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L’UCRAINA SULL’ORLO DEL COLLASSO

L’ennesima edizione della crisi del gas con la Russia dimostra che l’Ucraina non ha ancora trovato non solo una soluzione alla questione della propria sicurezza energetica (problema che coinvolge ovviamente anche altri e come si è visto apre rischiose reazioni a catena), ma nemmeno un’elite politica in grado di sollevare il Paese ormai arrivato sull’orlo dell’abisso. Il background del duello è stato spesso definito politico, molti osservatori hanno scomodato Brzezinski e la sua Scacchiera, sono però i risvolti economici che al di là dello sfondo da Grande Gioco determinano sin dall’inizio degli anni novanta i conflitti tra Mosca e Kiev. Che l’Europa abbia scoperto il tutto nel freddo inverno del 2006 è un altro discorso. E nemmeno quest’anno, con l’intervento di Bruxelles e l’invio di osservatori per monitorare che qualcuno non sifoni illegalmente gas, non si può certo dire che sul piatto della bilancia ci sia qualcosa di più pesante che il conto della bolletta. Negli ultimi quindici anni Gazprom ha chiuso i rubinetti diverse volte (1993, 1997, 2000, 2006, 2009) mentre a Kiev Leonid Kuchma prima e Viktor Yushchenko poi hanno dovuto regolarmente mettere mano al portafoglio e saldare i debiti a Boris Eltsin e Vladimir Putin. Ora l’Ucraina, finita l’era dei prezzi di favore, dovrà incominciare a pagare per il gas russo prezzi di mercato. Dura lex, sed lex.

E proprio questa è la tragedia. Il Paese è in condizioni disastrose, economiche e politiche. Cominciamo dalle prime: secondo gli ultimi dati il Pil diminuirà nel 2009 del 7,4 per cento, la produzione industriale del 16,9. L’onda delle crisi internazionale e la mala gestione dello stato negli ultimi anni si faranno sentire anche sui preparativi agli Europei del 2012, che avrebbero dovuto portare in teoria una spinta verso l’alto. Chi vola invece è l’inflazione, al 20 per cento e con l’ultima svalutazione della Hryvna le importazioni dovrebbero diminuire addirittura di oltre il 30 per cento rispetto al 2007. Meno 20 per cento anche per le esportazioni. Nel 2008 la bilancia negativa del conto corrente con l’estero ha raggiunto i 12,4 miliardi di dollari, mentre quella dei pagamenti del 2009 sarà in disavanzo di 12,6, sarà però finanziata da un provvidenziale credito del FMI. In calo gli investimenti privati, con anche gli oligarchi in difficoltà. Cresce la disoccupazione e la sfiducia nella politica. Ed eccoci quindi al secondo punto.

Le belle speranze della rivoluzione arancione del 2004 sono scomparse quasi ancor prima di sbocciare. In un sondaggio a dicembre, durante l’ennesimo scontro tra il presidente Viktor Yushchenko e il primo ministro Yulia Timoshenko che ha portato all’ennesimo rimpasto, quasi la metà degli ucraini ha detto che in caso di nuove elezioni non sarebbero andati a votare. La popolarità del capo dello stato è al minimo storico: il suo partito, Nasha Ucraina, prenderebbe oggi il 3 per cento, la metà dei comunisti. Meglio per la premier e il suo BYT, a dividersi i favori con il Partito delle Regioni di Viktor Yanukovich intorno al 18 per cento. È l’incertezza che però domina tra l’elettorato, confuso e deluso dopo aver visto ogni possibilità di ripresa soffocata nelle liti personali tra Yushchenko e Timoshenko e nell’incapacità di governo e parlamento di affrontare le sfide dello sviluppo economico e della riorganizzazione dello stato e dell’amministrazione. La mancanza di cultura democratica nell’elite politica ucraina non ha fatto altro che acuire problemi cronici e le riforme costituzionali avviate (ridimensionamento dei poteri del presidente, maggiori al governo e al parlamento) si sono solo dimostrate il tavolo di scontro tra i gruppi di potere legati ai diversi attori in campo. In verità, dalla 2004 e dalla famosa rivoluzione non è cambiato nulla, nemmeno i protagonisti.

Se si pensa che Oleg Dubina, il direttore di Naftogaz, la compagnia statale che deve ancora trovare l’accordo con la russa Gazprom, è stato consulente prima di Kuchma, poi di Yushchenko, vice primo ministro, segretario del consiglio di sicurezza, è stato silurato alle elezioni del 2006 in corsa per il Blocco Litvin e poi premiato nel 2007 con la poltrona del colosso energetico ucraino, allora si può forse capire come a Kiev l’oligarchia politica ed economica abbiano una forte responsabilità per aver condotto il Paese sull’orlo del collasso.

Pubblicato su Limes