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I PROF CI SPIEGANO DOVE VA LA GERMANIA

Per comprendere i temi di fondo che la politica tedesca si troverà ad affrontare a partire da lunedì prossimo, bisogna abbandonare le piazze dei comizi e i saloni delle manifestazioni e tornare sui banchi dell’università. Un po’ di approfondimento non fa male, sforzarsi di capire cosa agita la società tedesca sotto il velo di propaganda inevitabile di una campagna elettorale è un compito che la stampa dovrebbe, magari ogni tanto, tornare ad assumere. Così, via dai palloncini e dagli striscioni, ci muniamo di taccuino e raggiungiamo le moderne sale della Freie Universität di Berlino nel cuore del quartiere giardino di Dahlem. Qui, nel 1948, quando il Muro di cemento ancora non c’era ma l’atmosfera ideologica della storica università Umboldt rimasta nel settore sovietico si faceva asfissiante, un gruppo di professori guidato dal borgomastro della città, Ernst Reuter, socialdemocratico e professore anche lui, decise che era tempo di inventarsi una sede alternativa. La chiamarono la Libera Università e da sessant’anni rappresenta uno dei centri del sapere più prestigiosi del paese.

Il panel di esperti messo in piedi per fornire ai giornalisti l’encefalogramma della Germania alla vigilia del voto di domenica è di tutto rispetto: economisti, sociologi, politologi, esperti di comunicazione e di sondaggi, spesso autori di libri di successo che travalicano la ristretta cerchia accademica e forniscono la base per le analisi dei commentatori e dei politici. Nelle loro analisi si riflette lo stallo di un paese sospeso, un corpaccione corpulento su gambe ancora solide ma anchilosate. I due pilastri portanti, l’economia e la politica, sono appesantiti da crisi di natura diversa che però s’intrecciano pericolosamente determinando nella società preoccupazione, apatia, finanche paralisi. L’economia filava come mai dopo la riunificazione, fino a quando il crollo dei mercati ha ristretto la coperta di un paese troppo dipendente dalle esportazioni, con una domanda interna insufficiente e banche esposte alla speculazione finanziaria. La politica è invece in crisi da un pezzo, da quando l’affermazione stabile di un quinto partito, la Linke, ritenuta ancora inaffidabile ad assumere responsabilità di governo nazionali, ha mandato in tilt le tradizionali alleanze rendendo necessaria, per la prima volta dal dopoguerra, una Grosse Koalition per l’intera legislatura.

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Cosa accadrà domenica prossima? In che modo il risultato elettorale potrà sbloccare le energie necessarie per ripartire? Richard Stöss, professore di Sociologia politica, fornito di sondaggi e tabelle, cala subito le carte sul tavolo: «Tenendo conto che il 40 per cento degli interpellati si dichiara ancora incerto se e per chi andare a votare, credo che da lunedì la Germania avrà un governo composto da Cdu/Csu e Fdp». Un esecutivo di centrodestra, un’alleanza tradizionale teoricamente più organica di quella attuale. Il sistema elettorale tedesco prevede due voti, il primo per eleggere direttamente i deputati nei collegi uninominali, il secondo di lista per il riequilibrio su base proporzionale. «Il segreto è nel primo voto, la Cdu farà man bassa dei mandati diretti e questo dovrebbe consentire di ottenere la maggioranza dei seggi anche se la somma delle percentuali nel proporzionale di Cdu e Fdp dovesse essere di poco inferiore al 50 per cento». Poi ci sono gli Überhangmandate, i seggi conquistati con il primo voto che possono essere mantenuti anche se in eccesso rispetto al riequilibrio proporzionale: sono prevalentemente appannaggio dei grandi partiti e questa volta dovrebbero premiare soprattutto la Cdu. I sistemi elettorali sono sempre complessi da riassumere nelle poche righe di un articolo giornalistico e le loro particolarità meritano saggi tecnici più approfonditi. O le verifiche degli istituti preposti. Come quello della Corte costituzionale, che nel 2008 ha considerato incostituzionale l'aspetto del negatives Stimmgewicht (vedi link nella sezione Matrioshka di ES-Report) dando tempo al parlamento di porvi rimedio entro il 2011. Quindi per domenica prossima sono ancora validi e, nonostante la polemica sia già scoppiata tra le parti, legittimi. «Sarebbe tuttavia la prima volta, nella storia della Bundesrepublik, che un governo si regge sugli Überhangmandate – chiosa dati alla mano il politologo Gero Neugebauer – ma non ci sarà un problema di legittimità del governo, semmai è un problema per la democrazia che dovrà essere risolto in tempi brevi».

Meccanismi elettorali a parte, il margine di errore è ancora elevato e sul terreno restano aperte le due opzioni: una nuova maggioranza giallo-nera o una riedizione della Grosse Koalition. Sulle questioni di fondo, principalmente economiche, che formeranno l’agenda dei prossimi anni, un po’ tutti i partiti si mantengono nel vago: i programmi sono generici e tendono a evitare di fornire indicazioni più precise. Si naviga un po’ al buio, anche perché nessuno ha ben chiaro quali saranno gli sviluppi della crisi. Entrano in campo gli economisti. Gregor Bachmann ritiene che «in una nuova Grosse Koalition l’Spd premerà per una regolamentazione dei guadagni dei manager, mentre sul piano delle relazioni industriali un governo con i liberali tenderà a mitigare l’importanza della concertazione con i sindacati». Quanto ai rimedi per la crisi «quello che si ascolta è prevalentemente propaganda politica». Anche Irwin Collier concorda: «Si parla di exit strategy dalla crisi ma il confronto è rimasto bloccato sui bonus che percepiscono i manager». L’altro ostacolo in campo finanziario è l’accresciuto debito pubblico del paese e la necessità di mantenere la spesa pubblica elevata per garantire sussidi e assistenza a quanti hanno perso o perderanno il lavoro. «In questa ottica – dice Collier – bisognerà verificare la fattibilità delle proposte di riduzione delle tasse».

La campagna elettorale è stata lo specchio di una politica che fa fatica a sintonizzarsi con la società Ancora Neugebauer: «I cittadini ci provano a dare una scossa ma io resto sorpreso dell’incapacità della politica a rispondere a questi impulsi. Qualcosa di nuovo si nota a livello locale, ma sul piano federale tutto è bloccato». Anche per questo, secondo Stösser, i due grandi partiti perdono consensi da quando si sono alleati: sullo schermo compara un’altra tabella, implacabile, con le curve dei consensi per Cdu e Spd in calo costante, dal 2005 ad oggi. Dovesse riproporsi la Grosse Koalition sarebbe molto più debole di quattro anni fa. In alternativa, ipotizza Thomas Risse, professore di Politica estera e di sicurezza, «un governo di centrodestra potrebbe far ripartire il confronto sui principali temi esteri: Afghanistan e futuro della Nato. L’impegno militare in Afghanistan, in particolare, è rimasto fuori dall’agenda elettorale perché, mentre tra i vertici dei partiti – Linke esclusa – c’è unità, profonda divisione permane fra gli elettori anche all’interno degli stessi partiti. Un tema scomodo, insomma. ma se l’intera sinistra dovesse passare all’opposizione, allora l’Spd potrebbe riaprire la questione anche per l’inevitabile concorrenza a sinistra della Linke». Contenuti che latitano e forma che resta ancorata a un vecchio modello di comunicazione. Margreth Lüneborg, docente di Scienza della comunicazione, non fa sconti: «Classico e ormai superato è stato il format del faccia a faccia televisivo, ma anche l’utilizzo dei nuovi sistemi telematici, come l’apertura di pagine sui network sociali tipo Facebook, non ha innovato in nulla la comunicazione politica». E la Linke, la sinistra radicale che ha sconvolto la stabilità del sistema tedesco? «Bisognerà farci i conti – sostiene Jochen Staadt, studioso della Ddr – perché questo partito, oltre alla sua forza orientale è sbarcato anche a occidente incarnando un vecchio sogno di parte della sinistra, quello di avere un partito più socialista dell’Spd. Ho trovato un vecchio opuscolo elettorale socialdemocratico del 1967. Lo slogan era “paghino i ricchi”: è quello che oggi chiede la Linke”. “I futuri colloqui tra Spd e Linke – aggiunge Neugebauer – dipenderà tuttavia dalla misura della sconfitta dei socialdemocratici. E dai rapporti personali fra i due gruppi dirigenti: una storia personale di lacerazioni con Lafontaine che non sarà facile superare”.

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Dopo l’analisi, la parola ora tocca agli elettori. Domenica saranno oltre 62 milioni i tedeschi con diritto di voto. Quanti resteranno a casa è la domanda che molti si fanno. L’astensionismo potrebbe diventare il primo partito della Germania e il governo che comunque uscirà dalle urne rappresentare solo una minoranza. Sarebbe un’ulteriore segnale di crisi per la politica. A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino il paese è chiamato a uno sforzo anche intellettuale per disegnare il proprio futuro. Da lunedì si apre una nuova era della politica tedesca. Trattandosi dello Stato più importante d’Europa, l’augurio è che i protagonisti ne siano all’altezza.

Pubblicato su Farefuturo Magazine