ottenere con i liberali la maggioranza anche se la somma dei due partiti nel proporzionale dovesse attestarsi sotto il cinquanta per cento». Tuttavia, a ventiquattr’ore dall’apertura delle urne, alcuni sondaggi più recenti rimettono in discussione questa prospettiva, registrando una rimonta socialdemocratica e un calo del centrodestra che, complessivamente, non supererebbe il 45 per cento: troppo poco. Ogni previsione è dunque a rischio di smentita.

La Germania si è specchiata controvoglia in una campagna elettorale poco emozionante. Il gigante europeo appare oggi un paese sospeso, sorpreso dalla crisi economica proprio nel momento in cui riassaporava il piacere di una lunga crescita dopo gli sforzi della riunificazione e deluso dalla politica, sulla quale si è scaraventata addosso proprio la nemesi della riunificazione incarnata dalla Linke, il partito della sinistra radicale in gran parte erede della vecchia Sed. Rafforzatosi tanto da esser divenuto un compagno stabile nel panorama politico tedesco, eppure tuttora ritenuto inaffidabile per stringere accordi a livello nazionale. Una sorta di paradossale fattore K in un’epoca in cui i comunisti esistono più che altro nelle polemiche fra i partiti. Un paese sospeso, dunque. Tra ritrovata centralità strategica e impasse del processo europeo. Tra fondamentali economici solidi ed eccessiva dipendenza dalle esportazioni. Tra dinamismo del riformato mercato del lavoro e ricerca di forme vecchie e nuove di sicurezza sociale. Tra investimenti innovativi nel settore delle energie verdi e timori di restare a corto di risorse energetiche. Tra desiderio di impegno sociale e disillusione crescente verso la politica. Gli aventi diritto al voto sono poco più di sessantadue milioni ed è assai probabile che gli astenuti divengano il primo partito di Germania. Mentre all’orizzonte si affacciano forze politiche fresche e "single issue" come i Pirati che, in futuro, potrebbero ulteriormente affollare l’arena politica.

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A questo paese in attesa che la crisi finisca e che la politica ritrovi un equilibrio Angela Merkel ha fornito la ciambella di salvataggio più credibile. Una boa alla quale aggrapparsi. Non è un caso che oggi resti al centro di ogni soluzione politica. Non si sa quale coalizione governerà, ma non ci sono dubbi su chi sarà il cancelliere. Proiettata sulla scena nazionale con l’immagine di una novella lady di ferro, si è subito caratterizzata per quello che veramente è: una lady di gomma. E in questa sua flessibilità, questa capacità di assorbire e respingere, la Germania ha ritrovato tranquillità negli anni grassi e consolazione in quelli magri. Sono passati quattro anni da quando ha preso il potere, attraversando in breve tempo due atmosfere completamente diverse: quella euforica dei primi tre anni, simboleggiati dal successo d’immagine ed efficienza dei mondiali di calcio, e quella depressa degli ultimi dodici mesi, caratterizzati dalla crisi di istituti bancari che sembravano inattaccabili e da difficoltà (quando non fallimenti) di imprese e aziende che avevano segnato la storia e l’immaginario del paese: il caso Opel su tutti.

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Aver saputo navigare senza perdere il controllo del timone in tutte queste situazioni ha accresciuto la sua credibilità come leader. Va aggiunta una sua personale capacità a evitare le situazioni conflttuali, a scartare i problemi più spinosi, a cercare il compromesso ad ogni costo, anche quello di disorientare l’elettorato più tradizionale del suo partito. Le andrà bene se il risultato testimonierà che mentre lei pescava a sinistra, i delusi della Cdu sono trasmigrati ai liberali. La crisi strutturale dei partiti di massa ha colpito profondamente l’Spd, non è azzardato pensare che la duttilità della Merkel abbia per ora salvato la Cdu da un analogo destino. In campagna elettorale ha giocato completamente il ruolo di cancelliera, senza presentarsi come leader di una parte ma privilegiando l’idea di poter rappresentare tutti, a prescindere dalla loro appartenenza. Nonostante gli ultimi giorni di campagna elettorale è andata a Pittsburgh per partecipare al G20, perché questo si chiede a un cancelliere, l’interesse del paese prima di quello di partito. Per questo motivo non ha calcato la mano sulla prospettiva di un governo con i liberali: questa resta l’opzione preferita, quella con cui la Merkel pensa di poter governare meglio i tempi difficili, ma in fondo si è lasciata aperta anche la carta di riserva della Repubblica, di garante di una nuova soluzione di emergenza con la Grosse Koalition.

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Comunque vada a finire domani, si apre per la Germania una nuova stagione politica, a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Non a caso, le attenzioni sono focalizzate più sul percorso futuro dei partiti che sull’esito delle urne. Il paese che in questi anni si è accontentato di una guida accorta, chiede adesso decisioni strategiche, non più per resistere al tornado della crisi ma per uscirne fuori. Non più per navigare a vista nella scomposizione del vecchio sistema partitico ma per inventare soluzioni nuove e inedite, per ridisegnare il quadro di una nazione che non può sfuggire a lungo il destino di perno dell’Europa dilatatasi ad est. Il secondo mandato di Angela Merkel dovrà quindi mostrare un salto di qualità in tutti i campi, dalla politica estera all’economia, dal lavoro allo stato sociale, dando respiro strategico alle riforme indispensabili per rimettere in moto il paese. Compito che non sarà affatto facile, data la mole dei problemi contingenti che si troverà ad affrontare. E tuttavia passaggio necessario per aspirare a sedersi nel pantheon della politica tedesca, accanto ai padri nobili come Adenauer, Brandt e Kohl. Per quello scranno, la strada è ancora lunga.

Pubblicato sul Secolo d'Italia