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CHI HA VOLUTO l’ATTACCO A TSKHINVALI?

Nel primo anniversario della guerra nel Caucaso tra Georgia e Russia ripubblichiamo un articolo apparso lo scorso anno su Eurasia.

Il primo è stato Vladimir Putin, che in un’intervista alla Cnn e poi alla tedesca Ard alla fine di agosto ha accusato gli Stati Uniti di avere avuto un ruolo decisivo nel conflitto scoppiato all’inizio del mese in Georgia e nella repubblica indipendentista dell’Ossezia del sud. Il primo ministro russo ha detto davanti alle telecamere, testualmente, che “E' assai male armare una delle parti in un conflitto etnico e poi spingerla a risolvere il problema con la forza”, convinto dagli elementi in suo possesso che Washington fosse stata quantomeno al corrente dei preparativi dell’attacco georgiano. Ma non solo. Putin ha anche affermato che a parer suo che gli Usa vi abbiano preso direttamente parte: “Comincio a sospettare che tutto questo è stato fatto intenzionalmente per organizzare una piccola guerra vittoriosa. E, in caso di fallimento, fare della Russia un nemico per unire gli elettori intorno a un candidato alla presidenza; di certo si tratta del candidato del partito al potere, perché solo il partito al potere dispone di tali risorse”. A Putin insomma, al quale da più parti è stato ripetuto in questi anni che la seconda guerra cecena era stata la scusa per aprirgli i corridoi del Cremlino, non è sembrato vero di utilizzare il medesimo schema.

Poi è arrivato addirittura John Le Carre, che in un’intervista rilasciata al Sunday Times il 14 settembre si è lasciato andare a questa affermazione: “Il candidato repubblicano John McCain ha bisogno di una nuova guerra. Non mi stupirei se dietro ci fosse un tentativo americano di fomentare uno scontro con la Russia”. Mettere d’accordo Putin, premier ed ex agente del Kgb, e Le Carre, scrittore ed ex agente dell’MI6, è la bella impresa riuscita al presidente georgiano Mikhail Saakashvili. La questione sul perchè l’attacco sia stato scatenato è materia golosa per i fautori delle teorie del complotto.

Chi abbia scatenato l’attacco non è invece una domanda di secondaria importanza, come vogliono far credere ad esempio i due promotori di un appello lanciato il 13 agosto (“Difendiamo Tbilisi”) dalle colonne del Corriere della Sera: Andre Gluksmann e Henry Bernard Levy scrivono che la “la domanda (su chi ha aperto il fuoco, ndr) è superata”. Eh no. A dire il vero a questa risposta non solo non è superata, tanto che ci sta lavorando una commissione dell’Unione Europea, e oltretutto non ci sono dubbi sulla risposta: anche per Bruxelles, che tanto si è data da fare per placare gli animi a Mosca e Tbilisi, il primo attacco è venuto dalla Georgia e quella russa è stata una reazione. Sproporzionata secondo alcuni, ma sempre conseguenza di un attacco. A Mosca, seppur poco soddisfatti dello spazio lasciato all’attacco georgiano e infastiditi per l’appoggio mediatico a Saakashvili, hanno comunque accettato il gioco delle parti, sapendo che pur avendo perso (non avendo combattuto) la guerra di propaganda, la situazione sul campo è al momento a loro favorevole.

Ci siamo affidati a Vladimir Markin, portavoce della Procura generale russa, che ha accompagnato la Commissione investigativa in Ossezia del sud nella prima ricognizione di metà agosto, per approfondire le modalità dell’attacco georgiano. Il rapporto che ci ha fatto non lascia certo dubbi su come siano avvenute le cose all’inizio del mese scorso: “Il 7 agosto 2008, all’imbrunire, l’esercito georgiano ha cominciato a bombardare il territorio dell’Ossezia del sud, con l’obbiettivo di eliminare in toto la comunità nazionale ossetina. Ha cominciato a bombardare i quartieri residenziali di Tskhinvali e il quartiere militare del contigente di pace russo di stanza nella capitale... I peacekeepers russi hanno più volte tentato di mettersi in contatto con i responsabili del contingente di pace georgiano, ma tutti i tentativi sono stati ignorati da parte geoergiana... Dopo che le truppe georgiane hanno iniziato il loro attacco le truppe russe hanno risposto per difendersi... Nelle prime ore di combattimento sono morti 10 peacekeepers russi e 25 sono stati feriti. In totale nel corso dell’operazione di combattimento sono morti 66 soldati russi... Durante l’attacco geoergiano a Tskhinvali sono rimasti coinvolti alcuni giornalisti della televisione russa, che sono riusciti a mettersi in salvo grazie un ufficiale del contingente di pace, il maggior Denis Vetchinov, poi rimasto ucciso...”.

Il numero delle vittime, militari e civili, russe, georgiane e ossetine causate dalla guerra di inizio agosto non è però chiaro. Nemmeno oggi. Nel corso di queste settimane le cifre sono state piìu volte corrette da tutte le parti e le organizzazioni internazionali non si sono sbilanciate. Fonti russe hanno parlato di una settantina di vittime tra i militari e circa 1500 civili (1632 confermate secondo il presidente sudosseto Kokoity), i georgiani hanno riferito di 215 morti tra l’esercito (circa 3000 secondo i russi). In ogni caso ci vorrà molto tempo prima di arrivare ad un numero vicino alla realtà. Se ci arriverà. Più chiaro, almeno da parte russa, è il quadro tracciato dalla Procura su come l’esercito georgiano abbia pianificato e organizzato l’attacco del 7 agosto.

Dice ancora Markin “Secondo la Commissione investigativa della procura russa sono inequivocabili i segnali che dimostrano come l’esercito georgiano ha utilizzato artiglieria pesante e aviazione contro la popolazione civile ossetina e i peacekeepers russi. Sono stati bombardate case, ospedali, scuole, edifici dell’amministrazione a Tskhinvali e nei villaggi di Khetagurovo, Dmenis, Sarabuk, Tbet, Sar, Rustav, Snaur, Didmucha, Ubiat, Mugut, Arknet, Bekmar, Belit e Leningor. L’attacco aveva come obbiettivo non solo quello di distruggere obbiettivi militari e amministrativi, ma anche obbiettivi civili in tutte queste zone....” Naturalmente la versione della Procura russa è opposta a quella fornita dal presidente Saakashvili nelle sue innumerevoli interviste.

In una intervista rilasciata a Limes (“Russia contro America peggio di prima, settembre 2008) il capo di stato georgiano (pizzicato in diretta televisiva sulla BBC a mangiarsi la cravatta in attesa in un collegamento) ha ribadito per l’ennesima volta che “Il popolo georgiano sa meglio di chiunque altro che questo è stato un attacco russo alla Georgia e non un nostro attacco a Tskhinvali. I georgiani lo sanno molto bene, hanno vissuto anni di provocazioni. Sanno che abbiamo usato la linea morbida, che abbiamo tenuto un atteggiamento costruttivo”.

In attesa di vedere cosa faranno davvero i georgiani nei prossimi mesi a partire dall’opposizione, per passare all’esercito e finire ovviamente alla popolazione, riportiamo quello che scrive Lucio Caracciolo sempre su Limes, riprendendo un articolo del tedesco Spiegel datato 1 settembre: “I russi sanno che i responsabili occidentali, pur non potendolo o volendolo confessare, sono consapevoli di essere stati raggirati da Saakashvili. Da Tbilisi gli osservatori dell’Osce hanno distribuito un rapporto confidenziale, con allegate le registrazioni delle telefonate del leader georgiano, che ne smentisce le versioni offerte alle tv di mezzo mondo: Saakashvili ci ha imbrogliati tutti al cento per cento, europei e americani, sentenzia chi l’ha letto”.

E così torniamo al punto di partenza. Alla visione complottarda dell’ex agente del Kgb e di quello dei servizi segreti di Sua Maestà. Markin ci ha tra l’altro confermato che “la commissione investigativa della procura federale russa ha condotto diversi interrogatori nei confronti di soladati e ufficiali dell’esercito georgiano... Il caporale G.I Chachanidze ha raccontato che la sera del 7 agosto la sua brigata, composta da circa 3000 uomini, è partita in direzione Gori... Dall’interrogatorio di Chachanidze emerge che l’attacco a Tskhinvali è stato condotto da un’unità speciale composta da 500 uomini, sottoposta personalmente al comando del Ministero della difesa georgiano e da unità stanziate a Kutaisi... La brigata cui Chachanidze apparteneva è stata sottoposta a un periodo di training all’inizio del 2007 nella regione di Zanesi per un periodo di tre mesi, da ufficiali dell’esercito statunitense...”. Certo, essere stati addestrati da ufficiali statunitensi di per sè non si significa nulla. Come può significare nulla anche l’appoggio incostrastato a Tbilisi da parte del trio Bush, Rice, Cheney. Ma basta a Putin e Le Carre per giungere alla stessa conclusione.