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IL BIVIO DEI GRÜNEN

Una e trina è la leadership dei verdi tedeschi. Da un lato l’unità d’intenti, dall’altro il terzetto di uomini che in questi giorni batte in lungo e in largo il paese con l’obiettivo di tornare ad essere la terza forza politica, prima dei liberali e della Linke, giusto dietro i due storici partiti sempre meno di massa. Il leader carismatico appartiene al passato. Joschka Fischer si è trasformato in un lobbista, sponsorizza il gasdotto Nabucco, l’alternativa europea al condotto russo-tedesco Nord Stream spinto dal suo ex alleato Schröder, facendo tesoro dei tanti contatti accumulati negli anni al ministero degli Esteri. La scena ecologica se la dividono in tre: l’ex ministro dell’Ambiente Jürgen Trittin e Renate Künast, candidati di spicco in questa campagna elettorale e Cem Özdemir, lo svevo di origini turche catapultato qualche mese fa alla guida del partito con l’impegnativo appellativo di Obama di Germania.

L’originalità che ha da sempre caratterizzato i Grünen, questa volta si ferma al curioso duo che conduce la campagna elettorale. Trittin e Künast si muovono come una coppia di fidanzati a distanza che ogni tanto intrecciano i loro percorsi per gli appuntamenti più importanti. “Siamo sempre in contatto – dice lei – ci mandiamo messaggini, mail, quando ci viene in mente qualcosa ci telefoniamo e poi abbiamo una squadra di militanti che si scambia continuamente informazioni». Oggi si sono ritrovati per la grande kermesse finale nella capitale. Il luogo è simbolico, Winterfeldplatz, la piazza del quartiere di Schöneberg che ogni sabato mattina si riempie di bancarelle con prodotti biologici, frutta, verdura, formaggi, carne, pesce ma anche piante, fiori e artigianato. Una sorta di Campo de’ Fiori ecologico che richiama la giovane borghesia ambientalista da ogni angolo di Berlino ovest. Urbano, prevalentemente occidentale, giovane e borghese. È questo il nuovo identikit dell’elettore verde, meno ideologico e ribelle di un tempo, discretamente danaroso, alla ricerca di una migliore qualità della vita per tutti ma soprattutto per se stesso. Il partito ha di conseguenza virato rispetto alla sua tradizione quasi “extra-parlamentare”, è diventato maturo e responsabile e ha indossato una grisaglia verde dall’aspetto ministeriale. Magari su un paio di jeans sdruciti.

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Questa campagna elettorale, per i verdi, tuttavia è assai difficile. Le idee sono tante ma la prospettiva di governo è magra. I militanti si attendono una crescita dei consensi, ma l’ipotesi di un ritorno al governo con l’alleato storico, l’Spd, è fuori portata per il previsto crollo dei socialdemocratici. Di un governo a tre, con la Linke, non se ne parla neppure: troppo distanti sui temi dell’Europa. E anche la Jamaika Koalition, l’esotica alleanza con Cdu e liberali di cui tanto si specula in sede politologica, è stata esclusa per le posizioni irriducibili sull’energia nucleare: «La Giamaica resta nei Caraibi», ha decretato Trittin. Così, se la voglia di governo è tanta, l’unico realistico obiettivo che i verdi possono raggiungere è in negativo: impedire una maggioranza di centrodestra fra Cdu e Fdp. Per farlo, hanno tappezzato la Germania di manifesti raffiguranti un bidone di scorie atomiche dal colore giallo e nero, quello dei due partiti che potrebbero vincere domenica, calcando la mano su una campagna demonizzante che stride un po’ con il recente stile compassato.

Ma se le attese per domenica sono minime, il futuro si presenta ricco di occasioni. Proprio la svolta pragmatica, che a portato la ex “truppa colorata” a condividere responsabilità di governo nel 1998 con i socialdemocratici, ha oggi sdoganato i Grünen per altre avventure politiche. Complice anche la complicazione del sistema partitico tedesco per l’affermazione stabile di una quinta forza, la Linke, sulla quale grava ancora una sorta di “fattore K”, tutti gli attori saranno obbligati a uno sforzo di fantasia per sbloccare l’impasse. Nulla è più tabù, neppure per i verdi. Neppure un’alleanza programmatica con gli avversari di un tempo. La Künast è esplicita: «Noi riteniamo che la nostra proposta di puntare sull’economia verde sia buona per l’ambiente e per il lavoro e sia l’unica strada per uscire dall’attuale crisi globale. Se riusciremo ad evitare l’accoppiata Cdu-Fdp non vogliamo stare alla finestra altri quattro anni facendo da spettatori al tirare a campare della Grosse Koalition. Vogliamo governare. Vogliamo trasformare le nostre idee in politiche, le nostre proposte in leggi».

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Per far questo i verdi hanno presentato una sorta di programma minimo, quattro punti non negoziabili che rappresentano il minimo comun denominatore per un compromesso possibile: messa in sicurezza delle centrali nucleari esistenti, soluzione del problema delle scorie atomiche, nessuna nuova centrale che aumenti le emissioni di CO2, aumento degli investimenti nel settore dell’istruzione. Per far passare questi punti i verdi si dicono oggi disposti ad avviare eventuali trattative anche con maggioranze difficili. Dietro la formula politichese, si legge soprattutto la Cdu di Angela Merkel. Forse non ci saranno i numeri neppure per un bicolore verde-nero, ma intanto l’apertura resta, magari a futura memoria. A due passi dal Winterfeldplatz, nel borghesissimo quartiere di Zehlendorf, i due partiti proseguono da tempo un’alleanza che funziona. Così come ad Amburgo, la città più produttiva di tutta la Germania, il porto anseatico che riesce a conciliare quell’araba fenice dello sviluppo sostenibile: produzione e ambiente. La cancelliera è un interlocutore possibile. Lo ripete la Künast: «La Cdu è molto cambiata e la Merkel ha mostrato una certa sensibilità ambientalista. Se non si alleerà con i liberali, il confronto può aprirsi». Nelle fila dei cristiano-democratici si è nel frattempo rafforzata quella componente di conservatori ecologisti che vedrebbe di buon auspicio la strana alleanza. E i rapporti fra i parlamentari della nuova generazione sono ottimi. Merito anche della cosiddetta “pizza connection”, il gruppo di giovani deputati dei due partiti che nel 1995 cominciò ad incontrarsi, segretamente, in una cantina della pizzeria Sassella di Bonn. Erano ancora i tempi di Helmut Kohl.

Tra quei giovani, allora tutti under-35, c’erano Norbert Röttgen, oggi braccio destro della cancelliera e Cem Özdemir, oggi presidente dei verdi. «Nacque in quegli incontri un’amicizia personale che dura ancora oggi», ricorda Özdemir che poi aggiunge: «L’opzione tra i nostri due partiti è aperta laddove la Grosse Koalition non è possibile e la Cdu è andata avanti sui temi ecologici e sociali. Il pragmatismo è sempre più importante dell’ideologia». Conferma Gero Neugebauer, politologo della Freie Universität di Berlino: «Dovremo cominciare ad abituarci all’idea che i verdi non si orientino soltanto a sinistra ma possano lavorare anche con la Cdu». Tra il dire e il fare ci sono per ora i numeri. Ma quel che oggi è solo un’apertura, domani può diventare realtà.

Pubblicato sul Secolo d'Italia