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LA VITA PRIMA DEL MURO

C’era vita su Marte. C’erano i giorni che scorrevano forse tutti uguali, c’erano le kneipe dove andare ad annegare la monotonia, c’erano le auto un po’ scassate, le Trabant, con le quali fare gite fuori porta e c’erano le partite di calcio, competizioni agonistiche ma anche surrogati di battaglie e conflitti che in una società totalitaria erano ancora più latenti. E poi i negozi, i locali da ballo, la scuola, le fabbriche e le miniere, perfino la moda, con i modelli creati dai designer dell’istituto statale che non erano poi così male ma, chissà perché, non raggiungevano mai le boutique e i clienti, solo le pagine della rivista di settore, una sola, Sybille. Tutto era più povero e più grigio rispetto all’occidente ma insomma, sul pianeta rosso del comunismo tedesco c’era vita.

Anche se a pochi piaceva, tanto che, quando se ne crearono le condizioni, i cittadini smontarono tutto nelle eroiche settimane del 1989 intercorse tra le fughe di agosto nelle ambasciate della Germania ovest, le manifestazioni d’autunno nelle città della Germania est, fino alla caduta del Muro di Berlino. Fuori dalla moda un po’ ruffiana dell’Ostalgie, è possibile rileggere quei frammenti di vita quotidiana nella Ddr attraverso le tante mostre che in questi giorni si rincorrono freneticamente in una Berlino che si appresta a celebrare il ventennale della caduta del Muro. C’è quasi l’imbarazzo della scelta, ma la mostra allestita negli ampi saloni dell’Haus der Kulturen der Welt - la casa delle culture del mondo, il bizzarro palazzo a forma di enorme conchiglia costruito negli anni Cinquanta dall’architetto americano Hugh Stubbins (i berlinesi lo chiamano “ostrica gravida”) e destinato proprio vent’anni fa a centro culturale - merita una precedenza. Presenta immagini scattate da un gruppo di fotografi d’eccezione che costituirono negli anni Ottanta, ancora sotto la tutela asfissiante del regime comunista, una sorta di gruppo d’avanguardia alla ricerca di momenti non ufficiali di vita quotidiana. Nomi come Sibylle Bergemann, Ute e Werner Mahler, Thomas Meyer, Maurice Weiss, Harald Hauswald, quest’ultimo continuamente spiato dalla Stasi che coniò per lui il nome in codice di Radfahrer, ciclista, hanno illuminato l’ultimo decennio di esistenza della Germania est, a volte lavorando per le pubblicazioni ufficiali di moda, più spesso dirottando segretamente verso i media occidentali lampi di verità su quel che accadeva al di là del Muro. Caduta la Ddr, nel 1990 fondarono assieme l’agenzia fotografica Ostkreuz, oggi una delle più accreditate agenzie di Berlino. Ai loro scatti negli anni della Ddr è dedicata questa mostra berlinese che si intitola Ostzeit (tempo dell’est), storie da un paese passato, aperta ancora per due settimane. E nulla come le immagini riesce a raccontare le atmosfere di quei tempi, che rappresentarono l’ultimo spezzone del lungo film tedesco orientale.

ostzeit

L’allestimento si apre con nove foto di Sibylle Bergemann, chiamata nel 1986 a testimoniare la creazione e poi la posa delle due gigantesche statue di bronzo di Marx ed Engels nella omonima piazza alle spalle del Palazzo della Repubblica. Sono immagini che ormai appartengono al passato, perché se le due statue sono riuscite a sopravvivere alla furia iconoclastica post-comunista, la piazza ha cambiato nome, oggi si chiama Schlossplatz, e il Palazzo della Repubblica che le faceva da sfondo è stato tirato giù pochi mesi fa dopo un lavoro di un anno (e polemiche ancora più lunghe) per far posto, in futuro, alla ricostruzione dell’antico castello del Kaiser buttato giù proprio dalla Ddr nel 1951. Una foto in particolare riprende la statua di Engels mentre viene trasportata in elicottero, sullo sfondo una gru e la torre della televisione di Alexanderplatz. È una foto storica, che da molti media viene ancor oggi utilizzata a corredo di articoli sulla caduta del regime comunista. In realtà immortala uno dei momenti in cui quel regime appariva ancora solido, giacché la statua veniva installata, non rimossa.

Un’altra serie di immagini ritrae gli incontri clandestini dei gruppi di opposizione: appartamenti modesti, luci fioche, atmosfera di complicità e curiosità. Le scattò Harald Hauswald, frequentando le case degli intellettuali amici durante letture di testi proibiti o riunioni politiche segrete e documentando un avventuroso viaggio oltre cortina che la polizia segreta non riuscì a scoprire. Poi ancora la Bergemann con le serate libertine al Clärchens Ballhaus, una sala da ballo dove uomini e donne, soldati e berlinesi dell’ovest in trasferta si ritrovavano fra würstel, birre e caffè per rinverdire anche a Berlino est le glorie mondane degli Anni Venti: solo che l’atmosfera ricordava più le balere del dopoguerra che le sontuose sale dell’era weimariana.

Il disincanto dei cittadini verso il regime, che fu l’anticamera della rivoluzione esplosa nel 1989, è raffigurata negli scatti di Ute Mahler, infiltratasi sotto la tribuna delle autorità durante la sfilata del primo maggio 1980. La fotografa evita con cura i volti della nomenklatura e punta l’obiettivo sui volti di coloro che sfilano per la strada proprio nel momento in cui incrociano lo sguardo dei potenti. Se le autorità avessero potuto vedere in tempo quelle foto, forse non si sarebbero stati sorpresi della rivolta che iniziava a covare sotto la cenere di un’apparente normalità. Quindi ancora le istantanee di Hauswald, in occasione di un’altra manifestazione del primo maggio, quando un gruppo di giovani dell’organizzazione giovanile del partito comunista, sorpresi da un violento temporale, arrotolano le bandiere d’ordinanza e abbandonano il corteo ufficiale con un certo sollievo. Quindi le scene alternative per eccellenza, le feste punk in ritardo di un decennio rispetto all’occidente, rifugio ambiguamente tollerato dal regime per i giovani che avevano deciso di mostrare indifferenza per le sorti socialiste vivendo al margine della Repubblica.

E ancora il calcio, appassionante e violento, altro spazio tollerato nel quale sfogare aggressività e ribellione. Una serie riprende i tifosi dell’Union Berlin, tradizionalmente ostili al regime, durante il derby con gli odiati rivali della Dynamo, la squadra della Stasi. La polizia che separa i supporter è la stessa che qualche anno dopo non riuscirà a contenere la pressione delle folle che premono ai confini del Muro. Quindi la moda, forse l’aspetto più sorprendente della mostra. Le immagini sembrano riprese dalle riviste occidentali degli Anni Sessanta, ma replicano in ogni aspetto gli stili consumistici del mondo capitalista. Cambiano gli scenari: l’architettura simbolo del socialismo reale sostituisce gli sfondi della torre Eiffel o di Piazza di Spagna, le Trabant e non le Mercedes accompagnano l’inevitabile posa delle modelle. Sibylle era la rivista d’ordinanza della moda tedesco orientale, una sorta di Vogue del mondo comunista, distribuita in Germania a 2,50 marchi orientali e nella vicina Ungheria a 30 fiorini. La cesura del 1989 lascia il segno sul prezzo di copertina. Nel 1990 una copia costa in Germania 2,50 deutsche mark grazie al cambio 1:1 voluto da Kohl, mentre in Ungheria, dove l’inflazione si fa sentire, il prezzo schizza a 103 fiorini. Sibylle resisterà nelle edicole alla concorrenza occidentale fino al 1994: cinque anni in più del regime in cui era nata.

Pubblicato su Farefuturo Magazine