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LA RIVOLUZIONE STANCA

Era esattamente vent’anni fa. Era il febbraio del 1989, e in una Varsavia che viaggiava da tempo in anticipo rispetto al calendario gorbacioviano della perestrojka, si apriva la tavola rotonda. Intorno, i nemici di un tempo: gli uomini del governo comunista in carica, il sindacato fantoccio di regime, gli eroi di Solidarnosc, i gruppi di opposizione sorti clandestinamente dopo gli scioperi sedati del 1981 e ora riemersi dalla penombra. In tutto cinquantasette persone. La transizione polacca maturò lì, in quelle stanze anonime e burocratiche, così lontane dai rumorosi cantieri di Danzica dove tutto era iniziato nove anni prima. Il capitolo polacco della rivoluzione del 1989 si distacca dall’epopea che vissero tedeschi dell’est e cecoslovacchi, e poi rumeni e baltici e albanesi nei mesi e negli anni a seguire. Fu un passaggio politico, un lavoro di trattative e accordi, una battaglia sul filo sottile della retorica e del braccio di ferro, giocato però sul tavolo della diplomazia. Fu la tavola rotonda. Lo storico François Feitö la definì “la rivoluzione stanca”.

D’altronde la Polonia la sua rivoluzione l’aveva fatta nel 1980, con Lech Walesa aggrappato alle inferriate dei cancelli dei cantieri sul Baltico, gli operai in sciopero, la nascita di Solidarnosc. E forse ancora due anni prima, quando nell’ottobre del 1978 dal balcone di Piazza San Pietro si affacciò, coperto della sacra talare bianca, l’arcivescovo di Cracovia Karol Woytjla, appena eletto Papa Giovanni Paolo II. Da allora la società polacca non fu più la stessa, nonostante la cappa di silenzio imposta dalla restaurazione militare di Wojciech Jaruzelski, che piegò la rivolta operaia senza riuscire a spezzarla. Per i sovietologi più attenti fu un segno anche quello, l’intervento di una milizia interna invece che dei carri armati sovietici.

Da un decennio, dunque, la Polonia era in movimento, come una zolla sismica che, lentamente ma inesorabilmente, scivolava verso la libertà, aggrappata al suo sindacato libero mezzo clandestino, ai gruppuscoli del dissenso che corrodono dall’interno l’autorità del regime e, soprattutto, al suo Papa. Le immagini scorrono oggi di nuovo vivide, nonostante il colore stemperato dal tempo. E’ il 3 maggio 1979, un anno dopo l’elezione al soglio pontificio, un anno prima degli scioperi nei cantieri di Danzica. Il nuovo Papa polacco compie la prima visita ufficiale nella sua terra. E’ a Czestochowa dove si trova il monastero di Jasna Gora, il cuore spirituale del cattolicesimo est-europeo, dove i pellegrini celebravano la loro fede in barba ai divieti del regime. Oggi è tutto curato e rimesso a nuovo: un dedalo di viuzze lastricate di sanpietrini lucidi, musei, uffici, alloggi, la sede della radio cattolica, qualche telefono pubblico utilizzato anche dalle suore, la basilica e la Cappella del dipinto miracoloso in cui, posizionata sull’altare maggiore, è conservata l’icona della Madonna nera. Si fa fatica ad avvicinarsi, perché i devoti si stringono compatti nella piccola stanza e sciamano lentamente, tutti inginocchiati, lungo lo stretto corridoio che si incunea dietro l’immagine sacra. Trent’anni fa, nel giorno della visita del Papa, era difficile muoversi anche negli ampi viali dei giardini sul lato nord. Lì, sul grande palco mai più smontato da allora, Karol Woytjla parlò a più di un milione di suoi concittadini accorsi da ogni angolo del paese per ascoltarlo e lanciò un seme che non smise mai di germogliare.

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Oggi la Polonia ha digerito tutto questo, anche se la memoria di Giovanni Paolo II è forse l’unica cosa che unisce tutti, credenti e non, destra e sinistra, giovani e anziani. Il resto è divisione e contrasto. Anche la valutazione sulla tavola rotonda. La mancanza di epos nell’epilogo della Polonia comunista ha lasciato spazio alle accuse postume e sul significato di quel compromesso si è accesa in tempi recenti una polemica velenosa e infinita, non priva di strumentalizzazioni politiche. E’ il destino di un paese che ha lasciato molti conti aperti con il proprio passato, sballottato tra due vicini ingombranti, la Germania e la Russia, e che ha dovuto reinventarsi storia e confini ogni volta che una guerra finiva, transitando invariabilmente sulle proprie terre.

Così accade anche per quello che fuC il momento del commiato del regime comunista. Un doppio mito s’intreccia ancor oggi: quello della transizione pacifica di un paese che aveva maturato molti contrappesi al potere totalitario e che li seppe miscelare politicamente per ottenere l’agognata libertà e quello del tradimento di Solidarnosc, del compromesso con gli aguzzini. “Fin dalla rivoluzione francese c’è questa convinzione che i grandi sollevamenti della storia debbano concludersi con le ghigliottine e le esecuzioni, altrimenti non si può parlare di rivoluzione”, racconta sconsolato il pubblicista polacco Adam Krzeminski alla radio tedesca Deutschlandfunk, “e anche la Polonia non sfugge a questa convinzione. Ma si tratta di posizioni minoritarie, che trovano ampio spazio sui media e che suscitano anche litigi all’interno del vecchio gruppo di Solidarnosc”.

Già, la politica. Perché nella parabola populista che ha illuminato i volti dei due gemelli Kaczynski ha trovato spazio anche il risentimento e il rancore verso colui che resta (dopo Woytjla e la Madonna nera) la terza icona della Polonia: Lech Walesa. E’ sulla sua figura che si è accanita la foga revisionista dei Kaczynski, è sul suo mito, già sberciato da una non felice esperienza politica nella Polonia democratica, che si è scatenata la rabbia dei nuovi potenti. La vendetta si è rivestita di un nome sinistro, la lustracja, la volontà di passare al setaccio le biografie di tanti protagonisti del chiaroscuro polacco: l’indagine sospettosa e moralista, obiettivamente fuori tempo massimo, laddove Solidarnosc aveva preferito la cattolicissima strada del compromesso e di un indolore passaggio di consegne. Non fu tutto facile e scontato, in quelle settimane di incontri e trattative. Più di qualche volta il filo sottile sembrò spezzarsi, fra l’intransigenza sindacale di Solidarnosc e la speranza dei comunisti di ritagliarsi comunque degli spazi di potere. Ma la campana era ormai suonata, il cambiamento squassava anche i più solidi regimi vicini e la Polonia mezza guarita dal morbo “dell’impero del male” preferì stringere la mano al nemico sapendo che il vento soffiava nelle vele dell’opposizione. Il tempo di andare a votare, a giugno, e il comunismo finì in minoranza.

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Fermandosi oggi a guardare il tavolo rotondo, rimesso nella sua disposizione originale tra i pilastri nella sala del palazzo presidenziale, dove nel 1955 venne sancita la nascita del Patto di Varsavia e ora all’esterno sventolano le bandiere della Polonia, dell’Unione Europea e della Nato, si può essere indulgenti con la scelta di allora di percorrere la strada della politica. La Polonia aveva già dato e, in quel febbraio in cui le stelle rosse si stavano per spegnere in tutto l’oriente europeo, si trattava in fondo di raccogliere il frutto di una lunga semina. Non c’era bisogno di spargere altro sangue. Nel gioco sempre obliquo della politica, Jaruzelski aveva forse risparmiato ai polacchi nel 1981 il duro ferro dell’Armata Rossa e i polacchi risparmiarono, otto anni dopo a Jaruzelski, il duro ferro della ghigliottina. Peccato che qualche mese fa sia scomparso, in un incidente stradale, un testimone straordinario di quei tempi come Bronislaw Geremek. Poi è sufficiente uscire dal palazzo Radziwill del presidente, e piegare a sinistra per l’elegante Nowy Swiat, la via dei caffè e dei negozi, o incamminarsi a destra fiancheggiando il lusso barocco dell’Hotel Bristol, mescolarsi agli studenti davanti all’Università e infilarsi nella città vecchia, il gioiello che l’operosità dei restauratori polacchi ha restituito alla città dopo le devastazioni naziste. Li guardi in faccia, questi nuovi cittadini dell’Europa unita, e pensi che dovrebbero semplicemente fare i conti razionalmente con la loro storia. Perché il presente non è poi così male e il futuro, stavolta, potrebbe avere i colori pastello dei palazzi del Rynek.

Pubblicato su Farefuturo Magazine