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L’INATTESO DECLINO DELLE TIGRI BALTICHE

Il sabato notte, gelido e invernale, di Riga è rischiarato dalle vetrine sempre illuminate del McDonald’s, all’incrocio più centrale della città vecchia, tra la pedonale Kalku iela e il trafficatissimo Basteja bulvaris, dove auto e taxi fanno a gara con i tram ma poi inchiodano rispettosamente davanti alle strisce pedonali più lunghe che abbia mai visto. E’ un po’ il centro della movida lettone, tra il pilone illuminato della pubblicità di una famosa cioccolata locale dove le ragazze del posto danno appuntamento ai turisti dell’amore per non fargli sapere dove abitano, il ponte pedonale sul canale Pistelas, la statua della libertà simbolo dell’indipendenza e, appunto, la Kalku iela, la via dello struscio che s’infila nel dedalo di vicoli e piazzette del centro storico. Per tutta la notte, anche d’inverno, quando il gelo e la neve smorzano gli entusiasmi della nuova gioventù lettone, il McDonald’s sforna, sottoforma di cheesburger e fried chips, il mito americano della trasgressione e della libertà. Fuori c’è sempre una lunga fila e anche all’alba, quando l’ora invoglierebbe più a una prima colazione che al pollo fritto in salsa barbecue, c’è sempre qualche nottambulo che s’attarda di fronte al bancone e ai McMenù fosforescenti. Mentre in altri angoli della nuova Europa il sogno americano ha ormai consumato la sua inevitabile parabola, qui, nel cuore dei Paesi Baltici resiste più forte che mai. Più che l’Europa è l’America l’antitodo alla vicina Russia e addentare un hamburger è un po’ come immunizzarsi dal virus di Mosca.

Nel grande calderone del ventennale della caduta del Muro, Lettonia, Estonia e Lituania vivono il loro anniversario sfasato, marcando una propria specificità rispetto al cammino dell’Europa centro-orientale. Qui il 1989 è in fondo una data come le altre. Certo, segna l’inizio di un percorso: il consolidamento dei fronti popolari, le manifestazioni di piazza in cui vennero cantate per la prima volta le canzoni nazionali proibite dal regime, la catena umana che unì questi popoli coraggiosi da Vilnius a Tallin, passando per Riga. Ma i numeri magici che tutti celebrano sono quelli del 1990 e del 1991, quando l’onda tellurica da Berlino scosse anche il Cremlino e diede il via al processo di disintegrazione dell’Unione Sovietica. Fu per prima la Lituania a proclamare l’indipendenza nel marzo 1990. Poi l’Estonia e la Lettonia, nell’agosto del 1991, un giorno dietro l’altro. Queste sono le date scolpite sui basamenti dei monumenti che inneggiano all’indipendenza. Potessero marchiare con queste cifre anche i cheesburger dell’amico americano, lo farebbero di sicuro.

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Da allora sembra passato un secolo. Il recupero dell’identità nazionale, avvenuto anche al prezzo di dure emarginazioni verso le minoranze interne russe (che poi talvolta tanto minoranze non sono, come nel caso della Lettonia) è andato spedito e l’urbanistica delle capitali la rispecchia con i monumenti restaurati, la vivacità dei caffè e dei ristoranti, la presenza massiccia di negozi di tipo occidentale. E di banche. Già, le banche. La storia vorticosa di questo doppio decennio ha fatto in tempo a scaraventare i tre paesi sui binari impazziti delle montagne russe (ah, russe, che coincidenza). Su su, verso una crescita economica che dalla metà degli anni Novanta ha fatto gridare al miracolo. E ora giù giù, verso l’abisso di una crisi che all’inizio sembrava girare alla larga e che invece, negli ultimi mesi, ha investito queste tre fragili repubbliche come un tornado. Fuori dagli splendori delle città vecchie oggi si gira un altro film. Arrivi all’aeroporto di Vilnius e sembra di sbarcare in Siberia. Una desolazione. Non si muove nulla. Non c’è un velivolo che parte, nessun volo atterra. Vuoto il terminale degli arrivi, desolato quello delle partenze. Il tabellone elettronico annuncia solo una manciata di voli serali: Amsterdam, Helsinki, Riga e una solitaria tratta esotica verso Bankok. La compagnia di bandiera è appena fallita e non c’è un Colaninno qualsiasi che si metta in testa di provare a salvare il salvabile. Né una compagnia più grande che abbia in mente di rilevarla. Cerchi un bancomat a Riga e t’imbatti nella Parex Banka, l’istituto che il governo lettone ha salvato lo scorso novembre dalla bancarotta, dopo aver ripetuto per settimane il mantra che la crisi mai e poi mai avrebbe lambito il felice regno di Lettonia. Si può immaginare il brivido che deve aver percorso la spina dorsale dei politici di Riga, che non immaginavano in tempi così brevi di dover fare un salto nel passato delle statalizzazioni. E anche Tallin, da sempre la prima della classe, deve vedersela con i tagli che le aziende tecnologiche finlandesi stanno predisponendo per affrontare il 2009, l’annus horribilis.

Quanto questa crisi inciderà sulle fresche fortune degli stati Baltici si vedrà nei prossimi mesi. La preoccupazione è che, specie in Lettonia ed Estonia, la crescita sia stata tanto rapida quanto fragile. Oggi che il castello di carta viene giù, si fanno i conti anche con le fortune rapidamente accumulate, con i soldi arrivati per vie traverse, con gli investimenti senza tetto né legge, con il denaro portato dai vicini russi che tutti dicono in odore di riciclaggio. Quando il livello dell’acqua scende, è la melma che viene a galla. Quasi vive la sua rivincita la cenerentola lituana, la più povera delle tre sorelle, che, compagnia aerea a parte, può aggrapparsi a quel che è rimasto della sua tradizionale industria pesante.

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E’ dunque finita la favola baltica? No, è finita semmai l’illusione che questo angolo di nuova Europa sarebbe cresciuto all’infinito, come fosse un’isola staccata da tutto quel che la circonda, e che la magia dell’Hansa trasformasse in oro (o in ambra) ogni ferraglia che toccava. Le contestazioni davanti al parlamento di Riga, le finestre del nobile palazzo ferite dai lanci dei preziosi sanpietrini, le cariche della polizia lituana contro i manifestanti di Vilnius, i governi che si dimettono e le elezioni anticipate sono il segno di una delusione montante verso i politici e verso gli ex nuovi ricchi. Come Valery Kargin e Viktor Krasovitsky, i due uomini più ricchi del paese, fondatori della Parex Banka, ai quali giornali sempre sensibili agli umori mutevoli della piazza rinfacciano i lussi perduti: quelle stesse auto vistose, quei jet privati su cui si muovevano e quegli stessi smoking che solo qualche anno prima riempivano le fortunate pagine mondane. Ma questo è un film già visto, a tutte le latitudini. Certo è un peccato che l’anno del ventennale della caduta del Muro venga celebrato a suon di lacrimogeni. E forse non è neppure giusto. Oltre agli anni della crescita economica a due cifre, le tre Repubbliche sempre troppo banalmente accomunate, in realtà assai diverse fra di loro, hanno ricostruito con grande successo indipendenza e identità. Hanno visto nascere più velocemente che in altre regioni una nuova borghesia intraprendente e vivace. Si sono avvicinate all’agognato occidente aggrappandosi all’Europa e sognando l’America. Il volto delle tre capitali ha ripreso le sembianze tipiche del passato: Vilnius ha recuperato la sua atmosfera centro-europea, Riga si è rimodellata sulla memoria anseatica e Tallin si è ricostruita sul modello scandinavo. Le torri ricordano quelle di Lubecca, Straslund e Danzica, i magazzini del porto somigliano a quelli di Helsinki e Stoccolma. E sul Baltico si è stesa una rete fitta di traffici e commerci, supportata da investimenti nel settore tecnologico che non trovano pari in altre zone della nuova Europa.

Poi ci sono i cittadini comuni. Ivar Lasis ha da poco passato i trenta, lavora al ministero degli Esteri di Riga e quando gli chiedi quale sia la cosa che più di tutte gli ha cambiato la vita in questi vent’anni risponde senza esitare: la possibilità di viaggiare. Un refrain che ritrovi ovunque, tra i giovani di questa metà d’Europa: a Varsavia, a Kiev, a Odessa, a Bucarest, a Budapest, a Tirana e a Praga. Viaggiare. Potersi muovere. Vivere la sensazione di libertà, di non essere più ingabbiati dietro la cortina di ferro. Di giovani ne sono partiti tanti, un po’ per passione, un po’ per sfida, un po’ per lavoro, anche da qui, perché il miracolo economico non bastava per tutti. Ora dicono che ne stiano rientrando molti, espulsi dalla crisi che morde i paesi che più di tutti avevano offerto loro opportunità: l’Inghilterra, l’Irlanda. Tornano in quelle che non sono più le tigri baltiche. Ma ritrovano comunque paesi migliori di quelli che avevano abbandonato.

Pubblicato su Farefuturo Magazine