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SILOGARCHI E CIVILIKI

Una volta al Cremlino c’erano gli oligarchi. Erano i tempi di Boris Eltsin. Un gruppo ristretto di uomini d’affari, i magnifici sette, governa alle spalle del presidente russo, badando più al proprio profitto che non a quello del Paese. Alcuni di loro credono poi di poter fare anche con Putin il bello e il cattivo tempo, ma fanno i conti senza l’oste. Il patto tra il presidente e gli oligarchi, (“io mi occupo di politica, voi degli affari, senza mettere il naso dalle mie parti”) non è rispettato da certi, che preferiscono farsi spedire in Siberia (Khodorkovsky) o rassegnarsi all’autoesilio (Berezovsky, Gusinsky), che mollare l’osso.

È così che al Cremlino e dintorni spuntano i siloviki. Gli uomini di potere, dell’apparato, cooptati da Vladimir Vladimirovic tra le conoscenze fidate del suo passato, quello del Kgb. Il mezzo più sicuro per tenere saldamente le redini e riportare ordine dopo l’anarchia eltsiniana: una questione pratica, non tanto una missione ideologica.

Gli oligarchi superstiti e più accondiscendenti (“perché voler occuparsi direttamente di politica? ci basta continuare a riempire le nostre casse”, Potanin, Aven, Friedman e gli altri) si traggono all’inizio di questo decennio un po’ da parte e lasciano la gestione del potere alla squadra del nuovo zar. Ora, dopo gli otto anni di presidenza Putin, anche i siloviki non sono più gli stessi. Questi, gli uomini del potere - provenienti dai servizi o dell’apparato militare - hanno subito qualche mutazione.

Igor Sechin (vicecapo dell’amministrazione presidenziale), Viktor Ivanov (advisor del presidente), Vladimir Ustinov (ministro della Giustizia), Sergei Ivanov (ex ministro della Difesa, poi vice primo ministro), Nikolai Patrushev (capo dell’Fsb), Sergei Lavrov (ministro degli Esteri), Sergei Lebedev (direttore dell’Svr), Yuri Baluevsky (capo dello staff presidenziale), Anatoli Serdyukov (ministro della Difesa), Sergei Narishkin (vicepremier), Viktor Cherkesov (capo del Servizio federale antidroga), Vladimir Yakunin (presidente delle Ferrovie russe) Sergei Oganesyan (direttore dell’Agenzia federale per l’energia), Sergei Bogdanchikov (direttore di Rosneft), Andrei Belianinov (direttore del Servizio federale doganale), Sergei Chemezov (al vertice di Rosoboronexport), Igor Levitin (ministro dei Trasporti), Rashid Nurgaliev (ministro degli Interni), Sergei Shoigu (ministro della Protezione civile), Sergei Mironov (capo del Consiglio della Federazione) sono ancora - con Putin presidente sino al 2008 - i siloviki più in vista, coloro che hanno fatto carriera con Vladimir Vladimirovic e che rappresentano appunto l’ala conservatrice della squadra del Cremlino.

Le differenze con l’ala moderata, quella dei liberali e tecnocrati, stanno più che altro (oltre che nella provenienza geografica) nell’impostazione di fondo, che ricalca la storica divisione tra slavofili e occidentalisti: Medvedev e i pietroburghesi, o affini (cioè non arrivati direttamente dalla Neva) come Vladislav Surkov (lo stratega del Cremlino), German Gref (ministro per lo Sviluppo economico), Alexei Kudrin (ministro delle Finanze), Dmitry Kosak (ministro per lo Sviluppo regionale, ex inviato nel Caucaso), Alexei Miller (capo di Gazprom), Leonid Reiman (ministro delle Telecomunicazioni), Igor Shuvalov (aiuto del presidente), Vladimir Kogan (St. Petersburg Banking House), Sergei Kirienko (al vertice di Rosatom), Yuri Trutnev (ministro delle Risorse naturali), Alexei Gordeev (ministro dell’Agricoltura) possono essere meno ingessati dal punto di vista ideologico - meno nazionalismo, più apertura - ma non differiscono dai loro colleghi conservatori per quello che concerne la fedeltà a Putin...

Tratto da GazpromNation - Il Sistema Putin e il Nuovo Grande Gioco in Asia Centrale