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SCHABOWSKI, L’UOMO CHE FECE CADERE IL MURO

Günter Schabowski, si può dire, è l’uomo che aprì il muro. La sera del 9 novembre 1989, in una conferenza di fronte alla stampa estera, mentre fuori il regime già vacillava e i cittadini dell’intera Ddr avevano ormai occupato le piazze e le strade del paese, e premevano su quel muro e su quelle frontiere perché cadessero, una volta per tutte, lui, Günter Schabowski, uno dei triumviri che qualche settimana prima avevano defenestrato Erich Honecker, quel muro lo aprì. Con due parole divenute leggendarie anche nella loro versione tedesca: “Ab sofort, da subito”. Da subito i cittadini della Ddr avrebbero potuto lasciare il proprio paese: due parole in risposta alle domande dell’ex corrispondente italiano dell’Ansa, Riccardo Ehrmann, giunto in ritardo alla conferenza e per questo appollaiatosi sulle scale sotto il palco. Sono passati venti anni e una lunga catena di vicende personali ha portato Schabowski su lidi distanti da quelli che aveva frequentato fino a quella notte. Oggi come allora, si ritrova in una sala gremita di giornalisti. Ancora una volta, giornalisti stranieri, affiliati all’Associazione stampa estera tedesca. C’è un ventennio da raccontare, gli anni passati in carcere, la voglia di capire, lo sforzo della riflessione, i libri scritti, l’abbandono del comunismo, il viaggio intellettuale in mare aperto chissà dove ma sicuramente lontano dal molo di partenza.

Eppure è inevitabile tornare a quei minuti, interminabili, che hanno cambiato la sua vita e quella degli altri, di tutti noi. “Ab sofort”. Vent’anni sono trascorsi sul volto e nel fisico di questo anziano giornalista di talento, capitato dalle parti del partito comunista quasi per caso, notato da Honecker negli anni Settanta e catapultato nella redazione del giornale di regime, il Neues Deutschland. E poi per questa via, cooptato nella stanza dei bottoni della Ddr. Lo ricordiamo corpulento e burbero sotto le luci fioche della sala stampa del Comitato centrale della Sed, immortalato per sempre nel bianco e nero della televisione di Stato: oggi è un anziano signore con i capelli bianchi, che si muove incerto appoggiandosi ad un bastone, affaticato nella voce e nel volto, corroso da un diabete che lo costringe a centellinare le apparizioni, anche in quest’anno di anniversario, quando tutti lo vogliono e tutti lo cercano. Tre mesi fa ha compiuto ottant’anni, lo spirito è rimasto vivace come un tempo: la battuta pronta, l’arguzia che gli leggi nello sguardo sempre vispo, curioso, sfrontato. Schabowski ha camminato, per questi vent’anni, con il corpo e con la mente, anche se tutti lo vorrebbero inchiodare ancora a quella sera del 9 novembre, per rivivere in differita il brivido della storia.

E lui, che questo mestieraccio del giornalismo ce lo ha nel sangue, non si tira indietro, anzi attacca per primo, meglio togliersi subito il dente. Le leggende di quella sera sono tante. Schabowski mandato allo sbaraglio, sbattuto all’ultimo momento in conferenza stampa, all’oscuro delle decisioni del Politburo, con appunti scritti da qualcun altro in fretta e furia e con il compito di intrattenere e divagare, dire ma soprattutto non dire. Insomma, prendere tempo, perché quando non si sa più che pesci prendere temporeggiare dà l’illusione di poter vivere ancora. E invece, dice, l’illusione era un’altra: “Pensavamo che aprire le frontiere sarebbe stata l’unica possibilità di recuperare il consenso della gente”. La proposta di concedere il diritto all’espatrio ballonzolava tra Politburo e governo da quattro settimane, impigliata nella rete burocratica che aveva da tempo inaridito la presunta spinta propulsiva del comunismo. Ogni giorno 400 cittadini fuggivano dalla Ddr, passavano le frontiere verso gli altri paesi socialisti che avevano ormai tranciato la cortina di ferro, si rifugiavano nelle ambasciate della Germania ovest, erano sui telegiornali di tutto il mondo e sgretolavano il prestigio dello Stato. Bisognava concedere qualcosa: prima la testa di Honecker, poi il diritto all’espatrio.

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I nuovi dirigenti del partito, i triumviri che avevano organizzato il putsch contro il vecchio leader (Egon Krenz, segretario per caso, Siegfried Lorenz e, appunto, Günter Schabowski) provavano a rincorrere la storia e i loro cittadini: “Non ci era affatto chiaro che il socialismo era arrivato alla fine, noi eravamo convinti che, concessa la possibilità di viaggiare liberamente, la nostra politica riformista sarebbe divenuta credibile e avremmo potuto metterci sulla scia del nuovo corso di Gorbaciov”. Dunque Schabowski sapeva. Sapeva cosa contenevano quei fogli che Egon Krenz gli consegnò nel corridoio di fronte alla sala delle conferenze. Quello che non sapeva erano i termini precisi. E su quelli si impappinò, di fronte alle domande divenute sempre insistenti di Riccardo Ehrmann. Non crede che la legge di qualche giorno fa sul diritto di viaggio sia stata un errore? “No, non credo e comunque il governo ha deciso di concederlo”. In che modo? “Può essere inoltrata la richiesta di viaggi privati all’estero anche senza particolari motivazioni o rapporti di parentela. L’espatrio permanente può svolgersi nei punti di transito della frontiera fra Repubblica democratica e Repubblica federale”. Vale anche per Berlino Ovest? “Beh, sì, sì”. E da quando? “Beh, per quel che ne so entra in vigore, beh, da subito”. “Ab sofort”. Il muro è caduto così.

Schabowski non ci sta, neppure venti anni dopo, a passare per uno sprovveduto. E’ già stato il capro espiatorio dei compagni di un tempo, sconfitti più di lui perché incapaci di leggere il senso della storia. “Sono stato comunista e marxista fino alla notte del 9 novembre”, dice oggi, “e anche dopo quella notte ho lavorato perché il partito potesse salvarsi, ritrovare un suo ruolo in una nuova stagione riformista. E invece l’ho visto perdersi e disgregarsi, annullarsi di fronte agli eventi che incalzavano”. Vicende umane e personali che si consumano nel continuo rinfacciarsi tradimenti e opportunismi, si salvi chi può e per molti la salvezza era nella Pds, il partito post-comunista rinato dalle ceneri della Sed. Oggi questo partito è cresciuto, ha intaccato la stabilità del sistema politico della Repubblica di Berlino, è di nuovo fortissimo ad est, è tracimato anche ad ovest grazie all’alleanza con il rancoroso Oskar Lafontaine, oscilla tra nostalgia del passato e socialismo massimalista. Si stava meglio quando si stava peggio: le inevitabili disillusioni di una difficile riunificazione trasformate in voti e seggi, nel parlamento federale e in quelli dei Länder, dove governano sostituendo alla retorica dell’opposizione un ragionevole pragmatismo di governo.

Ma Schabowski non fa più sconti. L’uomo che fu spinto dal popolo ad aprire il muro, per dirla con le sue parole, ha rotto i ponti col passato, s’è rimesso a studiare i classici del marxismo per capire dove era l’errore. A suo dire la catarsi è arrivata con un libro che gli è costata fatica e amicizie: “Troppa burocrazia, troppa irresponsabilità, troppa assenza di controllo democratico, troppa rigidità, troppi privilegi. I burocrati che definivano i criteri dei piani quinquennali e sceglievano gli imprenditori tra i più fedeli e poi quando sbagliavano nessuno era responsabile, la colpa era sempre del nemico di classe. E’ stato il fallimento di un’intera società, tutto quello che i paesi comunisti hanno provato a fare è stato un fiasco”. E’ una lezione che vale anche oggi, quando si sente dire che l’alternativa al capitalismo in crisi sarebbe un ritorno al socialismo: “Non abbiamo dimenticato che il socialismo ha portato il nostro Stato alla bancarotta”. Sostiene Schabowski.

Pubblicato su Farefuturo Magazine