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UNA SPOLVERATINA A KADYROV?

"Il Caucaso è ritornato a essere un’area ad alta tensione e non solo per la guerra dello scorso anno tra Russia e Georgia. Il conflitto dei cinque giorni nell’estate del 2008 è servito a Mosca per dare un segnale forte: il Cremlino non accetta di ridurre la propria influenza nella regione e traccia una linea rossa che gli Stati Uniti con l’amministrazione Bush e Mikhail Saakashvili hanno oltrepassato. Ma nel Grande Gioco che coinvolge le potenze tra Caucaso e Asia Centrale questa è solo una faccia della medaglia. La Russia è tornata a giocare sulla scacchiera internazionale, sfruttando le mosse sconsiderate del presidente georgiano, ma all’interno dei propri confini non ha ancora scovato il bandolo della matassa.

A quasi vent’anni dalla dissoluzione dell’Urss (dicembre 1991), il Cremlino si ritrova in una situazione drammatica e nonostante i proclami e il ritiro delle truppe dalla Cecenia lo scorso aprile l’impressione è che non abbia il controllo di quello che accade nella periferia meridionale del Paese. Non si tratta solo della serie di rapimenti e omicidi che coinvolgono la popolazione civile, colpendo spesso e volentieri esponenti di organizzazioni umanitarie o giornalisti, quanto della ripresa degli atti terroristici contro obiettivi militari ed esponenti dello Stato. È forse questo l’aspetto che inquieta davvero Mosca, anche se i media occidentali puntano la loro attenzione più sui delitti efferati come quello a Natalia Estemirova (attivista per i diritti umani rapita e uccisa a Grozny all’inizio di agosto), che sulle azioni di guerriglia come quella in Inguscezia due settimane fa, dove un attentato davanti a un commissariato di polizia ha causato la morte di 25 persone e 140 feriti

In Cecenia governa per volere del Cremlino Ramsan Kadyrov, famoso per il suo passato alla guida di squadroni della morte e per il suo presente al vertice della Repubblica, tra molte ombre e poche luci. Secondo alcuni media e organizzazioni non governative ci sarebbe lui dietro all’omicidio della Estemirova e ad altri assassinii illustri, come quello della giornalista Anna Politkovskaya. Vladimir Putin ha trovato in lui un alleato per gestire nella maniera più decisa possibile le lotte tra i clan ceceni e dare una parvenza di normalizzazione alla Repubblica dopo i due conflitti degli anni Novanta. Se Grozny è stata in parte ricostruita e i guerriglieri separatisti dopo i massacri del teatro Dubrovka a Mosca (2002) e Beslan (Nord Ossezia 2004) hanno subito perdite notevoli e la loro forza è parsa esaurirsi, la Cecenia è però ora in balia di un presidente per molti versi ingovernabile anche da Mosca. Questa Repubblica è diventata il simbolo della politica fallimentare del Cremlino sin dal 1991.

Come ha ammesso recentemente il presidente russo Dmitry Medvedev il ritorno della violenza nel Caucaso è dovuto certo alle miserabili condizioni economiche, alla povertà, alla corruzione, alle lotte infinite e sanguinose tra i clan, a fattori esterni (il riferimento è ai gruppi terroristici islamisti finanziati fuori dalla Federazione), ma anche e soprattutto al fatto che sino ad ora non si è riusciti a risollevare dal baratro una regione abbandonata al suo destino. Mosca ha le proprie colpe.

Ma è forse l’Inguscezia a essere al momento il tassello più instabile di tutto il puzzle caucasico, come dimostrano i continui attentati di matrice terroristica contro obiettivi politici, militari e civili. Sembra che le forze separatiste islamiste che per lungo tempo hanno tenuto in scacco la Cecenia siano ora concentrate in questa Repubblica. Poco tempo fa il presidente Junujs-Bek Evkurov è stato vittima di un attentato cui è riuscito a sopravvivere per miracolo. Peggio è andata al ministro dell’Edilizia Ruslan Amerkhanov, ucciso nel suo ufficio. Del fresco massacro a Nasran con oltre venti morti abbiamo già scritto. Questo solo per registrare gli eventi delle ultime settimane. Evkurov ha accusato Doku Umarov, leader della guerriglia proclamatosi emiro del Caucaso, di essere dietro a quest’ultimo bagno di sangue. Ali Magomedow, ministro degli Interni in Daghestan, ha affermato che accanto ai finanziatori arabi del separatismo agiscono anche alcuni servizi segreti occidentali come quello americano e quello inglese. Il modello sarebbe quello usato dagli Usa in Afganistan ai tempi dell’invasione sovietica, quando Cia e Mi6 supportarono i mujaheddin contro i russi. Nulla di nuovo, insomma, all’ombra del Great Game di kiplinghiana memoria.

Nella brutale lotta tra i clan ceceni i Kadyrov hanno cercato e trovato un alleato importante nel Cremlino, che ha visto in loro il coperchio più ampio e affidabile per soffocare i bollori separatisti e fondamentalisti. Spariti dalla circolazione i maggiori nemici – Maskhadov, Khattab, Basayev, Abdulkhalim Sadulayev, Ruslan Jamandayev – Ramsan e soci (suo cugino Odes Baisultanov è diventato primo ministro) sembrano ormai non avere più rivali, tanto che a Mosca qualcuno inizia a preoccuparsi. La concentrazione di potere è andata di pari passo sì al depotenziamento della minaccia integralista, ma anche all’escalation di violenze e intimidazioni nei confronti della popolazione civile. Forse anche per questo è arrivata la mossa del Cremlino che ha invitato Achmed Zakhayev a partecipare a nuovi colloqui per una vera stabilizzazione della regione. Zakhayev non conosce personalmente Kadyrov, ma ha conosciuto bene suo padre: vive a Londra, ha ottimi contatti con Boris Berezovski, l’oligarca - prima alla corte di Eltsin ora nemico numero uno di Putin - che ha messo il suo zampino anche negli accordi di pace del 1996 a Kassaviurt. Doku Umarov ha pensato bene di condannarlo a morte via internet su islamdin.com - un sito vicino alla guerriglia – perché avrebbe riconosciuto - anche se solo indirettamente - Kadyrov come interlocutore. Far parlare direttamente i due è una sfida impossibile, ma a Mosca qualcuno deve aver pensato che un tentativo deve essere fatto. Tanto più che in caso di successo si possono prendere due piccioni con una fava, dando una spolverata anche all’immagine del presidente ceceno. Per quel che si può.

In definitiva Mosca – nonostante la dura strategia del decennio putiniano – non è ancora riuscita a trovare la chiave di volta per dare stabilità alla regione. Il pugno di ferro contro terroristi o presunti tali si è dimostrato efficace solo in parte e non ha impedito le recrudescenze in grande stile nell’ultimo periodo. L’uomo del Cremlino in Cecenia, oltre ad avere obbedito agli ordini, si è allargato un po’ troppo. In Inguscezia e Daghestan i favoriti di Mosca non sembrano saper opporre resistenza, figure deboli di fronte a compiti quasi impossibili che vanno ben oltre il mantenimento dell’ordine pubblico. Nel Caucaso russo continuano a combattere ormai da quasi un ventennio i clan locali, i gruppi separatisti, i militanti islamici e l’intelligence di chi ha interessi da difendere o da disturbare. È una matassa complicata, difficile da districare, dove non ci sono buoni o cattivi in assoluto e dove è come sempre la popolazione civile a pagare il pedaggio più caro.

Pubblicato su Limes