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SULLE TRACCE DI BORAT

Due anni fa il comico inglese Sasha Cohen ha portato sugli schermi il baffuto, volgare e un po’ strambo Borat e in Kazakistan qualcuno si è arrabbiato. Essere rappresentati in tutto il mondo come un popolo di rozzi imbranati non piacerebbe a nessuno.  Quando però ad Astana mi hanno confermato che i flussi turistici cominciavano a salire grazie anche alla pubblicità gratuita, allora hanno capito che non tutto il male, o il peggio, viene per nuocere.  Certo, da queste parti devono ancora comprendere che gli standard ai quali sono abituati i viaggiatori occidentali (dagli hotel ai trasporti) sono ben altri da quelli ora offerti, ma il tempo e la buona volontà sono a favore dei kazaki.Prima di Borat questa era una terra ignota ai più, dal nome alla collocazione geografica: qualcuno si ricorda Baikonur, la base dalla quale partì Yuri Gagarin nel 1961 (allora era Urss) e da dove oggi viene lanciato in orbita qualche satellite europeo e qualche miliardario in cerca di costose emozioni. Poi basta.

Nursultan Nazarbayev è il presidente di questo stato ex sovietico indipendente dal 1991 e chiedere di ricordare il suo nome è fare un esercizio retorico. Eppure è in carica da ben 18 anni. Esattamente come i suoi colleghi di Uzbekistan (Islam Karimov) e di Tagikistan (Emomali Rakhmonov): sconosciuti come i Paesi sui quali regnano da sovrani dell’Ottocento benché si tratti di stati formalmente democratici. Stessa sorte per il capo di stato kirghiso, Kurmanbek Bakiyev, giunto al potere nel 2005 durante la rivoluzione dei tulipani, con il suo predecessore Askar Akayev costretto a fuggire dal palazzo presidenziale arrotolato dentro un tappeto. Almeno questa è la leggenda che mi hanno raccontato a Bishkek. E che dire di Gurbanguly Berdimukhammedov, altro dal nome impronunciabile, spuntato nel 2007 dopo la morte di Saparmurat Nyazov? Arrivare ad Ashgabat come turista non è facile (meglio senz’altro con i viaggi organizzati) e quasi impossibile se siete giornalisti: anche il successore del padre di tutti i turkmeni non vuole ficcanaso in giro.

Le repubbliche centroasiatiche hanno avuto un destino simile, passate dopo il crollo dell’Impero sovietico a regimi che con la democrazia intesa alla maniera occidentale hanno poco a che spartire. Basti dire che in Kazakistan, considerata la più aperta e liberale, il parlamento è occupato dai rappresentanti di un unico partito, quello del presidente. E altrove non va meglio. Diritti politici e civili vengono calpestati regolarmente, talvolta capita peggio. Come in Uzbekistan, dove nel 2005 ad Andijon c‘é stato un massacro con un migliaio di morti durante una rivolta sedata con troppo zelo dalle truppe presidenziali. Gli Usa e l’Ue non hanno saputo fare di meglio che applicare qualche sanzione diplomatica ed economica, nel frattempo già quasi totalmente rientrate.

È la bilancia di casa nostra: si chiude un occhio, spesso due, di fronte alla questione dei diritti umani, quando sul piatto la posta è grossa. Petrolio, gas, minerali, di tutto un po’: Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan sono ricchi di risorse che fanno gola non solo all’Occidente, ma anche alla Cina e alla Russia. E’ questo il nuovo Great Game di kiplinghiana memoria che è in atto in Asia Centrale. Con alcune differenze. Tagikistan e Kirghizistan sono attori marginali, piccoli e poveri di tutto: e tra queste montagne nemmeno i viaggiatori isolati vengono sorvegliati dai servizi segreti (a Tashkent ai giornalisti danno invece personalmente il benvenuto). I turisti in questo gioco non sono comunque contemplati. Devono arrangiarsi un po’ come Borat: non farsi troppi problemi nemmeno di fronte a qualche controllo burocratico di troppo, per strada o in albergo, e godere semplicemente dei tesori e delle bellezze che incontrano sul cammino.

Pubblicato su Traveller