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LA SCOMMESSA LIBERALE DI WESTERWELLE

Berlino, 18 settembre, ore cinque del pomeriggio. Nella Breitscheidplatz, a due passi dal grande magazzino KadeWe che fu la vetrina dell’occidente negli anni della guerra fredda e all’ombra della Gedächtiniskirche con il tetto danneggiato dalla guerra calda conservato a memoria delle colpe del nazismo, si consuma l’happening dei liberali alla ricerca del governo perduto. Un duo di musicisti mescola note country e rock e intrattiene il pubblico, in attesa che la piazza si riempia. E lentamente si riempie. Se l’umore dei presenti misura le attese per un successo che i sondaggi pronosticano, quello dei gialli tedeschi è alto e fiducioso. Guido Westerwelle, il quarantasettenne che ha dismesso i panni del bizzarro outsider per indossare quelli di un ragionevole e prossimo vicecancelliere, sale sul podio – completo blu scuro già ministeriale e cravatta azzurra – e sorride guardando la folla. Siamo nel cuore borghese della Berlino ovest, il quartiere di Charlottenburg, negozi alla moda, edifici fine secolo bianchi come meringhe intervallati ad architetture che erano moderne negli anni Settanta, quando il comunismo accerchiava “l’isola della libertà” con il Muro, e oggi provano a resistere alla concorrenza delle meraviglie costruite ad est.

Berlino è città difficile per i profeti del libero mercato. Berlino la rossa, Berlino l’operaia, Berlino l’alternativa. Westerwelle lo sa e legge nella piazza colma di gente i presagi di un futuro roseo. Anzi, giallo e nero, come i colori dei due partiti, l’Fdp e la Cdu, che riprovano dopo quattro anni a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. In verità l’affollamento appare eccessivo anche agli ottimisti. Il trucco si svela dopo quindici minuti di intervento, quando il leader liberale parla di energia e spiega perché, se andasse al governo, sposterebbe in avanti la data di chiusura delle centrali nucleari fissata dal governo di Schröder e Fischer al 2020: «Puntiamo anche noi sulle energie rinnovabili, ma sappiamo che per quella data non saranno in grado di sostituire quella atomica». È il segnale. Un centinaio di giovani cammuffati da liberali inizia a gridare e innalzare i cartelli contro il governo dell’atomo. Due minuti di proteste, durante i quali Westerwelle mette alla prova la sua nuova stoffa di statista. Ribatte qualcosa, poi lascia sfogare i contestatori che fanno il pieno dei flash dei fotografi e alla fine chiosa: «Siamo liberali e vi abbiamo fatto manifestare, ora lasciateci continuare, qui siete ospiti a casa nostra». Qualche anno fa si sarebbe lanciato in un’ingloriosa disputa tra palco e piazza, oggi quasi si compiace di essere al centro della mischia. L’Fdp è in crescita da molti mesi. Ha approfittato dello scivolamento a sinistra della Merkel per rosicchiarle i consensi lasciati scoperti a destra: più lei spingeva sul sociale, più lui si faceva alfiere del liberismo. Fino allo scoppio della crisi economica, quando ha saputo ricalibrare i toni ed evitare l’effetto boomerang. Secondo i sondaggi viaggia fra il 13 e il 14 per cento, qualche tempo fa aveva toccato il 18. Quando piombò sulla scena elettorale nel 2002, candidandosi (prima volta per un liberale) alla cancelleria, fissò l’asticella del successo un po’ troppo in alto. «Obiettivo 18 per cento», gridava dalla sua Guidomobile, cercando di far notizia più che di apparire realista. Non superò l’8, e per molto tempo gli è stato confezionato addosso il vestito da clown. Adesso che quell’obiettivo sembra quasi una profezia, nessuno lo prende più in giro e anzi tutti lo adulano.

Il candidato socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier ha inutilmente provato a tirarlo dalla sua parte, per convincerlo a ipotizzare una coalizione semaforo (sempre dal colore dei tre partiti che ne avrebbero dovuto far parte, Spd, Grünen e Fdp) e ora che lui gli ha chiuso la porta in faccia, lo addita come un pericolo pubblico, un cavallo di troia del liberalismo selvaggio e lo accusa di lesa maestà sociale. In verità, anche i liberali, in Germania, si rifanno al modello dell’economia sociale di mercato, pur continuando a mettere l’accento sul mercato. Governano con successo in sei regioni, tra le quali si annoverano le più ricche e produttive del paese, ad ovest come ad est: Baviera, Assia, Baden-Württemberg, Sassonia. In nessuna l’Fdp ha smantellato il welfare. Proprio a Dresda, dove si è votato due settimane fa, l’Fdp ha già chiuso le trattative con la Cdu per il nuovo governo, mentre nelle altre due regioni, dove l’Spd prova a imbarcare la Linke (sinistra radicale), tutto è ancora in alto mare. Gioca la carta della stabilità, contro l’incertezza determinata dall’impasse di un sistema a cinque partiti, di cui uno – proprio la Linke – viene ancora considerato inaffidabile per stringere accordi a livello nazionale. Ha rivoltato come un calzino il partito, facendo fuori il vecchio apparato tradizionale e riempiendolo di giovani ed eliminando di fatto la concorrenza interna. Mescola libertà economica e libertà dei diritti e appartiene a quella nuova generazione di politici che non fa più mistero della propria omosessualità.

Qualora vincesse, potrebbe diventare ministro degli Esteri, anche se non esclude un dicastero economico per dare corpo alla sua politica riformista. Ma anche se dovesse sedere all’Auswärtiges Amt (la Farnesina tedesca) le sue credenziali sono buone, nel segno della continuità. «Con lui non ci saranno cambiamenti nella politica estera tedesca – spiega il professor Eberhard Sandschneider, componente del presidium della Società di politica estera, un’istituzione in materia – poco tempo fa è stato qui da noi e ha illustrato le sue linee mantenendosi diligentemente nella tradizione del partito liberale». L’Fdp, d’altronde, ha nel suo album di famiglia il ministro degli Esteri della riunificazione, quell’Hans-Dietrich Genscher che ha guidato ininterrottamente la diplomazia tedesca dal 1974 al 1992, con il socialdemocratico Schmidt e il democristiano Kohl. «Se devo trovare una unica nota stonata in Westerwelle – aggiunge Sandschneider – è stata il riferimento scolastico alle relazioni transatlantiche, che invece negli ultimi anni sono profondamente mutate. Poi non ha alcuna esperienza ministeriale».

A quest’ultima mancanza Westerwelle vuol porre rimedio. Sa di giocarsi una battaglia decisiva e ha deciso di farlo caratterizzandosi nella maniera più netta possibile. Un solo obiettivo: governare con la Merkel e costituire un governo organico di centrodestra che rimetta in moto la Germania facendo quelle riforme che la Grosse Koalition non poteva realizzare. Nel mirino delle sue proposte c’è il ceto medio e i medi e piccoli imprenditori, quelli che nessun intervento statale vuol salvare perché non rivestono importanza strategica. Per questo specifico gruppo sociale Westerwelle chiede che lo Stato impieghi le proprie risorse per alleggerire il carico fiscale. Meno tasse inserite in una profonda riforma del sistema fiscale. Quando gli ribattono che questo comporterebbe l’abbattimento dello Stato sociale, lui mostra le ultime misure del governo, gli incentivi alla rottamazione o la strisciante statalizzazione delle banche in sofferenza: i soldi ci sono, dice, noi vogliamo spenderli diversamente. In questa campagna elettorale ha mostrato più coraggio della Merkel, che ha preferito un profilo istituzionale, lasciandosi aperta la carta di una seconda Grosse Koalition. Per Westerwelle il 27 settembre sarà come puntare su un numero unico alla roulette. Dovesse mancare anche questa volta l’ingresso al governo, potrebbero aprirsi nel partito quei conflitti finora sopiti. Se invece assieme alla Cdu supererà il 50 per cento, molto sarà dovuto proprio alla sua caparbietà e alla sua tenacia.

Pubblicato su Farefuturo Magazine