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AMBURGO E BERLINO, I LABORATORI DEL FUTURO

I laboratori della politica tedesca del futuro non sono dentro i palazzi del potere federale. Non nel Bundestag, non nella Cancelleria. Ma nelle sedi comunali di due città-Stato: Amburgo e Berlino. Mentre l’attenzione degli osservatori è focalizzata sugli ultimi giorni della campagna elettorale politica, nelle due città simbolo della Germania, il centro anseatico e la capitale ritrovata, si sviluppano esperimenti politici che prefigurano gli scenari del domani. La chiave è nel federalismo. La struttura istituzionale del paese e quella regionale dei partiti, spesso indipendenti nelle loro scelte di governo dalle sedi centrali, permettono a livello locale soluzioni inedite e non ancora accettate a livello nazionale. Una sorta di officina politologica. Così da sette anni Berlino sperimenta un governo rosso-rosso, costituito dai socialdemocratici e dalla Linke e affidato alle cure del sindaco Klaus Wowereit.

Da un anno e mezzo, in riva all’Elba, è in carica un esecutivo nero-verde, conservatori e verdi insieme, guidato dal borgomastro Ole von Beust. Entrambe queste soluzioni potrebbero contribuire fra qualche anno a sbloccare l’incertezza che ormai caratterizza il sistema politico tedesco, scardinato dall’irruzione della Linke, la sinistra radicale che raccoglie l’eredità del partito comunista della Ddr e un gruppo di socialdemocratici dissidenti legati a Oskar Lafontaine.

Per il momento, i partiti tradizionali escludono a livello nazionale qualsiasi collaborazione con la nuova forza della sinistra. Ma i giochi, chiusi al centro, si aprono in periferia. Berlino, come Amburgo, è città-Stato. Le loro assemblee non hanno solo funzioni comunali ma regionali, come quelle, ad esempio, della Baviera o dell’Assia. Quel che accade qui ha dunque una grande rilevanza per le future alleanze politiche. Ad Amburgo, nel febbraio dello scorso anno, i risultati elettorali avevano bocciato qualsiasi alleanza di tipo tradizionale: il calo dell’Spd rendeva impossibile un governo con i verdi, i liberali non avevano neppure superato la soglia del 5 per cento e lo sbarco della Linke aveva complicato le cose. Una Grosse Koalition era esclusa dall’incompatibilità anche personale fra i leader dei due maggiori partiti. All’algido von Beust, comunque vincitore della tornata, non era rimasto altro che intavolare le trattative con gli ecologisti, con i quali già in campagna elettorale aveva aperto canali di discussione. Una delle ipotesi su cui la Cdu sta lavorando sotto traccia a livello federale è quella che, con qualche concessione all’esotismo, viene chiamata coalizione Jamaica (dai colori dei partiti – nero, giallo e verde – che contempla la presenza anche dei liberali).

Ad Amburgo il giallo dei liberali mancava, ma i verdi da soli consentivano il raggiungimento della maggioranza necessaria. Così, con una buona dose di pragmatismo, gli sherpa dei due partiti regionali si sono seduti allo stesso tavolo per provare ad elaborare un programma di governo che mettesse insieme le proposte degli uni e degli altri. I temi economici ed energetici sono stati i più spinosi, ma alla fine le visioni filo-imprenditoriali dei cristiano-democratici e quelle ambientaliste dei verdi hanno trovato un punto di equilibrio: economia sociale di mercato e sviluppo sostenibile. Così la Cdu è diventata un po’ più ecologista, accettando di impegnare risorse nei settori delle energie rinnovabili e i verdi hanno moderato alcune storiche posizioni sui temi dei diritti. Ma anche su questi, come sull’impegno a investire di più nel settore dell’istruzione, l’accordo è stato trovato e l’esperimento politico è partito. A un anno e mezzo di distanza, l’esecutivo regge ancora, nonostante diversi momenti di frizione, e il modello Amburgo viene seguito con attenzione dalle segreterie nazionali dei due partiti.

A Berlino si gioca una partita opposta. Il sindaco Wowereit è un politico in ascesa, che non nasconde l’ambizione di lanciarsi definitivamente sulla scena nazionale. Dopo aver messo fine nel 2001 alla Grosse Koalition berlinese con una coalizione rosso-verde appoggiata dagli ex comunisti (allora Pds), nel 2002 ha vinto le elezioni inaugurando un governo con la sinistra radicale. Ha superato la prima legislatura, rivinto nel 2006 e ora affronta l’ultimo anno del suo secondo mandato. Il binomio “rosso-rosso” è diventato il marchio con cui spera di passare dal Rathaus di Berlino alla Cancelleria, nel nome della riunificazione anche politica del paese: l’attuale Linke, nonostante l’apporto di Lafontaine, resta soprattutto un partito “orientale” ed è stato in grado in questi ultimi anni di superare i confini tradizionali del neo-comunismo, accreditandosi come una forza di massa capace di catalizzare sia le delusioni di coloro che sono insoddisfatti dal processo di riunificazione, sia le speranze di una più vasta area di sinistra. Nel governo di Berlino, la Linke ha mostrato sorprendenti doti di responsabilità, avallando anche politiche di risparmio indispensabili per un bilancio che aveva sfiorato la bancarotta finanziaria. Anzi, nella sua natura di partito doppio, la Linke appare più affidabile nei suoi quadri orientali, allevati alla cultura di governo della vecchia Sed comunista, che in quelli occidentali, cresciuti nelle utopie anti-capitaliste di stampo massimalista. Così come una futura alleanza fra Cdu e verdi è legata al successo del modello anseatico, anche il veto verso la Linke, che socialdemocratici e verdi ribadiscono per le elezioni del prossimo settembre, sarà superato se l’esperimento berlinese completerà il suo corso. E se le alleanze che potranno nascere nelle prossime settimane nella Saar e in Turingia confermeranno l’affidabilità governativa del partito di Lafontaine e Gysi. Così, mentre dopo il 27 settembre la coalizione che reggerà la Germania non lascerà troppo spazio alla fantasia di alleanze inedite, i prossimi anni potranno riservare molte sorprese, passando proprio dai laboratori di Amburgo e Berlino.

Pubblicato sul Secolo d'Italia