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GREAT GAME IN SALSA KIRGHISA

Kurmanbek Bakiyev è stato rieletto presidente del Kirghizistan. A quattro anni dalla rivoluzione dei tulipani che ha detronizzato Askar Akayev e lo ha condotto al potere a Bishkek, il leader della piccola e povera repubblica centroasiatica sembra però aver perso la bussola. Da un pezzo. La tornata elettorale di giovedi scorso gli ha regalato come previsto la solita strabordante maggioranza - che come in tutti gli altri stati postsovietici dal Caucaso al Pamir non va sotto i due terzi - ma non è per nulla chiaro se gli servirà a trovare la retta via. Quella per risollevare il Paese dal baratro.Al momento la sua preoccupazione è comunque di mettere a tacere le proteste dell’opposizione: “Bakiyev ha perso le elezioni. Il Kirghizistan non ha un presidente legittimo. Potrebbe anche essergli assegnato il 190 per cento. Queste elezioni non sono regolari e noi lo dimostreremo chiaramente”, parole del principale rivale Almazbek Atambayev, fermo a un misero 6 per cento. In realtà la possibilità che la storia si ripeta è oggi abbastanza lontana.

Sebbene le cose vadano - economicamente politicamente e civilmente - peggio che durante la presidenza Akayev (considerato ai suoi inizi una specie di sovrano illuminato in confronto ad altri dittatori centroasiatici), le spinte esterne sono però assenti. Non c’è nessuno insomma che abbia interesse a un nuovo regime change: non a Mosca, né a Washington. Non è una questione di sviluppo di principi democratici, di rispetto di quelli civili, di prospettive di miglioramento delle condizioni della popolazione (951 dollari il Pil pro capite nel 2008, 144esima posizione su 180 stati), come qualcuno aveva sostenuto dopo la rivolta di quattro anni fa spacciando un arruffato golpe per una vittoria della democrazia sulla dittatura. Ciò che conta in questo momento è una situazione stabile in una regione ad alto rischio. Basta il Caucaso a dare grattacapi al Cremlino e alla Casa Bianca. E così Bakiyev si può permettere prima di chiudere la porta in faccia a Washington e dare il foglio di via alle truppe stanziate a Manas, poi – con il sorriso a denti stretti di Dmitry Medvedev – di cambiare idea (grazie anche a un aumento da 17 a 60 milioni di dollari ) e lasciare tutto com’era. E Obama sorride davvero. È la bussola kirghisa che fa le bizze a cadenza semestrale e assomiglia a quelle di turkmena di Asghabat (dove pare che potranno fare rifornimento in futuro i C 5 e i C 17 americani diretti in Afganistan, e probabilmente anche a Mary) e a quella uzbeka di Tashkent (sbattuti fuori da Karshi Kanabad dopo il massacro di Andijon ora gli aerei Usa possono atterrare a Navoi).

È il Great Game che si gioca in Asia Centrale e tocca attori minuscoli, ma non insignificanti, come il Kirghizistan. Sono le strategie multivettoriali: a Bishkek Bakiyev incassa dollari e rubli che in realtà servono a tenere in piedi un castello destinato prima o poi a crollare, a beneficio dei major players e a discapito della stragrande maggioranza dei cinque milioni di kirghisi. Non conta nulla che l’opposizione lanci l’allarme contro un sistema autoritario, che l’Osce definisca deludente il processo elettorale. Tutto fa parte dello scenario del Grande Gioco, cose già viste in dal Turkmenistan, all’Uzbekistan e al Kazakistan di Nursultan Nazarbayev, cui l’anno prossimo spetterà addirittura la presidenza viennese. Realpolitik, avrebbe detto Metternich.